La cronaca di un’estasi clandestina
La cronaca di un’estasi clandestina
In un mondo che corre nel rumore, ci sono stanze dove il silenzio diventa l’unica preghiera possibile. Questa è la cronaca di un’estasi clandestina e della vertigine che sopravvive all’addio.
L’altare del peccato
Mi sentivo un santo. Un santo che prega tra le gambe di un angelo oscuro, cercando una redenzione che la luce del sole non avrebbe mai potuto concedere. Ti ricordi la prima volta? La Stanza numero 20 non era solo una stanza di un albergo a ore, ma un santuario. Appena chiusa quella porta, abbiamo capito che lì dentro le leggi del mondo esterno smettevano di respirare.
Tu eri il mio angelo caduto, la prova vivente che il paradiso non si trova guardando in alto, ma nell’intimità del corpo di una donna. La tua pelle, pallida sotto quella luce artificiale, sembrava brillare di una luce propria, quasi febbrile. Mi hai guardato e hai pronunciato quelle parole che mi hanno marchiato a fuoco: «Prendimi. Portami via da qui». Non era una richiesta di sesso, era un grido di fuga, l’inizio di quella che oggi definirei la cronaca di un’estasi clandestina scritta sulla nostra pelle.
La liturgia di un desiderio proibito
Io volevo solo adorarti. Mi sono inginocchiato davanti a te come un pellegrino che scala la montagna sacra, baciando le tue ginocchia e le tue cosce con la devozione di chi non ha altro Dio a cui votarsi. Sentivo il tuo respiro spezzarsi, diventare irregolare sotto le mie dita, mentre le tue mani cercavano i miei capelli per ancorarti a qualcosa, per non scivolare via.
In quel momento ho capito che il vuoto che resta dopo non era ancora contemplato; esisteva solo il presente assoluto, la carne che si fa spirito in la cronaca di un’estasi clandestina consumata tra quattro mura anonime. Mi sentivo potente e insignificante allo stesso tempo. Ero potente perché ti stavo donando l’unica cosa che nessuno — nemmeno tuo marito — sapeva darti: la certezza di essere l’unica donna al mondo. Ma ero anche insignificante, un semplice strumento del tuo piacere, un’ombra al servizio della tua bellezza.
Il peso del silenzio dopo l’addio
Uscendo da lì, due ore dopo, il mondo era diventato un posto estraneo. Camminavo verso la macchina e tutto mi sembrava grigio, sfuocato, quasi irreale. La realtà era rimasta chiusa tra quelle quattro mura, impregnata del profumo della tua pelle. In quel momento, ho creduto davvero che il tuo corpo fosse l’unica cura possibile per il male di vivere che mi portavo dentro da anni.
Ma la verità è più amara. Gli angeli, quando decidono di volare via, non se ne vanno mai del tutto soli. Si portano via una parte di noi, lasciandoci addosso solo il peso del silenzio. Quello che resta, alla fine, è solo il ricordo vivido di quel naufragio controllato, la memoria indelebile di la cronaca di un’estasi clandestina che nessun abisso saprebbe mai davvero colmare.
La cronaca di un’estasi clandestina
Dario Fossati
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