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Intervista a Patrizia: La rinascita e la visione

Intervista a Patrizia: La rinascita e la visione


In che modo l’evento del 20 aprile 2010 ha trasformato non solo la tua vita personale, ma anche il tuo approccio al lavoro in salone?

Il 20 aprile 2010 non è stato solo il giorno in cui ho perso una persona fondamentale per me. È stato il giorno in cui ho capito che nulla è scontato, nemmeno il tempo. Fino a quel momento lavoravo tanto, correvo, davo tutto… ma senza rendermi conto davvero di cosa stessi costruendo. Dopo quel giorno ho iniziato a vedere tutto in modo diverso.

In salone ho smesso di lavorare “per fare”, e ho iniziato a lavorare “per lasciare qualcosa”. Ogni cliente non era più solo un appuntamento, ma un momento che aveva valore. È lì che ho iniziato a capire che il nostro lavoro non è solo tecnico. È umano.


Durante il periodo dell’encefalite autoimmune e della perdita di memoria, cosa ti ha aiutata a ritrovare te stessa e una nuova direzione?

Quando perdi la memoria, perdi i riferimenti. Non sei più quella di prima, ma non sai nemmeno chi sei diventata. Quello che mi ha aiutata è stato qualcosa di molto semplice, ma potentissimo: le persone. Mio marito, mio figlio, i miei clienti. Loro mi hanno “ricordata”, anche quando io non riuscivo a farlo da sola.

E poi c’è stata una cosa che ho capito dopo: non dovevo tornare quella di prima. Dovevo costruire una nuova versione di me, più consapevole. È lì che ho smesso di combattere il tempo e ho iniziato a viverlo.


Come cambia concretamente il risultato per una cliente?

    Cambia tutto. Perché la tecnica, da sola, può anche essere perfetta… ma può essere completamente sbagliata per quella persona. Quando ascolti davvero una cliente, capisci cose che lei stessa spesso non riesce a spiegare: le sue insicurezze, il suo stile di vita, quello che vuole… e quello che non vuole più.

    Il risultato non è solo un bel taglio o un bel colore. È un’immagine in cui si riconosce. E quando una donna si riconosce allo specchio, cambia anche il modo in cui si muove, si guarda, si presenta agli altri.


    Nei tuoi libri parli più di visione che di tecnica: qual è il messaggio più importante che vuoi trasmettere a chi fa o vuole fare questo mestiere?

    Che questo non è un mestiere per tutti. Non perché sia difficile tecnicamente, ma perché richiede qualcosa che non si può insegnare: la capacità di mettersi in ascolto degli altri. Io lo dico sempre: il parrucchiere non è quello più bravo. È quello che capisce. Se entri in questo lavoro pensando solo a tagliare capelli, durerai poco. Se invece capisci che lavori con le persone, con le loro storie, con la loro immagine… allora cambia tutto. E diventa una missione.


    Come riesci a intercettare i bisogni reali delle donne prima ancora che diventino richieste esplicite?

    Nella gestione del digitale, è fondamentale la collaborazione di mio marito, nella parte editoriale e tecnica. Io ascolto esattamente come faccio in salone. Solo che nel digitale l’ascolto è diverso. Non è fatto di parole dette davanti allo specchio, ma di commenti, ricerche, dubbi, paure che emergono tra le righe.

    Leggo tutto. Osservo come le donne parlano dei loro capelli, cosa cercano su Google, cosa scrivono sotto un post. E soprattutto, metto insieme quello che vedo online con quello che vivo ogni giorno in salone. È lì che capisci una cosa fondamentale: le domande cambiano, ma i problemi sono sempre gli stessi. E se riesci a intercettarli prima… diventi un punto di riferimento, non solo un parrucchiere.

    Patrizia Pozzato


      Intervista a Patrizia: La rinascita e la visione

      Redazione The Digital Moon

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