Lo spettro di un amore
Lo spettro di un amore
Per un amante, la vera agonia é essere sostituiti. Assistere, nascosti nell’ombra, alla replica esatta della propria storia d’amore, ma interpretata da un altro attore. Vedere la donna che ami rischiare di essere scoperta dal marito, sentire il cuore fermarsi per la paura, e poi realizzare che quel rischio non lo sta correndo per te. C’è qualcun altro nell’ombra. E tu sei solo lo spettro di un amore che assiste impotente a un duello in cui sei già caduto, mentre qualcun altro impugna la tua pistola e prende il tuo posto sulla sabbia rossa dell’arena.
La scena che non dovevo vedere
«Perché ti torturi?»
Il dottore me lo ha chiesto con una nota di esasperazione che raramente lascia trapelare. Avevo appena finito di raccontargli la serata precedente, i dettagli di quello che avevo visto, il modo in cui mi ero nascosto dietro una colonna come un ladro, tremando per lo shock.
«Non mi sto torturando» ho risposto, mentendo a lui e a me stesso. «Sto cercando di capire. Sto cercando la logica dove sembra esserci solo caos.»
«Non c’è logica nel cuore di chi colleziona emozioni forti» ha replicato lui, chiudendo il taccuino con un gesto secco. «C’è solo fame. E tu stai guardando qualcuno che mangia, mentre tu muori di inedia. Stai assistendo al duello tra ciò che eri e ciò che lei è diventata. E credimi, in questa storia non ci sono vincitori, sei diventato solo lo spettro di un amore rimpiazzato prima ancora di finire.»
Aveva ragione, come sempre. Ma la ragione non basta a fermare le immagini che continuano a scorrere nella mia testa come un film dell’orrore in loop.
Lo spettatore non pagante
Eccoci a una lettera che non avrei mai voluto scrivere. Un’appendice dolorosa al catalogo dei miei fallimenti. La scrivo mentre nelle cuffie risuona una melodia particolare. Inizia con un fischio, un suono che ricorda i vecchi film western, quelli dove due uomini si fronteggiano al tramonto, la mano sulla fondina, aspettando il segnale per sparare. È una canzone solenne, tragica, che parla di amore e morte, di sabbia rossa che beve il sangue del perdente.
Ti scrivo perché ieri sera sono morto una seconda volta. La prima volta mi hai ucciso quando te ne sei andata. La seconda volta mi hai ucciso quando ho capito che non te ne sei andata per stare da sola, o per “fare la cosa giusta”. Te ne sei andata per fare spazio.
Ero in quel locale in centro. Quello con le luci basse e i divanetti di velluto rosso, dove una volta mi dicesti che non saremmo mai potuti andare perché “troppo rischioso”. «Lì ci va la gente che conosce mio marito» avevi detto. «Lì non siamo al sicuro.»
Eppure ieri eri lì. Ero entrato per caso, cercando un posto dove affogare i pensieri in un bicchiere di whisky e ti ho vista. Eri seduta in un angolo appartato, ma non abbastanza nascosto. Il mio primo istinto è stato quello di scappare. Il secondo è stato quello di guardare con chi eri.
Tuo marito? No. Le amiche? No. C’era un uomo. Un uomo che non avevo mai visto. Più giovane di me, forse. Sicuramente più elegante, con quell’aria di chi non ha ancora accumulato le cicatrici che porto io. E tu… tu lo guardavi. Dio, come lo guardavi.
La replica esatta del copione
Ho riconosciuto quello sguardo. L’ho riconosciuto perché per mesi è stato il mio unico nutrimento. È lo sguardo della cospiratrice. Lo sguardo della donna che sta condividendo un segreto delizioso e terribile. Gli toccavi la mano sul tavolo, sfiorandogli le dita con quella lentezza esasperante che mi faceva impazzire. Ridevi coprendoti la bocca, inclinando la testa di lato, offrendogli il collo come una preda si offre al predatore.
Era tutto identico. La coreografia, i tempi, i silenzi carichi di tensione elettrica. Era la replica esatta del nostro primo appuntamento, della nostra prima intimità. Solo che al mio posto c’era una controfigura.
In quel momento, ho sentito il gelo scendermi lungo la schiena. Non era solo gelosia. La gelosia è un sentimento caldo, vivo. Quello che ho provato era terrore. Il terrore di chi capisce di essere stato cancellato dalla storia, ridotto a essere semplicemente lo spettro di un amore che credeva unico, e che invece si scopre del tutto seriale.
E poi è successo. La porta del locale si è aperta. È entrato un gruppo di persone. Tra loro, ho riconosciuto un collega di tuo marito. L’ho visto guardarsi intorno, cercare un tavolo.
Ho visto il terrore dipingersi sul tuo volto. Ti sei irrigidita. Hai ritratto la mano come se ti fossi scottata. Hai sussurrato qualcosa a lui – al nuovo lui – e vi siete alzati di scatto, cercando una via di fuga verso l’uscita posteriore.
Il mio cuore ha smesso di battere per un secondo. Ho provato l’impulso irrazionale di alzarmi, di fare qualcosa per proteggerti, di creare un diversivo. Il vecchio riflesso condizionato: proteggere il nostro segreto. Proteggere te.
Ma poi mi sono fermato. Mi sono congelato sulla sedia, nascosto nell’ombra del mio angolo buio. Perché quel pericolo non era mio. Quella paura non mi apparteneva più. Non stavi tremando per me. Non stavi rischiando la tua vita perfetta per noi. Stavi rischiando tutto per uno sconosciuto che aveva preso il mio posto nel copione.
Il paradosso della gelosia
È difficile spiegare cosa si prova ad assistere a questa recita. È un paradosso che ti lacera.
Per mesi ho odiato tuo marito. L’ho odiato perché aveva il diritto di stare con te alla luce del sole. L’ho odiato perché era il “proprietario” legittimo del territorio che io volevo occupare. Era una gelosia quasi sociale, di status. Lui era la legge, io ero il fuorilegge.
Ma ieri sera… ieri sera ho provato una gelosia diversa, molto più corrosiva. Non ero geloso del marito. Ero geloso dell’amante. Ero geloso del fatto che qualcun altro stesse provando il brivido del proibito con te. Che qualcun altro stesse sentendo quella scarica di adrenalina mista a terrore che ci aveva tenuti legati per tanto tempo.
Quel brivido era nostro. Quella paura di essere scoperti era il cemento della nostra relazione. Vedere che la condividevi con un altro mi ha fatto capire che non ero io a essere speciale. Era la situazione. Il rischio.Il gioco.
Tu non cercavi me. Tu cercavi il ruolo dell’Amante. E quel ruolo può essere interpretato da chiunque abbia abbastanza incoscienza e abbastanza desiderio da seguirti nel buio. Io sono stato licenziato dal cast, e tu hai fatto subito un nuovo casting per coprire il buco nella sceneggiatura.
L’arma che passa di mano
La canzone che ascolto parla di due uomini che si fronteggiano con le pistole. Uno vive, l’altro muore. È la legge del duello. Ma ieri sera, guardando voi due mentre scappavate verso l’uscita di sicurezza come due ragazzini colti in flagrante, ho capito che io ero già morto prima che la musica iniziasse.
Non c’era nessun duello tra me e il nuovo arrivato. Lui non sa nemmeno che esisto. Non sa di camminare su un terreno che è ancora bagnato del mio sangue. Crede di essere il primo, l’unico, il salvatore. Crede di essere quello che ti capisce, quello che ti porterà via dalla noia.
Povero sciocco. Vorrei potergli parlare. Vorrei potergli dire: «Guardami. Io sono il tuo futuro. Io sono quello che diventerai tra sei mesi, quando lei si sarà stancata anche di te, quando la novità svanirà e il rischio diventerà troppo alto».
Lui impugna la pistola adesso. Lui è quello che sta sulla sabbia rossa, pronto a sparare e a farsi sparare per te. Io sono rimasto a guardare, trasformato nello spettro di un amore passato, il testimone muto che sa già come va a finire il film perché l’ha già visto, l’ha già vissuto, l’ha già sofferto sulla propria pelle.
La crudeltà della sostituzione
C’è una crudeltà particolare nell’essere sostituiti. Se tu avessi lasciato me per tornare da tuo marito, avrei potuto dirti: «Ha vinto il dovere». Sarebbe stato nobile, in un certo senso. Ma sostituirmi con un altro amante… questo mi riduce a un oggetto. Mi riduce a una funzione: “Colui che mi fa sentire viva”. E quando la funzione si è inceppata, quando io ho iniziato a chiedere troppo, a diventare pesante, a voler essere una persona e non solo un ruolo… mi hai rottamato.
Hai preso un modello nuovo. Più leggero. Più incosciente. Meno pesante, forse, perché ancora non ha capito le regole del gioco.
Mi sento svuotato. Mi sento derubato non solo del futuro, ma anche del passato. Perché se quello che c’era tra noi può essere replicato così facilmente con uno sconosciuto in un bar, allora quanto valeva davvero? Era amore, o era solo una performance? Eravamo anime gemelle, o eravamo solo due attori che recitavano bene la loro parte in un dramma borghese?
Il dottore dice che questa è la fase della “disillusione radicale”. «Ora vedi l’ingranaggio» mi ha detto. «Ora vedi i fili che muovono le marionette. Fa male, ma è l’unico modo per smettere di applaudire.»
Sangue sulla sabbia
Metto questa lettera nella scatola. Le mani mi tremano ancora, ma non è più per l’amore. È per l’orrore. L’orrore di aver visto il mio fantasma camminare con le tue gambe, ridere con la tua bocca, scappare con la tua paura.
Ho assistito a questa recita e ho capito che non c’era nulla da vincere. La sabbia è rossa, sì. Ma è rossa del mio sangue, versato inutilmente per una donna che aveva solo bisogno di un bersaglio.
Auguro buona fortuna al tuo nuovo pistolero. Ne avrà bisogno. Perché quando la musica finirà, e il fumo si diraderà, si accorgerà di essere solo in mezzo all’arena, proprio come me.
Lo spettro di un amore
Dario Fossati
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