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Intervista a Giuseppe: Il legale dell’Italia digitale

Intervista a Giuseppe: Il legale dell’Italia digitale


Giuseppe, classe 1994 e avvocato dal gennaio 2025, hai un passato da “nativo digitale”: da adolescente hai fondato Virtual Generation, una community online diventata punto di riferimento in Italia, dove hai appreso il coding front-end e il marketing. In che modo questa forte comprensione tecnica, sviluppata “dall’interno”, ti dà una marcia in più nel capire e risolvere i problemi legali dei tuoi clienti rispetto a un approccio forense tradizionale?

La tecnologia è sempre stata parte del mio percorso. Prima ancora di studiare giurisprudenza sviluppavo siti web, gestivo community online e studiavo marketing digitale. Questo mi ha permesso di capire come funzionano le piattaforme, i modelli di business e gli strumenti che oggi utilizzano creator e aziende.

Quando un cliente mi parla di un funnel, di una campagna Meta, di un SaaS o di una piattaforma di affiliazione, non devo prima capire il contesto tecnico, mi rendo conto che per un avvocato sia cosa rara, anche se presto saremo moltissimi perché il settore è bello.

Oggi il diritto digitale richiede un approccio multidisciplinare. Prima viene la conoscenza tecnica e poi la norma.


Il tuo studio legale è interamente digitale e si rivolge a una fetta ben precisa di mercato: creator, freelancer, agenzie e business digitali. Quali sono i dubbi o i vuoti legali più frequenti che riscontri in chi lavora nell’economia dei creator e quanto è complessa, oggi, la tutela della proprietà intellettuale e della privacy (GDPR) in un ecosistema in costante evoluzione?

Il problema principale è che alcuni professionisti del digitale iniziano a lavorare senza una struttura legale. Spesso mancano contratti (o peggio ancora li fanno scrivere all’AI), accordi sulla proprietà dei contenuti, informative privacy aggiornate o procedure per trattare correttamente i dati personali.

Si pensa che il GDPR sia solo un banner dei cookie, quando in realtà riguarda l’intera organizzazione dell’attività. Lo stesso vale per la proprietà intellettuale: un contenuto pubblicato online può essere copiato, riutilizzato o sfruttato economicamente da chiunque.

Il mio lavoro consiste soprattutto nel prevenire i problemi.


Nel tuo arsenale professionale non ci sono solo i codici della legge, ma anche strumenti proprietari di analisi forense per le criptovalute e competenze per gestire reati informatici o contenziosi DSA (Digital Services Act) contro colossi come Meta. Ci spieghi come si affronta, dal punto di vista legale e telematico, una battaglia contro le grandi piattaforme o il recupero crediti online?

Oggi molte controversie si svolgono quasi interamente online. Pensiamo a un account Instagram sospeso, a un wallet di criptovalute coinvolto in una truffa o a un contenuto rimosso da una piattaforma.

In questi casi serve un approccio che unisca diritto e tanto tecnicismo. Ad esempio, nell’analisi delle criptovalute utilizzo strumenti di blockchain forensics per ricostruire il percorso delle transazioni e raccogliere elementi utili in sede giudiziaria. Nei contenziosi con le piattaforme, invece, è fondamentale conoscere sia la normativa europea, come il Digital Services Act, sia le procedure interne dei provider.

Anche nel recupero crediti il digitale ha cambiato le regole. Oggi molte prove sono costituite da email, messaggi, firme elettroniche, log e documentazione informatica. Saper leggere e valorizzare questi elementi può fare la differenza nell’esito della controversia.


Oltre a essere un avvocato, sei tu stesso un content creator molto attivo su Instagram e TikTok, dove spieghi il diritto applicato al web. Come riesci a tradurre il “legalese” in pillole social immediate, pop e accessibili senza però perdere il rigore e l’autorevolezza che la tua professione richiede?

Il trucco è partire sempre da un caso concreto, mai da un articolo di legge. Se apro un reel con “il comma 3 dell’articolo X” ho già perso la persona dopo due secondi. Se invece parto da “questo creator si è visto bannare l’account per delle ads sbagliate”, quella persona si ferma e ascolta.

Il rigore vive nel contenuto, non nel linguaggio. Posso semplificare le parole senza semplificare la sostanza: dico la stessa cosa che scriverei in un parere, solo senza latinismi e senza subordinate infinite. Tolgo i paroloni e l’autorevolezza resta intatta, la perdo solo se sbaglio il diritto.

Poi c’è un pezzo che con il tempo ho imparato ad apprezzare di più: essere utile prima di essere bravo. Se una persona esce dal video sapendo una cosa in più che la protegge, ha funzionato. Il resto, l’autorevolezza, la reputazione, arriva da sé come conseguenza, non come obiettivo.


Spaziando tra codice, aule di tribunale virtuali e algoritmi, stai ridefinendo la figura dell’avvocato moderno. Guardando al futuro dello scenario digitale italiano, quale credi che sarà la prossima grande sfida giuridica che i professionisti del web dovranno affrontare e come si sta preparando il tuo studio per guidarli?

La sfida più importante sarà l’intelligenza artificiale. Sempre più aziende e creator utilizzano sistemi di AI per creare contenuti, automatizzare processi e prendere decisioni. Questo apre questioni giuridiche come copyright, protezione dei dati, trasparenza degli algoritmi e conformità alle nuove normative europee.

Un’altra sfida riguarda il crescente potere delle piattaforme digitali. Chi lavora online dipende sempre di più da ecosistemi privati che possono incidere sulla continuità del business con una semplice decisione automatizzata.

Il mio studio si sta preparando investendo nella formazione continua e nell’integrazione tra competenze giuridiche e tecnologiche. L’obiettivo è offrire un’assistenza che non si limiti a risolvere i problemi quando nascono, ma che aiuti imprese e professionisti del digitale a prevenirli e a crescere in modo sicuro.

Giuseppe Lo Presti


Intervista a Giuseppe: Il legale dell’Italia digitale

Redazione The Digital Moon

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