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Intervista a Tommy Kuti: Voce che sta cambiando la cultura pop in Italia

Intervista a Tommy Kuti: Voce che sta cambiando la cultura pop in Italia

Il tuo percorso musicale nasce dall’incontro tra rap e sonorità africane: come hai costruito questo stile unico che oggi rappresenta l’Afrobeats in Italia?

Direi che è nato in maniera molto naturale. Io sono cresciuto in Italia, ma con una cultura nigeriana fortissima in casa: Yoruba, Pidgin, i dischi che ascoltavano i miei genitori, le feste di community. Allo stesso tempo, da ragazzino ero immerso nel rap italiano e americano.

A un certo punto ho capito che il mio suono doveva riflettere esattamente chi ero: non una copia di qualcosa, ma un ponte. Ho iniziato a mischiare le ritmiche Afrobeats con la scrittura rap, portando in studio le mie lingue, i miei riferimenti culturali, il mio modo di stare al mondo.

È lì che ho trovato la mia identità. Più diventavo me stesso, più la gente si riconosceva.


Nei tuoi progetti – da Italiano Vero a Community – affronti spesso temi identitari: quanto conta per te portare la multiculturalità nel mainstream?

Conta tantissimo. L’Italia cambia da anni, ma la cultura pop non ha sempre raccontato questa trasformazione. Io sento quasi una responsabilità: far vedere che essere afroitaliani non è un’eccezione, una rarità è una realtà.

Quando parlo di identità, integrazione, seconde generazioni, non è per fare la morale: è per normalizzare. Per far sentire i ragazzi come me meno soli, e per dare al pubblico italiano una narrazione diversa, più contemporanea.

Se la mia musica entra nel mainstream portando con sé queste storie, allora non sto solo facendo canzoni: sto aprendo porte.


Hai esperienze in musica, cinema, teatro, televisione e anche nel content creation: cosa ti spinge a esplorare così tanti linguaggi diversi?

La curiosità. E la voglia di raccontare.

Sono cresciuto guardando mille cose diverse: film, anime, musica gospel, rap, Nollywood. Per me la creatività non ha confini, è un playground. Quando mi sposto da un linguaggio all’altro, non è per “fare tutto”: è perché ogni mezzo mi permette di esprimere una parte diversa di me.

E poi credo che un artista oggi debba essere fluido: passare da un palco a una telecamera, da un reel a un set cinematografico, senza paura. Fa parte del mio modo di stare nella cultura.


Afrowave Milano e la serata Shakara stanno diventando punti di riferimento per la scena afroitaliana: quali cambiamenti culturali stai vedendo nascere grazie a questi progetti?

La cosa più bella è vedere l’orgoglio. Vedere i ragazzi afroitaliani che finalmente hanno uno spazio dove si sentono protagonisti. Con Afrowave e Shakara abbiamo creato un ambiente dove la nostra estetica, la nostra musica, la nostra energia non sono “di nicchia”, ma centrali.

E questo sta cambiando tutto: le persone si sentono più libere di esprimersi, di vestirsi come vogliono, di ballare come vogliono, di portare le proprie culture senza mascherarle. Milano sta diventando una città dove l’afroitalianità non è qualcosa da giustificare: è qualcosa da celebrare.


Con Mama Tolu avvicini il pubblico alla cultura e alla cucina africana: cosa significa per te condividere le tue radici attraverso questo profilo?

Per me Mama Tolu è famiglia. È il mio modo di restituire.

Cibo e cultura, nelle nostre comunità, sono strumenti potentissimi: uniscono, spiegano, fanno capire chi siamo senza bisogno di grandi discorsi. Attraverso Mama Tolu sto facendo scoprire piatti, tradizioni, historias… ma anche un modo di vivere. È un ponte tra le generazioni, tra l’Africa e l’Italia.

E poi è bello vedere persone che magari non hanno mai assaggiato un jollof o non sapevano nulla della cucina yoruba, avvicinarsi con curiosità e rispetto. È un pezzo importante della mia identità, ed è bello poterlo condividere.


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Redazione The Digital Moon

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