Intervista a Monica Dugo: Dietro le quinte
Intervista a Monica Dugo: Dietro le quinte
Da Dove comincio? (forse dalla fine)
Parlare di me in generale mi imbarazza, vorrei si capisse tutto senza che io dica niente.
Mi viene il dubbio di non avere nulla di interessante o di originale da dire, pur ritenendomi, a tratti,
una persona sia originale che interessata a molte cose e capace di interessare.
Mi semplifico la vita pensando “ciò che hai fatto è ciò che sei”, quindi potrebbe essere semplice
descriversi, ma subito dopo ci ripenso, anche questo mi sembra riduttivo.
E se volevo cominciare dalla fine, mi sembrava più facile, cambio subito idea e preferisco passare
alla prima domanda, che mi riporta un po’ all’inizio, alla mia nascita, al momento in cui non avevo
neanche un nome, e avrei potuto essere chissà chi e fare chissà cosa, o forse no.
Se il nome che porto ha cambiato il mio destino, quale destino avrei avuto con quello che non ho avuto?
Non so se il nome che ho avuto ha cambiato il mio destino, so però che avrei potuto chiamarmi
Sebastiano, erano tutti convinti che fossi maschio, un nome da femmina non era stato neanche
pensato, e nascendo l’8 dicembre, in Sicilia, dove si usa mettere il nome del santo del giorno, la
scelta più normale sarebbe stata Immacolata.
La poca fantasia di mia madre e dei miei parenti è stata supplita da mio padre, che all’anagrafe ha dichiarato Monica. Le cose che sarebbero di fatto ambiate sono, una ipotetica difficoltà nel firmare, nello spelling del nome all’estero, e una probabile presa in giro dei compagni di scuola con una conseguente insicurezza, bassa autostima, di cui non ho mai sofferto, forse per il nome o forse per altro.
Mi tengo stretto il nome Monica. E penso che mi rappresenti meglio di Immacolata, nonostante una spiccata simpatia per la Madonna e tutto ciò che la riguarda, anche la sua immacolata concezione, ma la provenienza da Monaca del mio nome, mi piace, per la capacità e il piacere di stare anche in clausura, sola, godendo della
compagnia degli altri, che ricerco nel piacere di lavorare sui set adesso e nei corpi di ballo in
passato, ma anche della clausura della scrittura solitaria, che mi appartiene oggi.
Cosa rimane davvero di noi, ciò che abbiamo fatto o ciò che abbiamo mancato per un soffio?
Quello che abbiamo fatto ci definisce, soprattutto racconta di noi agli altri, quello che abbiamo
mancato per un soffio rimane impresso nella nostra mente, guida le nostre azioni future,
difficilmente è comprensibile dall’esterno. Ho mancato traguardi per colpa mia o per forza
maggiore, cercare di raggiungerne di simili è una spinta molto forte. La fortuna del lavoro che
faccio è il fatto di avere le seconde possibilità, mancare un provino, subire un rifiuto, rimanere
incinta prima di un lavoro, non preclude di vincere il prossimo provino, di avere una approvazione,
o di rimanere nuovamente incinta.
Qual’è stato il momento in cui ho capito che stavo smettendo… ma solo da domani?
Ho iniziato a lavorare come ballerina a 18 anni, al mio primo provino con Gino Landi avevo sul
petto il numero 69, eravamo 200, prese solo me e un’altra ragazza che smise poco dopo. Mi sono
illusa che fosse facile, è durato poco. Dopo quello, ho fatto innumerevoli provini, con numero sul
petto, con la sensazione di essere davvero solo un numero. Ne ho superati molti, ma anche falliti
altrettanti. Quando ho iniziato a fare l’attrice, ho apprezzato molto il fatto di fare degli incontri
personali per superare un provino. Ma anche lì, ho avuto tante volte la sensazione di essere una
faccia, un corpo, da mettere vicino ad altre facce o altri corpi, le combinazioni per essere scelta non
sempre sono dipese dalla preparazione o dall’essere brava e giusta.
Ci sono momenti della vita in cui prendi i rifiuti con filosofia e grinta, il prossimo andrà bene, ma altri in cui dici non ce la faccio più, il cuore si rompe, il rifiuto ti logora. Dipendere dal giudizio degli altri è frustrante, mi ha portato a dire Domani Smetto, l’ho raccontato nel mio primo cortometraggio, ma ho scoperto che
dipendo più dal piacere di fare questo lavoro che dai giudizi degli altri, basta una telefonata che
riaccenda le speranze, l’eccitazione di fare un provino è maggiore alla delusione di non superarlo, e
quindi smetto, ma domani.
Quale parte di me fa più fatica ad accettarsi: la ballerina con il tutù o la donna che finalmente mangia?
La prima volta che ho sentito parlare di dieta è stata in contemporanea con l’arrivo del ciclo. Avevo
diritto e dovere di essere a dieta, le ballerine vivevano a dieta, in un periodo storico in cui si
prestava poca attenzione a digiuni intermittenti o diete salutari, essere a dieta o trovarne di originali
era un diktat e un vezzo. Mangiavo per una settimana finocchi o mele, spremevo limoni la mattina,
o provavo a fumare, tutto era consentito nella mia testa pur di rimanere magra.
Effettivamente
l’obiettivo era quello, non tanto dimagrire, ma non superare un determinato peso. Ho smesso di
essere a dieta dopo la mia prima gravidanza, durante, ho praticamente digiunato, un po’ per nausee,
gusti cambiati e lavori che prevedevano vestiti succinti, dopo, non ci ho più pensato. Adesso
mangio felice, con il tutù sarei ridicola ma ne ho provato uno di recente e ci entro ancora. Non sono
a dieta ma non smetterò mai di sentirmi la ballerina che sono stata.
Cosa mi rende interessante oggi: le cicatrici, le svolte, o l’ostinazione a non perdere il mistero?
Preferirei avere meno cicatrici, ma penso che le ferite sono state le svolte più importanti della mia
vita. E quando rimangono le cicatrici non fanno più male… quindi, ben vengano. Di perdere il
mistero non mi importa, parto spesso da eventi veri e privati per i miei racconti, l’ho fatto nel mio
film, Come le Tartarughe, la protagonista si richiude in un armadio dopo averlo trovato vuoto. Ho
trovato un armadio vuoto veramente in vita mia, non mi ci sono chiusa dentro, ma ho avuto la
tentazione forte di farlo… l’abilità e lo scopo è di mescolare fatti veri con la fantasia e non lasciare
capire dove finisce la verità e inizia l’invenzione, quindi lasciare sempre un velo di mistero.
Intervista a Monica Dugo: Dietro le quinte
Redazione The Digital Moon
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