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Intervista a Layco: La musica come identità

Intervista a Layco: La musica come identità

In che modo il tuo vissuto tra Basilicata, Congo e Milano ha influenzato il tuo modo di scrivere e di cantare?

Ho vissuto in Basilicata fino ai miei 14 anni, mi sono poi trasferito in Africa (Congo) fino ai 18, per spostarmi infine a Milano, dove ormai vivo da quasi 5 anni. Avendo trascorso così tanto tempo in contesti nettamente diversi l’uno dall’altro, ho avuto l’enorme privilegio di poterne assaporare la quotidianità, se non punto focale della mia scrittura. La quotidianità é semplicemente vita, ed io di vita canto.

Attraverso essa sento, mi emoziono, mi innamoro, mi rattristo, mi rassereno e ne racconto. Scandire sulla mia pelle diverse tipologie di realtà, mi ha dato la possibilità di avere una visione più ampia sulla diversità oggettiva delle persone.

Al contempo mi ha fatto capire quanto davvero piccolo sia l’essere umano, e che nel grande schema delle cose, viviamo tutti le stesse emozioni, ci innamoriamo tutti di una persona per la quale piangeremo e per la quale rideremo poco dopo, ci alziamo tutti la mattina con la speranza di vivere a pieno ogni boccata d’aria. Siamo tutti vittime della speranza e dell’amore e abbiamo tutti paura della morte. Ma la vita va avanti e ognuno di noi di queste emozioni ne fa quello che vuole. É così che io scrivo, racconto, canto. Delle persone, dell’amore, della vita. Che tra la Basilicata, l’Africa e Milano, le emozioni hanno sempre lo stesso bagliore.


Hai spesso definito il canto come “il riflesso della tua anima”: cosa riesci a dire cantando che non riesci a esprimere a parole?

Il canto e la scrittura sono il miglior modo che ho di esprimermi. Il “riflesso della mia anima” vuole indicare la più sincera forma della mia verità. La mia voce, il mio canto, la mia scrittura, sono il fulcro della mia essenza perché raccontano di me ciò che spesso evito di dire a parole, quello che temo di dire ad alta voce. Per paura di non approfondire adeguatamente l’argomento di cui voglio parlare, o per il panico che le parole escano in modo errato.

I miei timori più grandi, così come le mie gioie più imponenti, sono sempre state trascritte attraverso la mia arte. Ho fatto coming out alla mia famiglia scrivendo una canzone, ho elaborato la perdita di mio nonno dedicandogliene una. Ciò che reputo più affascinante di tutto questo flusso di emozioni rovesciato in musica, é la “fotografia” che viene scattata ad un sentimento, il quale indubbiamente evolverà, ma che attraverso una determinata canzone, attraverso determinate parole, rimarrà un’immagine, un momento catturato che sfocerà in una nostalgica emozione alla quale poter fare ritorno. Per crescere, per trasformarsi.


Il rapporto musicale con tuo padre e brani come Il Pescatore che ruolo hanno avuto nella costruzione della tua sensibilità artistica?

Il rapporto con la mia famiglia è stato fondamentale per la costruzione della mia sensibilità artistica. Non posso che reputarmi immensamente fortunato per il supporto che mi è stato regalato e che continuano a offrirmi. Non è scontato che un genitore creda nell’irrealizzabile sogno di un bambino eccentrico, eppure questo dono mi é sempre stato fatto, senza mai farmi sentire “non abbastanza”, “non all’altezza”.

Una delle canzoni che ho dedicato a mia madre si chiama “Talloni”, proprio per il suo solito dire “vola più in alto che puoi e permettiti di tenere i talloni saldi a terra se necessario, solo per non cadere, ma quando avrai voglia, sarà proprio su quei talloni che dovrai darti una spinta e prendere il volo”. Mio padre mi ha trasmesso l’amore per la musica da quando ero piccolo, grazie alle lunghe serate riuniti al tavolo dopo cena con la chitarra a cantare per ore ed ore.

La nostra canzone di rito era ed è tuttora “Il pescatore” di Pierangelo Bertoli e La Mannoia. Era un momento di unione: per mio padre era un modo di trasportami nel suo mondo, per me una porta aperta pronta ad inondarmi di contentezza. Questa semplice connessione, questo legame così puro e sincero é stato un modello talmente importante per me, da volerlo ricercare nella mia musica, da volerlo rincorrere nelle mie canzoni, rendendomi più sensibile e consapevole delle mie emozioni.


Parlare tre lingue e aver studiato comunicazione: quanto incidono questi aspetti nella tua scrittura e nella tua visione della musica?

Parlando italiano, inglese e francese ed essendo un amante delle lingue, ho sempre trovato interessante la loro funzione a livello musicale. Quando ero più piccolo scrivevo canzoni solo in inglese, influenzato dalla musica che ascoltavo, prettamente americana. Col tempo ho iniziato ad apprezzare la scrittura italiana fino a sperimentare anche con quella francese, rimanendone piacevolmente colpito. I modi di dire, le rime, la posizione della parole all’interno di una frase, la formula della costruzione di una domanda, sono tutte particolarità che cambiano forma in ogni lingua.

Per me è quindi affascinante ricercare una possibile chiave di scrittura che mi permetta di esprimermi in qualunque idioma io voglia farlo. Conto di portare delle canzoni scritte in francese nel mio percorso artistico e, avendone già scritte diverse, sono molto curioso di vedere cosa ha in serbo per me il futuro (la mia preferita al momento si chiama “Fais-moi la guerre”).


Se dovessi spiegare a chi ti ascolta perché senti che la musica sarà parte di te per tutta la vita, cosa diresti?

Il mio legame con la musica si racchiude nella semplicità della mia esistenza. Vivo perché sono musica. É così semplice. Immaginare di respirare senza la sua presenza per me sarebbe come chiedere ad un pesce di vivere sulla terra. Non avrei significato, non avrei direzione. La mia vita è scandita dal canto, é dettata dalla mia voce. Mi definisce e mi descrive, mi rappresenta e mi consola. La musica è un punto di unione per il popolo, é messaggio di pace, é necessaria rivolta.

Noi abbiamo bisogno di essa tanto quanto lei ha bisogno di noi. É un legame equilibrato. L’equilibrio, la musica per me è questo. É stabilità e cielo sereno. Sono certo che farà parte di me per sempre perché se è vero che tutto ha un senso, non ho alcun dubbio che il mio sia questo.


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    Redazione The Digital Moon

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