Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
Quando la Storia attraversa i corpi e le famiglie
Ci sono romanzi che raccontano una storia.
E poi ce ne sono altri che ti costringono a guardarla negli occhi.
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa appartiene senza dubbio alla seconda categoria: è un libro duro, struggente, necessario. Un romanzo che parla di Palestina, di sradicamento, di memoria, ma soprattutto di persone.
Trama in breve
Amal Abulheja è ancora una bambina quando viene portata a Jenin, in Cisgiordania. Attraverso la sua voce – e quella della sua famiglia – il romanzo ripercorre decenni di storia palestinese, partendo dal piccolo villaggio di Ain’ Hod, dove la vita ruotava attorno alla terra e alla produzione dell’olio.
Il patriarca della famiglia è Yehya, nonno di Amal: un uomo religioso, giusto, rispettato, guida morale del villaggio. Accanto a lui c’è Bassima, sua moglie, madre di Darwish e Hassan.
Hassan, il padre di Amal, rompe gli equilibri sposando Dalia, una donna beduina, fiera e testarda, dagli occhi profondi e sinceri. Un’unione nata dall’amore, ma osteggiata dalla famiglia e dalla comunità.
Dopo la morte dei nonni, la famiglia viene deportata dal governo israeliano e costretta a vivere nel campo profughi di Jenin.
Lì non c’è acqua corrente, il cibo è scarso, lo spazio insufficiente. Solo corpi ammassati, fame, paura.
Amal cresce in quel luogo e assiste alla morte di migliaia di persone. La sua infanzia viene inghiottita dalla guerra.
Cosa colpisce davvero
Questo romanzo non edulcora nulla.
Abulhawa riesce però in qualcosa di raro: alterna il dolore più feroce a momenti di luce, di affetto, di amore familiare. La tragedia non è mai fine a se stessa, ma sempre umana.
La vita nel campo profughi è descritta con una lucidità che colpisce allo stomaco. Si sente la polvere, la fame, la paura. Ma si sentono anche i legami, la resistenza silenziosa, la dignità.
È un libro che fa male, sì.
Ma è un male che serve.
A chi lo consiglio
Consigliato a chi, come me, sente il bisogno di conoscere la Storia attraverso le persone, non solo attraverso le date o i titoli dei giornali.
A chi crede che la narrativa possa essere uno strumento di memoria.
A chi è pronto a leggere con il cuore aperto, anche quando fa male.
Trope presenti
- Guerra
- Campi profughi
- Persecuzione del popolo palestinese
- Amore
- Amicizia
- Famiglia
- Memoria
La frase da portarsi via
“Ti hanno uccisa e sepolta nei titoli dei loro giornali, madre.
Come posso perdonare, madre?”
Una frase che racchiude tutto il senso del romanzo: il dolore, l’ingiustizia, l’impossibilità di dimenticare.
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
MiaBlu
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