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Intervista a Morgan Vezzali: Dal Paesino a inseguire i sogni

Intervista a Morgan Vezzali: Dal Paesino a inseguire i sogni


Roncocesi è un paesino minuscolo con solo chiesa, bar e pizzeria: quali valori “anni ’90” ti ha trasmesso questo luogo e come li porti nel tuo percorso artistico?

Roncocesi mi ha insegnato tutto. È un posto piccolo, dove la gente si conosce per nome e i valori contano più di qualsiasi altra cosa. Lì ho imparato cosa significa il rispetto, la famiglia, l’amicizia vera. Sono valori “anni ’90”, forse semplici, ma solidi: aiutare gli altri, non montarsi la testa, non dimenticare da dove vieni. Oggi li porto in ogni cosa che faccio — nei miei personaggi, nei miei testi, nei miei progetti — perché credo che l’arte vera nasca solo da qualcosa di autentico.


Hai sperimentato lavori come operaio, parrucchiere e in campagna prima di scoprire la recitazione: qual è stato il momento esatto in cui hai capito che il cinema ti faceva sentire “vivo”?

È successo una sera, dopo una giornata qualsiasi. Ero stanco, un po’ perso, e mi sono messo davanti allo specchio come facevo da bambino. Ho iniziato a recitare una scena inventata, e in quel momento ho sentito qualcosa accendersi dentro. Era come respirare davvero, come liberarmi di tutto quello che tenevo chiuso. Ho capito che il cinema era la mia libertà, il mio modo per esprimere chi sono senza paura.


La regista ti ha contattato per un ruolo da protagonista durante gli studi: anche se il progetto si è fermato inizialmente, come ha riacceso la tua passione infantile per recitare davanti allo specchio?

Quando ho scoperto che il progetto si era fermato, ci sono rimasto malissimo. Era come vedere un sogno crollare. Ma quella delusione mi ha ricordato perché avevo iniziato: mi ha riportato al ragazzino che dopo le serate all’Itaghiza tornava a casa, si chiudeva in camera e recitava davanti allo specchio solo per il gusto di farlo. Mi sono detto: “Ok, se non succede ora, lo farò succedere io”. Da lì ho ripreso a studiare, a creare, a credere di nuovo.


Dopo il trasferimento a Roma e la fiction con Gabriel Garko, stai girando un cortometraggio personale sulla separazione dei tuoi genitori e il fratello in Cina: come trasformi quel dolore in creatività?

Il dolore per me è sempre stato una spinta. Non lo nascondo, lo trasformo. Quando scrivo o recito, cerco di dare forma a quella sensazione di vuoto e farla diventare qualcosa di bello, qualcosa che possa arrivare anche agli altri.
La separazione dei miei genitori e la distanza da mio fratello mi hanno reso più consapevole, più profondo. Nel cortometraggio non racconto direttamente la mia storia, ma l’idea di chi lotta per farcela da solo, con la fame e la passione. È il mio modo per dire che anche dal dolore può nascere arte.


Oltre alla recitazione, scrivi musica e stai per pubblicare il tuo primo pezzo: come unisci queste due passioni per raccontare il mondo attraverso le emozioni, come fai nella tua vita quotidiana?

Musica e recitazione per me sono la stessa cosa: due linguaggi diversi per dire la verità. Quando canto o scrivo, non parto dalla testa, ma dalla pancia. Lascio uscire quello che sento, anche se è confuso o fa male. È un modo per raccontare la vita com’è davvero, senza filtri.
La musica mi fa respirare, la recitazione mi fa vivere — e insieme mi permettono di trasformare ogni emozione, anche la più dura, in qualcosa che può toccare gli altri.


Intervista a Morgan Vezzali: Dal Paesino a inseguire i sogni
Redazione The Digital Moon

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