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Intervista Davide Leo: Cucina vegetale e Content Creator

Intervista Davide Leo: Cucina vegetale e Content Creator

La scelta di escludere gli ingredienti di origine animale è stata per te un punto di svolta profondo. In che modo questa decisione ha influenzato non solo la tua cucina, ma anche la tua visione del mondo e del lavoro?

Sì, è stato davvero un punto di svolta, nel senso più pieno del termine. Eliminare gli ingredienti di origine animale non è stato un semplice cambio di materia prima, ma un cambio di sguardo. Ho iniziato a cucinare con più consapevolezza, a chiedermi da dove arrivano gli ingredienti, che storia portano con sé, e che impatto hanno sulle vite — umane e non.
Nel lavoro mi ha reso più coerente, più curioso, ma anche più libero. Ho capito che la creatività non nasce dal “togliere”, ma dal “ripensare”. E questo modo di vedere le cose ha influenzato tutto: dal mio modo di scrivere le ricette al modo in cui mi relaziono con chi siede a tavola.


Nel tuo percorso da Head Chef a consulente indipendente, quali sono le principali lezioni che hai portato con te dalle cucine tradizionali e come le hai reinterpretate nel tuo approccio alla cucina vegetale?

Dalle cucine tradizionali porto con me il rispetto per la disciplina, per i tempi, per il lavoro di squadra. Ho imparato che dietro ogni piatto c’è una costruzione precisa, un equilibrio che non si improvvisa.
Oggi cerco di mantenere quella stessa solidità, ma alleggerendola da tutto ciò che è rigido o dogmatico. La cucina vegetale mi ha permesso di rimettere in discussione tante abitudini e di ritrovare un senso di gioco, di scoperta.
In fondo, la tradizione per me non è un recinto, ma un terreno fertile su cui far crescere nuove idee — sempre con rispetto, ma senza paura di cambiare prospettiva.


La memoria e l’emozione del cibo sembrano avere un ruolo centrale nel tuo modo di cucinare. Come riesci a tradurre i ricordi e le sensazioni dell’infanzia in piatti che parlano anche a chi non condivide la tua stessa storia gastronomica?

La memoria è il mio ingrediente segreto. Quando cucino un piatto ispirato all’infanzia, non cerco di copiarlo, ma di evocarlo. Mi interessa catturare l’emozione che suscitava: il profumo, il calore, la sensazione di casa.
Cerco di trasformare tutto questo in un linguaggio universale, fatto di sapori semplici ma sinceri, capaci di risvegliare ricordi anche diversi, ma affini. In fondo, il cibo ha questo potere meraviglioso: ci unisce nelle emozioni, anche se veniamo da storie diverse.


Oggi si parla molto di sostenibilità e inclusività a tavola. Come pensi che la cucina vegetale possa diventare un ponte tra culture, gusti e sensibilità diverse?

Credo che la cucina vegetale sia già, di per sé, un linguaggio inclusivo. È una cucina che accoglie, che non esclude, che invita a sedersi insieme senza imposizioni.
Usando ingredienti semplici e universali — legumi, cereali, verdure, spezie — si crea uno spazio di incontro tra culture diverse. Ognuno porta il proprio gusto, la propria tradizione, e la tavola diventa un luogo di dialogo.
La sostenibilità, poi, è un atto d’amore verso la vita: non solo verso il pianeta, ma verso chi lo abita. E questo, per me, è il vero senso della cucina.


Guardando al futuro, quali sono le nuove sfide o progetti che desideri affrontare per continuare a far evolvere la tua idea di cucina come esperienza di consapevolezza, rispetto e creatività?

Mi piacerebbe continuare a costruire ponti: tra tradizione e innovazione, tra etica e piacere, tra cucina e racconto.
Sto lavorando a nuovi progetti che uniscono formazione, divulgazione e ricerca, per mostrare che la cucina vegetale può essere alta, emozionale, ma anche accessibile a tutti.
La mia sfida è far capire che dietro ogni piatto vegetale non c’è rinuncia, ma rinascita. E che cucinare con rispetto non è solo una scelta etica, ma un atto creativo e profondamente umano.

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Redazione The Digital Moon

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