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Fake plastic love

Fake plastic love

Quella notte, davanti allo specchio del bagno, non c’erano più mitologie a cui aggrapparsi. Non c’era il Fato, non c’era Atlantide, non c’era lo spettro di un destino unico. C’era solo l’immagine di un uomo di quarantadue anni, con gli occhi vuoti, che non si riconosceva più. Il riflesso non era quello di un eroe tragico, ma di un uomo comune che aveva sacrificato tutto per un amore finto.

La resa allo specchio

In quel vuoto, per la prima volta, non ho sentito il bisogno di riempirlo. Ho sentito il bisogno di ascoltarlo. La ricostruzione è iniziata con una resa. La resa all’idea che non ci fosse una soluzione magica, un altro specchio, un’altra canzone che potesse salvarmi. La resa all’idea che dovevo semplicemente iniziare a esistere lì, in quel punto esatto di devastazione che io stesso avevo creato.

Il primo passo non è stato grandioso. È stato minuscolo. E terribilmente difficile. Il giorno dopo, era un sabato. Mi alzai dal letto e, invece di prendere il telefono, andai in salotto. Mia figlia stava giocando sul tappeto, costruendo una delle sue torri sbilenche. Mi sedetti a terra, a qualche metro di distanza, e la guardai.

Solo questo. La guardai.

Non pensavo a lei, non pensavo a me. Cercavo solo di essere lì. Di registrare i colori dei mattoncini, il modo in cui la sua lingua si concentrava tra le labbra, il suono leggero della plastica che si incastrava. All’inizio, la mia mente urlava. Voleva fuggire, voleva una distrazione, voleva il brivido dell’astinenza. Ma io rimanevo lì. Respiravo. E per un minuto, forse due, il rumore si quietò. E vidi mia figlia. Per la prima volta da mesi.

Quella fu la prima pietra. Una pietra piccola, quasi insignificante, posata su un terreno cedevole. Non era amore, non era redenzione. Era solo presenza. Un minuscolo atto di onestà.

Imparare a stare nel disagio

Non ci furono grandi confessioni: come potevo spiegare a mia moglie un disastro di cui non capivo nemmeno io i confini? Il silenzio tra noi rimase, ma cambiò natura. Prima era un silenzio pieno di bugie. Ora, almeno da parte mia, era un silenzio pieno di una verità che non avevo il coraggio di pronunciare.

Ho smesso di cercare surrogati. Ho cancellato ogni traccia della mia vita segreta. E ho iniziato a fare la cosa più difficile di tutte: stare nel disagio. Stare a tavola e sentire il peso delle parole non dette. Stare in macchina e non accendere la radio per coprire il suono dei miei pensieri.

C’era però una canzone che iniziai ad ascoltare in quei giorni. Non l’avevo cercata, era comparsa casualmente in una playlist dimenticata. Partiva con una chitarra liquida, quasi eterea, e poi una voce stanca che cantava di cose finte che sembravano vere. Cantava di un amore finto, di plastica. Di qualcuno che sembrava reale, che sapeva di reale, ma non lo era. E poi quel ritornello ossessivo, ripetuto come una confessione: mi consuma. Mi esaurisce.

La malinconia, la tua ombra

La ascoltavo in macchina, durante quelle lunghe serate in cui guidavo senza meta. E ogni volta che quella voce diceva quelle parole – mi consuma – sentivo che parlava esattamente di me. Della vita finta che avevo costruito. Della stanchezza di tenere in piedi qualcosa che si sgretolava tra le mani.

Non c’era più rabbia, non c’era più devastazione. C’era solo una malinconia liquida, pervasiva, che scivolava nelle ossa e ci restava. Era la colonna sonora perfetta per questa fase: non il dolore acuto della perdita, non l’ossessione compulsiva della ricerca, ma la stanchezza. Quella stanchezza profonda di chi ha smesso di correre e ora deve solo imparare a stare fermo.

La malinconia non se ne andò. Anzi. Senza più distrazioni, divenne la mia ombra costante. Ma smisi di combatterla. Smisi di vederla come un fantasma, e iniziai a riconoscerla per quello che era: il fantasma di me. Di tutte le parti di me che avevo tradito e abbandonato molto prima di incontrarla.

Camminare senza Atlantide

Ho iniziato a camminare. Lunghe camminate senza meta, la sera, dopo che tutti in casa dormivano. E in quelle camminate, ho lasciato che la malinconia mi parlasse. Non mi offriva conforto, non mi dava risposte. Mi teneva solo compagnia, come una vecchia amica che ha visto il peggio di te e non se n’è andata.

A volte, durante quelle passeggiate, quella canzone mi tornava in mente. E capivo sempre meglio cosa significasse. Tutto ciò che avevo inseguito – lo sguardo, la connessione, l’Atlantide – era stato solo un amore finto. Sembrava reale, sapeva di reale, ma alla fine si sgretolava tra le mani lasciando solo quella stanchezza infinita.

E ora dovevo imparare a vivere con la realtà. Non con la versione epica, non con la mitologia, ma con il quotidiano banale e difficile. Mia moglie mi osservava con una domanda negli occhi che non osava pronunciare, mentre mia figlia continuava a costruire torri in solitudine, avendo ormai imparato che papà era “altrove”. Infine c’ero io, costretto a guardarmi senza più specchi.

Non sto più annegando

Non so se questa crepa si potrà mai ricomporre o se il destino ci veda ormai come due estranei gentili sotto lo stesso tetto. È probabile che l’uomo che ero prima non torni mai, e forse è un bene.

Più che guarire o “andare avanti”, sto semplicemente imparando a stare fermo. L’obiettivo è posare una pietra onesta al giorno. Magari significa solo respirare per cinque minuti senza pensare al passato, oppure rispondere a mio figlio restando presente. In altri momenti, guardo mia moglie e non provo amore né colpa, ma una semplice, disarmante tristezza per il male che ho fatto.

Quella canzone con la chitarra liquida e la voce stanca è diventata la mia compagna. Non mi esalta, non mi consola. Mi ricorda solo che tutto ciò che sembrava così importante, così reale, così destinato, era fatto di plastica. E che mi ha consumato. Mi ha esaurito. Ma almeno ora lo so.

E forse sapere è il primo passo verso qualcosa che non è felicità, non è redenzione, ma è semplicemente più onesto. Non ho più mappe. L’Atlantide che cercavo non esiste. E la verità che ho trovato non è esaltante. È una verità piccola, scomoda, e terribilmente semplice: la vita è qui. In questa stanza. Su questo tappeto. Con questa torre che crolla e che bisogna ricostruire, un mattoncino alla volta.

E anche se fa male, anche se la malinconia è l’unica musica rimasta, anche se quell’amore finto continua a ripetere che mi consuma, per la prima volta da anni, sento la terra solida sotto i piedi. Non è terra promessa. È solo terra. Reale. Non di plastica. E anche se non so dove sto andando, so una cosa. Non sto più annegando. Sto solo imparando, faticosamente, a camminare.


Fake plastic love

Dario Fossati

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Fake Plastic Love concept art

Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.