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Lord of the Ashes

Lord of the Ashes

Quando lo specchio si è infranto, ho creduto ingenuamente che la parte più difficile fosse finita. Avevo smascherato il mio stesso inganno, convinto che la verità fosse una cura. Non avevo capito che la vera battaglia era appena iniziata: imparare a sopravvivere a se stessi e al vuoto lasciato da quella assenza è stata la parte più dura. Perché la consapevolezza non è un anestetico; spesso è un acido che corrode le certezze, trasformandoti in un signore delle ceneri.

Quando lo specchio si è infranto, ho creduto ingenuamente che la parte più difficile fosse finita. Avevo smascherato il mio autoinganno. Ma la consapevolezza non è un anestetico; spesso è un acido. Una cosa è capire che la droga ti sta uccidendo. Un’altra, completamente diversa, è smettere di desiderarla.

Il mio corpo non lo sapeva ancora, che lei non era una dea. Ogni cellula del mio essere era assuefatta non a lei, ma alla sensazione che lei mi provocava. La mia mente aveva capito, ma il resto di me era in piena crisi.

Iniziava con un gesto automatico. Prendere il telefono, scorrere conversazioni vecchie di mesi. Non cercavo più la prova del Fato. Cercavo una dose. Rileggevo le sue parole – “Forse è lì che ti si trova davvero” – e per un istante sentivo di nuovo quel calore. Come un arto amputato che continua a prudere. Ma per un tossico, anche un prurito è meglio del vuoto.

La fame del riflesso

Vivevo in un purgatorio dove ogni istante era una scarica di speranza e odio. La dipendenza se ne frega della logica. La dipendenza è fame. E io avevo fame del suo sguardo.

Questa era la crudeltà vera: non mi mancava la persona reale, quella che forse stava già rivolgendo il suo “sguardo miracoloso” altrove. Mi mancava il riflesso di me nei suoi occhi. Mi mancava l’uomo interessante, profondo e vivo che ero diventato sotto quella luce. Senza il suo specchio, chi ero?

Tornavo a essere il marito fantasma, il professionista annoiato. Ma ora c’era la consapevolezza acuta di ciò che avevo assaggiato. Era come tornare a pane e acqua dopo aver cenato alla tavola degli dei. In quel momento ho capito che la sfida reale non era dimenticarla, ma imparare a sopravvivere quando l’immagine che amiamo di noi crolla e ci lascia soli, come un signore medievale che regna sul nulla.

Un impero di polvere: affrontare il crollo dell’Io

C’era una canzone che scoprii in quei giorni. Una ballad devastante, spoglia come una ferita aperta. Un pianoforte industriale e una voce che confessava il disfacimento senza retorica. Parlava di un impero di polvere, di tutto ciò che si è perso.

La ascoltavo in loop nelle ore più buie. Era il suono della resa. La malinconia divenne una presenza fisica, uno spettro seduto accanto a me. Non era il ricordo struggente di un amore perduto, ma la nostalgia feroce per una versione di me che non esisteva più. Abitavo le rovine della mia stessa vita.

Non potevo più ascoltare la musica che aveva accompagnato il mio “lutto nobile”. Quella nuova confessione spietata era l’unica cosa che riuscivo a sopportare perché non mentiva. Non trasformava il dolore in arte. Lo lasciava nudo e sporco. Come me.

La vera battaglia: sopravvivere a se stessi

Alcune notti il dito restava sospeso sopra il suo nome. Bastava un tocco per sentire quel brivido di connessione, anche sapendo che era falso. Ma non lo facevo. Non per forza di volontà, ma per paura. Paura di scoprire che per lei ero già un ricordo sfocato, mentre io ero ancora paralizzato lì.

I giorni erano esercizi di sopravvivenza. Recitavo la parte del professionista, del padre. Ma dentro c’era quel loop continuo che mi ricordava che mi ero fatto male da solo. Tutto ciò che avevo costruito e distrutto era opera mia.

Non stavo guarendo. Stavo solo imparando a convivere con il fantasma di una sensazione. Capivo che la vera battaglia non era dimenticare lei. Era sopravvivere a se stessi. Sopravvivere all’uomo che lei mi aveva fatto credere di essere e che ora, nel silenzio assordante della sua assenza, non riuscivo più a trovare. Mi sentivo un re delle ceneri, seduto sulle ceneri di un ego bruciato troppo in fretta.

Esistere senza specchi per tornare a vivere

Sopravvivere alla consapevolezza che quell’uomo, forse, non era mai esistito. Che era stato solo un riflesso temporaneo in uno specchio capace di riflettere chiunque lo guardasse con abbastanza disperazione.

Nelle notti più buie, quando quella ballad arrivava al suo climax, mi chiedevo se sarei mai riuscito a smettere di cercare quel riflesso. Se avrei mai imparato a esistere senza uno specchio che mi dicesse chi ero. O se sarei rimasto per sempre un tossico in astinenza che vaga tra le rovine del proprio impero di polvere, cercando una dose di quello sguardo che gli aveva fatto credere, per un momento troppo breve, di essere vivo.


Lord of the Ashes

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.