Cadere a pezzi nel silenzio
Cadere a pezzi nel silenzio
A volte muori senza lasciare traccia. Succede quando smetti di riconoscerti allo specchio, quando i tuoi contorni si sfocano e non capisci più dove finisci tu e dove inizia il vuoto. Quando scivoli via dalla tua stessa vita, pezzo dopo pezzo, e nessuno se ne accorge perché continui a camminare, a parlare, a respirare. E’ come cadere a pezzi nel silenzio. Questa è la lettera più buia. Quella scritta dal fondo, dove l’unica luce è il bagliore di pensieri che fanno paura anche a chi li pensa.
Il suono del crollo
Il dottore mi ha chiesto se sento delle voci.
Non sono schizofrenico, gli ho risposto, o almeno credo di non esserlo ancora, nonostante tutto.
Intendo quel brusio di fondo, quel rumore bianco che ti riempie la testa quando il silenzio fuori diventa troppo pesante, ha detto lui.
“Sento musica,” gli ho risposto. “Musica cupa. Bassa frequenza. Come se ci fosse qualcosa che gratta contro le pareti del cranio.” Lui ha annuito, prendendo appunti sul suo taccuino: “È il suono del crollo. Quando le fondamenta cedono, fanno rumore. Stai cadendo a pezzi, e il tuo cervello sta cercando di darti un segnale”.
Eccoci a questa nuova lettera. Questa fa male in modo diverso dalle altre. La rabbia dell’altra volta si è spenta. E cosa resta quando il fuoco si spegne in una stanza chiusa? Resta il buio. La cenere. Resta il freddo di chi si ritrova a cadere a pezzi nel silenzio, senza che nessuno possa davvero tendere una mano.
Dal fondo dell’abisso
Ti scrivo dal fondo dell’abisso. Dopo che mi hai chiamato “stalker”, dopo che mi hai guardato con quel terrore negli occhi, qualcosa dentro di me si è spezzato definitivamente. Non è stato un taglio netto, pulito. È stato come un vetro che va in frantumi: mille pezzi piccoli, invisibili, che sono finiti ovunque.
Sono tornato a casa quella sera e non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di essere sporco. Mi sono guardato allo specchio del bagno, con la luce al neon che mi faceva sembrare un cadavere, e ho cercato il mostro che tu avevi visto. Ho cercato il predatore. Ho cercato il pazzo. E sai cosa ho visto? Ho visto un uomo battuto. La vita mi sta pestando a sangue. Mi sta buttando giù, ancora e ancora.
In questi giorni cammino per la città come un sonnambulo. Il dottore dice che è depressione reattiva. Dice che il mio sistema nervoso è andato in shutdown perché non riesce più a gestire il livello di dolore e di rifiuto. Ma io credo sia qualcosa di più profondo. È l’agonia di cadere a pezzi nel silenzio, rendendosi conto che i propri contorni si stanno dissolvendo e non si riesce più a trattenerli.
La perdita della forma
Prima di te, avevo dei contorni definiti. Un confine, un’identità. Ero io: padre, marito, professionista. Ero solido. Magari un po’ infelice, magari un po’ annoiato, ma ero tutto d’un pezzo. Poi sei arrivata tu e mi hai sciolto. Mi hai reso liquido per farmi entrare nella tua forma. E ora che te ne sei andata, non riesco più a essere me stesso di nuovo. Sono una macchia sul pavimento.
Non riesco a mangiare. Il cibo ha sapore di cenere. Non riesco a dormire. Appena chiudo gli occhi, vedo il tuo sguardo nell’ascensore. Vedo la repulsione. E quella repulsione diventa la mia. Inizio a odiarmi. Inizio a pensare che forse avevi ragione tu. Forse sono davvero sbagliato. Forse c’è qualcosa di marcio dentro di me che ha trasformato l’amore in questo veleno nero che mi sta intossicando.
I pensieri che fanno paura
Il dottore mi ha chiesto: “Cosa vorresti che lei sapesse di questo tuo stato?”. Ho pensato a lungo. Vorrei che sapessi che non sono pericoloso per te. Sono pericoloso solo per me stesso. Vorrei che sapessi che mentre tu stai ricostruendo la tua vita, mattone dopo mattone, io sto guardando la mia sgretolarsi e scivolare via tra le dita come sabbia. Vorrei che sapessi che il buio che c’è qui dentro è terrificante.
Ci sono pensieri che non oso scrivere nemmeno in questa lettera destinata al fuoco. Pensieri neri. Pensieri di resa totale. A volte, mentre guido, guardo il guardrail e penso a quanto sarebbe facile smettere di sentire questo rumore. Ma poi non lo faccio. Non perché sono coraggioso. Ma perché sono troppo stanco anche per morire. Sono paralizzato. Sto aspettando di toccare il fondo, ma il fondo non arriva mai.
La lettera della resa
Oggi ho provato a rileggere i messaggi che ci mandavamo all’inizio. Quelli pieni di luce, di promesse, di “buongiorno amore”. Pensavo mi avrebbero dato conforto. Invece mi hanno fatto vomitare. Sembrano scritti da un’altra persona. Un uomo che non esiste più. Quell’uomo è morto da qualche parte tra la stanza numero 20 e l’ascensore dell’ufficio.
Metto questa lettera nella scatola. Questa non è appallottolata con rabbia come l’altra. Questa è piegata male, con le mani che tremano. È una lettera di resa. Hai vinto tu. Il mostro è stato sconfitto. Ma il mostro non eri tu e non ero io. Il mostro era il vuoto che si crea quando l’amore viene strappato via senza anestesia. E ora quel mostro mi sta mangiando vivo.
E’ come cadere a pezzi nel silenzio della propria anima.
A domani.
Se ci arrivo.
Cadere a pezzi nel silenzio
Dario Fossati
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