Intervista a Pedalate che Parlano: Scopriamo la tua storia
Intervista a Pedalate che Parlano: Scopriamo la tua storia
Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la bici non era più solo un allenamento, ma uno strumento per rimettere insieme i pezzi dopo il lutto che hai vissuto?
Il momento esatto in cui ho capito che la bici non era solo un allenamento, ma uno strumento per mettere insieme i pezzi è stato quando la fatica non veniva percepita, ma era un modo di condividere una fatica in due, la quale eravamo appassionati entrambi, quindi ogni fatica, ogni sfida la vivevo come un modo per esser più vicino a quella persona e quindi mi faceva star meglio
Guardando indietro al periodo in cui inseguivi l’idea dell’“essere atleta” a tutti i costi, quale pensi sia stato il segnale più evidente che stavi oltrepassando un limite importante per la tua salute?
Il segnale più evidente è stato il mio corpo che ha iniziato a lanciare veri e propri SOS. Mi ammalavo continuamente: bronchiti, febbre, ricadute una dopo l’altra. E non era perché non mi curassi o perché trascurassi qualcosa… era proprio il mio fisico che mi diceva “basta”.
Era come un allarme interno che avvertiva: “se continui così, andiamo fuori strada”.
Quello è stato il campanello d’allarme che mi ha fatto capire che stavo oltrepassando un limite importante. E avere accanto la mia compagna, che con lucidità mi ha mostrato la realtà dei fatti, è stato fondamentale. Mi ha aiutato a vedere ciò che io, preso dalla frenesia dell’“essere atleta a tutti i costi”, non riuscivo più a riconoscere.
In che modo il diventare padre ha trasformato non solo le tue uscite in bici, ma anche il significato che attribuisci alla fatica, alla resilienza e al tempo dedicato a te stesso?
Diventare padre ha trasformato completamente il mio rapporto con la bici e con il significato della fatica.
Nel primo anno di vita di mio figlio ho quasi messo da parte la bici. Non lo definirei una privazione, ma una scelta naturale: stavo lasciando spazio a qualcosa di immensamente più grande. Guardarlo crescere, giorno dopo giorno, è stata — e continua ad essere — l’emozione più intensa della mia vita.
Mettere in pausa una parte così importante di me è stato complicato, perché la bici è sempre stata un equilibrio, uno sfogo, un modo per sentirmi bene. Ma allo stesso tempo sapevo che c’era un nuovo “pezzo” della mia vita che meritava tutta la mia presenza.
La mia compagna è stata la prima a notare un velo di malinconia in me. Ed è proprio grazie al suo amore e alla sua sensibilità che ho trovato di nuovo il mio spazio: mi ha spinto a riprendere la bici in modo sano, non più per inseguire qualcosa, ma per dedicare del tempo a me stesso e tornare a casa con il sorriso.
Oggi pedalare ha un significato diverso: la fatica è più leggera, la resilienza più profonda, e il tempo sulla bici è diventato un modo per ricaricarmi e per essere un padre migliore quando rientro. La bici non è più una fuga, ma un ritorno.
Come riesci oggi a mantenere un equilibrio tra passione, miglioramento personale e vita familiare, evitando che la bici torni a diventare una fuga invece che un sostegno?
Oggi il mio equilibrio si basa su due pilastri: la famiglia e il mio sacrificio personale.
Per conciliare tutto devo incastrare lavoro, orari, turni e vita domestica, spesso svegliandomi a ore impossibili pur di allenarmi senza togliere tempo a chi ho accanto. Le sveglie all’alba sono sempre state pesanti, ma ora hanno un significato diverso: so che sto unendo l’utile al dilettevole, che sto coltivando la mia passione senza sottrarre nulla alla mia famiglia.
Pedalare presto, rientrare prima, contribuire in casa… tutto questo mi ha insegnato che la bici può essere un sostegno sano, non una fuga.
E la cosa che noto più di tutto è che mi sento più energico durante la giornata: è come se questa organizzazione fosse diventata una forma di rispetto verso chi amo e verso me stesso.
La bici oggi non è al centro della mia vita, ma fa parte di un equilibrio più grande, quello familiare. E proprio perché la metto al posto giusto, continua a darmi forza invece che drenarla.
Qual è il messaggio più urgente che senti di voler trasmettere sulla sicurezza ciclistica, soprattutto alla luce delle esperienze e delle emozioni che solo la strada ti ha insegnato?
La sicurezza ciclistica per me è un tema delicato, quasi personale. Sono tanti anni che pedalo su strada, e soprattutto negli ultimi tempi ho percepito un cambiamento: la convivenza tra ciclisti e automobilisti sta diventando sempre più difficile.
La prima cosa che voglio dire — anche se può sembrare scomoda — è che noi ciclisti per primi dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. A volte ci facciamo odiare per comportamenti sbagliati, per leggerezza o per mancanza di buon senso. E quando agiamo così, non solo rischiamo la vita, ma la rendiamo difficile anche a chi condivide la strada con noi.
In quasi quindici anni che vado in bici, non ho mai litigato con un automobilista. Non perché io sia speciale, ma perché ho sempre scelto la strada del rispetto: rispetto verso chi guida, ma soprattutto rispetto verso me stesso, perché non voglio farmi male né creare problemi agli altri.
Prima ancora di parlare di normative, piste ciclabili, assicurazioni o patenti, io partirei da una cosa semplice ma fondamentale: il rispetto reciproco.
Dobbiamo ricordarci che ogni ciclista ha una storia, un passato, delle emozioni che si porta dietro mentre pedala. Ma lo stesso vale per chi è al volante: anche quell’automobilista ha una vita, magari un problema, un dolore o una giornata complicata di cui noi non sappiamo nulla.
Credo che il messaggio più urgente sia proprio questo: non sappiamo mai cosa sta vivendo la persona dall’altra parte del manubrio o del volante. E proprio per questo dovremmo imparare a rispettarci di più, perché la strada può essere un luogo sicuro solo se ognuno fa la sua parte con responsabilità, empatia e umanità
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Redazione The Digital Moon
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