Il corpo tiene il punteggio
Il corpo tiene il punteggio
La mente ha questa strana capacità di mentire a se stessa. Può ripeterti, come un mantra, che stai bene, che il peggio è passato, che sei forte abbastanza per voltare pagina. Ma al di sotto della superficie della coscienza, sappiamo bene che il corpo tiene il punteggio e la carne non mente mai. Il dolore si fa fisico, si ancora alle costole, si trasforma in una presenza solida che respira insieme a te.
Il corpo non dimentica
La mente può mentire. Può dirti che stai bene, che è passata, che sei forte. Ma il corpo tiene il punteggio. Lo stomaco si chiude, la tachicardia ti assale e c’è quella fitta costante allo sterno che è lì a ricordarti del trauma. Il lutto non è un concetto astratto: è un’infiammazione. È un ematoma. È la pelle che rifiuta altri tocchi. Sono le braccia che fanno male al risveglio, come se avessero portato pesi impossibili. È il corpo che si era calibrato sul tuo, e ora che non ci sei è andato in shock.
Tutto passa, il dolore resta
“Il corpo tiene il punteggio” mi ha detto il dottore oggi, mentre mi massaggiavo il petto con il pugno chiuso, cercando di sciogliere un nodo che sembrava fatto di filo spinato.
— Cosa significa? — ho chiesto, con la voce roca di chi non dorme da una vita intera.
— Significa che la tua mente può mentire — ha risposto lui. — La tua mente può dirti che stai bene, che è passata, che sei forte. Ma il tuo corpo non sa mentire. Il tuo stomaco che si chiude, la tua tachicardia, quella fitta costante allo sterno… sono la testimonianza che il tuo trauma è ancora qui. Il lutto non è un concetto astratto. È un’infiammazione, un’ecchimosi, un ematoma.
Eccoci a una nuova lettera. Scritta dal mio “impero di polvere”. Scritta da questo dolore che non accenna a passare. La nostra storia é passata ma il dolore c’è. È reale. È qui, incastrato tra le costole, pulsante come una ferita aperta.
La memoria sensoriale
Ti scrivo per parlarti di come il mio corpo ti sta espellendo. O forse, di come sta cercando disperatamente di trattenerti. Per mesi ho pensato che il problema fosse nella mia testa. I pensieri ossessivi, i ricordi che si ripetono in loop, le canzoni che mi fanno crollare. Ma ora ho capito che il problema è più profondo.
Il mio corpo si era abituato al tuo. Si era calibrato sulla tua temperatura, sul tuo odore, sul ritmo del tuo respiro quando dormivamo abbracciati quei pochi minuti rubati dopo l’amore. La mia pelle aveva memorizzato la tua consistenza. I miei muscoli avevano imparato a modellarsi intorno al tuo corpo. E ora che non ci sei, tutto il mio sistema è andato in shock.
È come l’astinenza da una droga potente. I recettori urlano cercando la loro dose. Le sinapsi sparano a vuoto, cercando un segnale che non arriva più. Mi sveglio nel cuore della notte non per un incubo, ma perché mi manchi fisicamente. Le mie braccia fanno male, un dolore sordo alle articolazioni, come se avessero portato pesi troppo grandi per troppo tempo. È il peso della tua assenza che mi schiaccia.
Il trauma del risveglio e il rifiuto somatico
Succede una cosa peculiare nel momento in cui apro gli occhi al mattino.
Per una frazione di secondo, il mio cervello non ricorda. Sono nel limbo del risveglio, in quello spazio sospeso dove tutto è ancora possibile. Poi, come un ago che entra in vena, la realtà mi colpisce con violenza chirurgica: “Lei non c’è. È finita. Non tornerà mai più”.
E sento la nausea salire. Una nausea fisica, violenta, che non ha niente a che fare con lo stomaco vuoto. Corro in bagno e ho i conati, ma non esce nulla se non bile e amarezza. È il mio stomaco che rifiuta la realtà, che cerca di vomitare via questa verità insopportabile. Il dottore mi ha spiegato che è una risposta somatica al trauma. Dice che il mio corpo sta letteralmente rigettando la perdita, come farebbe con un veleno. E forse è proprio così. Forse sei diventata veleno nel mio sistema. Un veleno che continuo a desiderare anche mentre mi sta uccidendo.
La fedeltà al proprio aguzzino
Ma la cosa peggiore, quella di cui mi vergogno di più e che scrivo solo perché questo foglio finirà in cenere, è quello che succede con mia moglie. L’altra sera mi ha sfiorato. Un gesto semplice, affettuoso, una carezza sulla schiena mentre guardavamo la TV. Un gesto che avrebbe dovuto essere normale, quotidiano, innocuo.
Il mio corpo si è ritratto. Uno scatto involontario, istintivo, come se mi avesse toccato con un ferro rovente. Lei ci è rimasta male.
— Scusa — ha detto, ritirando la mano come se si fosse scottata.
Non potevo spiegarle che non era disgusto per lei. Era fedeltà a te. Una fedeltà biologica, incisa nella carne. Chiunque altro provi a toccarmi sembra “sbagliato”. Sembra un’intrusione. Un corpo estraneo che il mio sistema immunitario cerca disperatamente di rigettare.
Cosa sono diventato? Sono diventato un uomo che non riesce a essere toccato dalla madre dei suoi figli perché la sua pelle sta ancora aspettando l’amante che lo ha abbandonato. Un uomo la cui biologia si rifiuta di accettare ciò che la mente sa già essere vero.
L’organo fantasma
Il dottore dice che devo “riabitare” il mio corpo. Fare sport, correre, sentire la fatica fisica per spurgare quella emotiva. Dice che devo sovrascrivere la memoria sensoriale, insegnando alle mie fibre che possono provare altre sensazioni oltre al dolore.
Così corro. Corro fino a quando i polmoni bruciano e le gambe cedono. Cerco di sostituire il dolore della tua mancanza con il dolore dell’acido lattico, il vuoto emotivo con la concretezza della fatica muscolare. Funziona? Per un po’. Per quei venti minuti in cui il sangue pompa così forte nelle orecchie che non riesco a pensare a nient’altro. Ma poi mi fermo. Il battito rallenta. Il respiro si normalizza. E tu sei ancora lì.
Sei incastrata sotto le mie costole, nel punto esatto dove fa male quando faccio un respiro profondo. Sei diventata parte della mia anatomia, un organo fantasma che continua a mandare segnali di dolore anche se non esiste più.
Potresti avere tutto. Il mio impero di polvere. Ho distrutto tutto per te. Ho ridotto la mia vita a un mucchio di polvere e macerie, e ti offro questo regno distrutto, questo corpo devastato che porta ancora i segni del tuo passaggio. Ma tu non lo vuoi. Tu vuoi il tuo regno pulito, brillante, intatto.
Io resto qui, con la mia corona di spine – le mie bugie, i miei sensi di colpa, la mia insonnia – seduto sul trono di un impero che non esiste più. Ti deluderò. Ti farò male. È quello che hai pensato di me, vero? Che alla fine ti avrei fatto male, che sarei stato pericoloso, tossico, distruttivo. Invece il male me lo sono tenuto tutto io. L’ho ingoiato, l’ho metabolizzato, e ora circola nelle mie vene al posto del sangue. Sono diventato la mia stessa malattia.
Bruciare la memoria fisica per tornare a respirare
Metto questa lettera nella scatola. Spero che il fuoco bruci anche questa memoria fisica, che le fiamme cancellino i segni che hai lasciato sulla mia pelle, nelle mie ossa, nel mio sistema nervoso. Sappiamo bene che il corpo tiene il punteggio e che ogni singola cellula urla ancora la tua assenza, ma questo rito è l’unico modo che conosco per tentare una tregua.
Voglio tornare a essere un corpo, non una ferita aperta che cammina. Cerco la forza per poter essere toccato senza sussultare, per tornare a sentire, finalmente, qualcosa che non sia soltanto dolore. Ma per ora, la carne continua a tenerti qui, incastrata tra le fibre muscolari, impressa nella memoria sensoriale. La mente può mentire e dirmi che è finita. Ma la verità sanguina altrove.
Il corpo tiene il punteggio
Dario Fossati
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