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Profanare un amore e ritrovarsi con un suo fantasma

Profanare un amore e ritrovarsi con un suo fantasma


Esiste un metodo brutale per cercare di dimenticare un amore che consideravi sacro: profanarlo. Quando il dolore diventa una frequenza troppo alta per essere sopportata, cerchi di coprirla con il rumore di altri corpi. Non cerchi intimità, non cerchi affetto. Cerchi solo di non pensare. Cerchi di ridurre tutto a carne, sudore e attrito, nella speranza che trattando te stesso come un animale, il cuore smetta finalmente di fare male come quello di un uomo. Questa è la lettera più sporca. Quella scritta da una stanza che non conosci, dopo aver toccato qualcuno di cui non sai nemmeno il nome.


L’anestesia della carne

“Ti senti meglio adesso?”

Il dottore mi guarda con un’espressione indecifrabile. Non c’è giudizio nei suoi occhi, e questo è quasi peggio della condanna. Avrei preferito la morale. Il giudizio mi avrebbe confermato che ero ancora vivo, che le mie azioni avevano un peso specifico. Invece c’è solo una clinica curiosità scientifica verso il mio ultimo esperimento di autodistruzione programmata.

“Mi sento… vuoto” rispondo, fissando le mie mani come se appartenessero a un estraneo. “Ma è un vuoto diverso da quello di prima. È disgusto. E lo schifo, dottore, è molto più facile da gestire del dolore. Almeno lo schifo ha una consistenza. Il dolore è solo un vuoto che ti mangia vivo.”

“Stai usando i corpi degli altri come siringhe” dice lui, con quella sua capacità chirurgica di sintetizzare l’orrore in una frase perfetta. “Ti inietti sensazioni forti, brutali, per non sentire quelle sottili e devastanti. Stai cercando di coprire il ricordo di lei con strati di carne senza nome, sperando che il peso di questi incontri schiacci la memoria come un rullo compressore. Ma non funziona così. La memoria non è un solido che puoi schiacciare. È più come un gas, che permea tutto. Passa attraverso qualsiasi barriera tu costruisca.”

“Voglio solo smettere di sentirmi così” confesso, la voce che si spezza come vetro. “Voglio sentirmi sporco fino al midollo. Perché se sono sporco, se sono degradato, allora è giusto che lei non ci sia più. Se sono sporco, tutto questo ha finalmente un senso. Divento quello che merito.”


La lettera della profanazione

Eccomi a una lettera che puzza di fumo stantio, di lenzuola economiche e di disperazione. La scrivo mentre nelle orecchie pulsa un ritmo industriale, meccanico, ossessivo. Una batteria elettronica che suona come un macchinario in una fabbrica abbandonata e una voce distorta che sussurra oscenità per distruggere ogni residuo di romanticismo.

Le parole parlano di voler penetrare non solo un corpo, ma un’esistenza. Di voler sentire qualcuno da dentro per poter finalmente andare via da se stessi. È esattamente questo il punto centrale di tutto. Andare via da me stesso a qualsiasi costo.

Perché “me stesso” è l’uomo che ti ama ancora disperatamente. “Me stesso” è l’uomo che piange da solo nel parcheggio. “Me stesso” è un luogo mentale completamente inabitabile, una casa infestata da fantasmi che conosco troppo bene.

Quindi ho deciso di evadere da questa prigione. E la via di fuga che ho scelto passa necessariamente attraverso la pelle di sconosciute che non faranno domande. Non immaginavo che il tentativo di profanare un amore e ritrovarsi con un suo fantasma potesse rivelarsi una trappola ancora più buia del dolore da cui stavo fuggendo.

Ti scrivo da una stanza che non è la numero venti del nostro albergo. Non ha la nostra magia, non ha il profumo di vaniglia che ti mettevi sempre, non ha la luce dorata del tramonto che filtrava attraverso le tende beige.

È una stanza anonima, di un motel di periferia, una camera a ore in un quartiere che non conosco, una casa dove non dovrei assolutamente essere. Non importa realmente dove sono in questo momento. Importa solo chi non c’è accanto a me.

Ho cercato carne senza nome. Volevo deliberatamente donne che non volessero sapere la mia storia, che non cercassero i miei occhi per trovarvi un anima. Corpi che fossero esclusivamente corpi.

Volevo perdermi completamente in un labirinto di pelle estranea per non trovare mai più la strada che porta inevitabilmente a te.


Il rituale dell’animale

C’è qualcosa di stranamente ipnotico nel ridurre l’atto sessuale a pura meccanica. Pistone, cilindro, attrito, calore. Niente anima. Niente promesse. Nessun “ti amo” detto guardandosi negli occhi. Solo il rumore ritmico del respiro affannoso, il suono della pelle contro la pelle, l’odore acre e animale del sesso completamente privo di sentimenti.

Ho cercato di farlo con rabbia. Ho cercato di farlo con una violenza che non era fisica – non ho mai fatto male a nessuno – ma profondamente emotiva. Volevo strapparmi letteralmente di dosso la tua pelle e sovrascrivere tutti i ricordi che ti riguardavano.

Ogni volta che toccavo una di queste donne, pensavo: “Ecco, vedi? Non è speciale. Un corpo è solo un corpo. Un seno è solo un seno. Un orgasmo è semplicemente una scarica nervosa, una reazione chimica”.

Cercavo disperatamente di convincermi che tu fossi come tutte le altre. Che la magia che sentivo quando eravamo insieme fosse solo chimica di base, facilmente replicabile con qualunque altra persona.

Volevo dimostrare a me stesso che non esisteva nulla di unico tra noi.

Ma mentre lo facevo, mentre mi muovevo meccanicamente sopra questi corpi senza nome, sentivo il mio stomaco contorcersi dolorosamente. Non era piacere quello che provavo. Era il dolore del vuoto che mi stato autoinfliggendo.

Mi stavo punendo brutalmente per averti persa. Mi stavo punendo per essere ancora stupidamente innamorato di te dopo tutto quello che è successo. Stavo dicendo con ferocia: “Guarda cosa sei diventato. Guarda quanto in basso sei caduto dalla tua vita normale. Non meriti assolutamente niente di meglio di questo squallore”.

E in questo abisso profondo di degradazione, c’era una perversa soddisfazione. Se sono un animale privo di coscienza, se sono una bestia che cerca solo di sfamare l’istinto primordiale, allora non posso soffrire per amore. Gli animali non scrivono lettere piene di amore e d’odio. Non piangono per i ricordi del passato. Gli animali semplicemente mangiano, scopano, dormono, ripetono.

Volevo disperatamente diventare un animale per smettere di essere un uomo ferito.


Il fallimento dell’anestesia

Ma sai qual è la tragedia devastante di tutto questo? Non ha funzionato. Nemmeno per un secondo.

Anzi, il contatto fisico con questa carne senza nome ha reso la tua assenza ancora più assordante, ancora più evidente, ancora più dolorosa di prima. Mentre ero lì, in quei momenti che avrebbero dovuto essere di oblio totale, il mio cervello continuava imperterrito a proiettare te ovunque. Ho capito quanto sia illusorio il gesto di profanare un amore e ritrovarsi con un suo fantasma nell’illusione di cancellarlo.

Il confronto era impietoso, immediato, assolutamente devastante.

La sua pelle non aveva minimamente la tua morbidezza. Il suo profumo era troppo dolce e artificiale, o troppo acido e pungente, comunque completamente sbagliato. Il modo in cui si muoveva era goffo e imbarazzante, o troppo esperto e meccanico, o completamente indifferente. Non era assolutamente il nostro incastro perfetto, quella sincronia fisica che sembrava scritta nel DNA.

E invece di dimenticarti gradualmente, mi ritrovavo a pensarti con ancora più intensità ossessiva. “Se ci fosse lei qui…” pensavo continuamente. “Se ci fosse lei al posto di questa estranea…”

E l’atto sessuale si trasformava in una tortura. Diventava la misurazione precisa, millimetrica, scientifica della distanza incolmabile tra te e il resto dell’umanità femminile.

Ho capito con orrore che non stavo realmente facendo sesso con loro. Stavo facendo sesso con il tuo fantasma, usando semplicemente i loro corpi ignari come medium per una seduta spiritica.

E questa consapevolezza mi ha fatto sentire ancora più sporco del previsto. Non solo verso me stesso, ma anche verso di loro, verso queste donne che non avevano colpa. Stavo usando delle persone, come manichini inerti per la mia recita personale.

Ero diventato una specie di vampiro al contrario: non succhiavo vita ed energia dalle mie vittime, iniettavo morte e disperazione in chiunque mi toccasse.


La doccia che non lava

Appena finito ogni incontro, correvo in bagno come un fuggiasco. Sempre. Ogni singola volta senza eccezione.

Aprivo l’acqua bollente e iniziavo a strofinarmi con violenza. Volevo togliermi completamente di dosso l’odore che mi era rimasto addosso. Lo squallore.

Volevo tornare pulito, tornare quello di prima.

Ma l’acqua calda non lava via quello che hai sedimentato dentro, nelle ossa. Mi guardavo allo specchio appannato dal vapore e vedevo un uomo che si stava letteralmente disfacendo pezzo per pezzo. Gli occhi rossi di stanchezza e disgusto. La pelle che sembrava grigia e malata sotto la luce spietata al neon.

Ho pensato a te, nel tuo letto pulito e ordinato, con le tue lenzuole di lino costoso, accanto al tuo compagno. Ho pensato alla tua vita perfettamente ordinata, alla tua purezza di facciata che proteggi così bene. E ho pensato con amarezza che hai vinto tu questa guerra silenziosa.

Tu sei riuscita brillantemente a mantenere intatta la tua immagine, mentre io mi sto rotolando nel fango sperando di soffocare dentro.

Hai vinto perché tu non hai bisogno di carne senza nome per dimenticare e andare avanti. Ti basta la tua vita strutturata. Ti basta la tua routine quotidiana perfetta.

Io invece ho bisogno di distruggermi per sentire qualcosa – qualsiasi cosa – che non sia il dolore lancinante della tua perdita.


Il tempio profanato

Avevo costruito con cura un tempio sacro per noi. Dentro di me, c’era una cappella votiva dedicata esclusivamente al nostro amore. Era un luogo sacro, inviolabile, protetto da mura invisibili.

Con queste notti, con questi incontri squallidi, ho preso un martello e ho iniziato metodicamente a spaccare le vetrate una per una. Ho profanato l’altare. Ho dato fuoco ai banchi di legno. Distrutto ogni simbolo che avevo custodito.

Volevo profanare completamente il tempio affinché diventasse una rovina abbandonata, un luogo dove nessuno – nemmeno il ricordo – volesse più entrare a pregare.

Pensavo ingenuamente che se avessi reso il mio cuore una discarica, tu te ne saresti andata definitivamente per il disgusto, portandoti via anche il fantasma.

Ma tu te ne sei andata da tempo immemorabile. E l’unico essere umano che deve continuare a vivere in questa discarica sono io, ogni giorno, ogni notte.


La solitudine della carne

Metto questa lettera nella scatola con mano che trema. Puzza davvero. Puzza letteralmente di scelte sbagliate, di tentativi falliti, di una solitudine così profonda e viscerale che nemmeno il contatto fisico più intimo riesce a scalfire.

Anzi, la amplifica in modo esponenziale.

Non c’è solitudine peggiore di quella che provi quando sei fisicamente dentro qualcuno che non ami per niente, mentre desideri disperatamente essere in un altro luogo, con un’altra persona che non tornerà mai più.

Ho cercato stupidamente conforto nella carne senza nome, convinto che potesse funzionare come anestesia. Volevo che fosse possibile profanare un amore e ritrovarsi con un suo fantasma senza subirne le conseguenze, ma ho trovato solo specchi sporchi che riflettevano impietosamente la mia miseria crescente. Desideravo solo nuovi modi per sentirmi ancora più vuoto, ancora più sporco, ancora più solo di prima.

Non sono un animale, purtroppo. Sono ancora dolorosamente un uomo. E gli uomini, a differenza delle bestie, ricordano tutto. Ricordano ogni dettaglio, ogni parola, ogni promessa tradita.

Gli uomini costruiscono templi e poi li bruciano. Si distruggono per sentirsi vivi. Gli uomini scrivono lettere a persone che non le leggeranno mai.

Se ci sarà ancora un domani degno di essere vissuto.


Profanare un amore e ritrovarsi con un suo fantasma

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.