Intervista: Il salto che mi ha cambiato la vita
Intervista: Il salto che mi ha cambiato la vita
Quando hai capito che l’atletica leggera e in particolare il salto triplo sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?
Il momento in cui ho capito che l’atletica sarebbe diventata una parte fondamentale della mia vita risale al 2012. Avevo 16 anni, ero un’allieva al mio primo Campionato Italiano di categoria, e arrivai seconda. Quel risultato segnò un punto di svolta: qualcosa dentro di me cambiò. Iniziai a vedere il mio potenziale e a desiderare davvero di allenarmi bene, non solo per migliorare le mie prestazioni, ma per competere con consapevolezza.
In che modo lo sport ti ha aiutata ad affrontare insicurezze e paure, dentro e fuori dalla pista?
Lo sport, e in particolare l’atletica leggera, è sempre stato per me molto più di un allenamento o di un risultato. È una vera palestra di vita. Allenarsi davvero, inseguire certi obiettivi, significa esporsi, mettersi a nudo, guardarsi senza filtri e riconoscere i propri limiti, prima ancora di provare a superarli.
Più il livello sale, più l’atletica ti obbliga a fare i conti con te stesso, non solo con il corpo, ma con il con le paure, le insicurezze, le aspettative, le preoccupazioni. Non puoi evitarle: sei costretto a toccarle con mano, a sentirle, ad affrontarle, e solo passando da lì inizi a costruire qualcosa di più solido: fiducia, consapevolezza, forza. È in quel confronto continuo che impari ad alzare l’asticella, prima dentro di te e poi in gara.
Questa è stata, ed è tuttora, la mia esperienza, e l’atletica mi ha insegnato questo atteggiamento: affrontare ciò che fa paura, restare presente nelle difficoltà e portare tutto questo anche nella vita di tutti i giorni.
Qual è stata l’esperienza agonistica che ti ha fatta crescere di più, non solo come atleta, ma come persona?
L’esperienza agonistica che più di tutte mi ha fatta crescere è stata l’Europeo Under 23 del 2017, in Polonia. Ero lì, avevo conquistato il mio posto in Nazionale, eppure dentro di me convivevano sensazioni completamente opposte: da una parte la consapevolezza di esserci arrivata, dall’altra una testa colma di pensieri negativi, la paura di non meritarmi quel palcoscenico, la sensazione costante di essere fuori posto e il desiderio di tornare a casa.
Quella gara andò malissimo, e mentre gareggiavo non riuscivo a liberarmi dall’idea di essere nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Più cercavo di forzare le cose, più mi sentivo distante da me stessa e da quello che avrei voluto esprimere. Da quel momento, insieme al mio allenatore, abbiamo deciso di iniziare un percorso lungo e profondo, durato anni, con l’obiettivo di migliorare prima di tutto l’aspetto tecnico della disciplina e, di conseguenza, anche il mio approccio mentale.
Ho dovuto imparare lentamente a fidarmi di me stessa, del mio corpo, dei miei mezzi, accettando l’idea di dover smontare e ricostruire. È stato come ripartire da zero, riscrivere una pagina nuova, uscire dalla mia zona di comfort e buttarmi verso qualcosa di sconosciuto, con la consapevolezza che quel passaggio era necessario per diventare un’atleta migliore e, inevitabilmente, anche una persona migliore. Quel percorso non è ancora finito, ma oggi posso dire di essere fiera della persona che sono diventata e del ruolo che l’atletica ha avuto, e continua ad avere, in questa crescita.
Come riesci a trasmettere oggi nel tuo lavoro, i valori e l’amore per lo sport che hai costruito in questi anni?
Cerco di trasmetterli mettendo al centro, prima di tutto, la persona. È qualcosa che ho imparato nel mio percorso da atleta e grazie al mio allenatore, che non mi ha mai trattata come una macchina da risultati, ma come una persona con ambizioni, emozioni, fragilità e bisogni.
Nel mio lavoro cerco di fare la stessa cosa: ascoltare, osservare, adattare il percorso alle esigenze di chi ho davanti, mettendo al primo posto il benessere fisico e mentale, non solo l’obiettivo finale. Credo profondamente che l’empatia sia la base di ogni percorso efficace e che i risultati più veri arrivino quando una persona si sente compresa, non giudicata. La soddisfazione più grande è vedere qualcuno che, allenamento dopo allenamento, prende fiducia in sé e nelle proprie capacità.
Quando lo sport diventa uno strumento per sentirsi più felici, più forti, più sicuri di sé, allora so di aver trasmesso davvero qualcosa. Che si tratti di un contesto agonistico o meno, ogni persona ha il proprio cammino, i propri tempi, i propri obiettivi, il mio compito è accompagnarla, metterla alla prova quando serve e sostenerla nei momenti difficili.
Che messaggio daresti a chi vorrebbe intraprendere un percorso sportivo come strumento di miglioramento personale?
Il messaggio che darei è che lo sport può davvero cambiare il modo in cui ti vedi, non è solo allenare il corpo ma è mettersi alla prova, scoprire di cosa sei capace e imparare a non mollare. Ogni piccolo passo conta e alla fine potresti anche sorprenderti di quanto puoi crescere, sia dentro che fuori.
Intervista: Il salto che mi ha cambiato la vita
Redazione The Digital Moon
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