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Intervista a Cecilia: La relazione smette di essere una lotta

Intervista a Cecilia: La relazione smette di essere una lotta


Dici spesso che prima dei titoli viene la tua esperienza personale nelle relazioni. In che modo il tuo esserti persa e poi ritrovata ha cambiato il tuo modo di lavorare oggi con le donne?

Dico spesso che la mia esperienza viene prima dei titoli perché è stata la mia ‘palestra’ più dura e autentica. Le dinamiche disfunzionali familiari che ho vissuto hanno agito come una bussola distorta per anni: mi hanno spinta a cercare l’amore in storie che, invece di curarmi, alimentavano le mie ferite.
In quel dolore, mi ero persa. Non riuscivo a mettermi al centro perché non sapevo nemmeno dove fosse quel ‘centro’. Questa mancanza di valore si rifletteva ovunque, specialmente nel lavoro: se non senti di valere come donna, farai fatica a riconoscere il tuo valore come professionista.
Come ha cambiato il mio modo di lavorare oggi?

Oggi non offro solo teoria, ma una comprensione viscerale. Quando una donna mi parla del suo senso di inadeguatezza, io non la ‘studio’, la riconosco. Il mio essermi ritrovata mi permette di:

  • Identificare i sabotaggi: Vedo i pattern di sofferenza prima ancora che lei li esprima.
  • Restituire valore: Lavoro per aiutarla a scindere la sua identità dalle ferite del passato.
  • Agire con empatia radicale: So che per ricostruire una carriera o una vita, bisogna prima ricostruire il diritto di esistere e di essere amate per ciò che si è.

Hai scelto di vivere a Fuerteventura, che definisci “la terra del nulla”. Cosa ti ha insegnato il silenzio esterno sul caos emotivo che molte persone vivono nelle relazioni?

    Definisco Fuerteventura ‘la terra del nulla’ non per mancanza di bellezza, ma per la sua straordinaria capacità di fare pulizia. È un luogo dove il deserto si fonde con l’oceano e il cielo, e questa assenza di stimoli visivi, acustici, sociali, agisce come uno specchio.

    Il silenzio dell’isola mi ha insegnato che il caos emotivo nelle relazioni è spesso un rumore che usiamo per non ascoltare noi stesse. Nelle relazioni disfunzionali, ci riempiamo di drammi, dubbi e ansie per non affrontare il vuoto interiore. Fuerteventura mi ha insegnato che:

    Il ritorno all’essenziale: Quando vivi con ciò che è ‘basico’, capisci che la maggior parte dei bisogni che cerchiamo di colmare attraverso gli altri sono proiezioni. Impari che ciò di cui hai bisogno per stare bene è davvero poco, e quel poco deve partire da te. La disintossicazione dagli stimoli: Senza il rumore della città e delle aspettative sociali, sei costretta a guardarti dentro. Se lì c’è caos, lo senti subito. Non puoi più scappare.

    La connessione profonda: La natura qui non ti chiede di essere diversa da come sei. Mi ha insegnato a riportare le donne che seguo a quella stessa autenticità: spogliarsi del superfluo per ritrovare la propria voce, quella che è stata soffocata per troppo tempo dal bisogno di approvazione.


    Lavori con donne che in amore si sono perse e finiscono per accontentarsi di briciole. Qual è, secondo te, la paura più grande che le tiene incastrate in relazioni che non le nutrono?

    La paura più grande è spesso invisibile, perché è travestita da familiarità. Molte donne restano incastrate in relazioni che non le nutrono perché il nostro cervello non cerca ciò che ci rende felici, ma ciò che riconosce come ‘noto’.

    Il vero ostacolo è il legame con le ferite del passato — abbandono, ingiustizia, umiliazione, rifiuto — che agiscono come magneti. Siamo portate a cercare partner che riattivano esattamente quel dolore, non perché siamo destinate a soffrire, ma perché la nostra mente confonde l’intensità di quella ferita con l’amore.
    Oggi, inoltre, questa dinamica è esasperata dalla tecnologia:

    • L’illusione della vicinanza: I social e le app rendono il distacco molto più difficile. Il controllo costante o le ‘briciole digitali’ (un like, un messaggio sporadico) tengono in vita una speranza fittizia.
    • Il rinforzo intermittente: La tecnologia facilita quegli atteggiamenti disfunzionali che creano una vera e propria dipendenza biochimica, rendendo il distacco non solo una scelta emotiva, ma una sfida fisiologica.

    Rimanere in queste relazioni non è una mancanza di forza di volontà, ma il risultato di un sistema che vede nel dolore qualcosa di familiare e, quindi, paradossalmente sicuro. Il mio lavoro consiste nell’insegnare al cervello e al cuore che familiare’ non significa ‘giusto.


    Viviamo in un’epoca di connessioni continue ma di grande solitudine emotiva. Cosa sta mancando davvero oggi nelle relazioni, al di là delle app e dei social?

    Oggi viviamo nell’era dell’iper-connessione, eppure la solitudine emotiva non è mai stata così profonda. Quello che manca davvero non è la possibilità di incontrare qualcuno, ma il coraggio di restare.
    Al di là delle app e degli schermi, nelle relazioni di oggi mancano tre pilastri fondamentali che i social hanno indebolito:

    • Il coraggio della vulnerabilità: Mostrarsi autentiche oggi fa paura. Temiamo che, facendoci vedere senza filtri, verremo rifiutate. Quindi costruiamo maschere perfette che però impediscono all’altro di amarci per chi siamo davvero.
    • La fiducia come atto di coraggio: Abbiamo così paura di soffrire che restiamo sulla soglia, pronte a scappare al primo segnale di difficoltà. Ci dimentichiamo che non può esserci amore senza il rischio di perdere.
    • La capacità di ‘lasciarsi andare’: I social hanno enfatizzato l’illusione che ci sia sempre un’opzione migliore a portata di clic. Questo ci impedisce di investire emotivamente, portandoci a scambiare la comodità con l’intimità. Abbiamo barattato la profondità con la sicurezza. Ma la verità è che non ci si può connettere davvero restando protette dietro un vetro. Per amare bisogna avere il coraggio di essere fragili, ed è proprio questo ritorno all’umanità senza filtri che cerco di trasmettere alle donne con cui lavoro.

    Dici che non lavori per “aggiustare” le relazioni, ma per riportare le persone a sé. Cosa cambia concretamente nel modo di amare quando una donna torna davvero a se stessa?

    Cambia tutto, perché cambia la prospettiva: si passa dal bisogno alla scelta. Il mito della ‘metà della mela’ è uno dei più pericolosi che esistano, perché ci suggerisce che siamo esseri incompleti.
    Quando una donna torna davvero a se stessa, comprende una verità fondamentale: non si può amare autenticamente finché si cerca nell’altro qualcuno che riempia i propri vuoti. Se usi l’altro come un ‘tappo’ per le tue mancanze, non lo stai amando, lo stai usando per non sentire il tuo dolore.

    Ecco cosa cambia concretamente:

    • Fine del baratto emotivo: Non dai più un pezzo di te in cambio di briciole di attenzione. Capisci che la tua integrità non è negoziabile.
    • Resilienza all’assenza: Se non affidi le chiavi della tua felicità a qualcun altro, la sua eventuale partenza non ti distrugge. Le persone non sono presenze fisse e stabili; se la tua casa interiore è solida, non crolla se un ospite decide di andarsene.
    • Amore come condivisione, non come salvataggio: Smetti di cercare un salvatore o qualcuno da salvare. Inizi a cercare un compagno con cui condividere il viaggio, restando intera. Tornare a sé significa capire che, se anche quella persona dovesse sparire, tu resti a te stessa. Non lasci un pezzo di te nelle mani di chi se ne va, perché quel pezzo lo hai ripreso e messo al sicuro nel tuo centro.

    Intervista a Cecilia: La relazione smette di essere una lotta

    Redazione The Digital Moon

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