Intervista a Lucrezia: L’autenticità e la libertà di scegliersi
Intervista a Lucrezia: L’autenticità e la libertà di scegliersi
Lucrezia, dopo cinque anni di insegnamento tra Umbria e Lazio e una laurea conseguita a novembre 2025, nell’estate dello stesso anno hai fatto una scelta radicale: non tornare a scuola a settembre per dedicarti al 100% al mondo artistico romano. Come hai trovato il coraggio interiore di lasciare una strada sicura per abbracciare l’incertezza e la magia del cinema, del teatro e della moda?
In realtà, il desiderio di cambiare era dentro di me da molto prima di iniziare a insegnare. Fin da bambina sapevo che avrei voluto lavorare nel mondo dell’arte e, già a diciotto anni, quando vivevo ancora a Terni, dicevo a mio padre che avrei voluto trasferirmi almeno per un paio d’anni a Roma per provare a diventare cantante e attrice. In un certo senso, quel sogno era già scritto dentro di me.
L’insegnamento è stata un’esperienza importante che mi ha fatto crescere molto, ma lo scorso anno, dopo un periodo particolarmente difficile, mi sono fermata a riflettere. Mi sono chiesta perché continuare a percorrere una strada che non mi rappresentava fino in fondo, quando avevo finalmente l’opportunità di inseguire quella che avevo sempre desiderato. Ho capito che era arrivato il momento di dare una possibilità a me stessa.
Per me non è stata semplicemente una scelta professionale, ma una scelta di coerenza con me stessa. Ho sentito il bisogno di allineare la mia vita con ciò che da sempre sentivo di essere, perché credo che avere il coraggio di ascoltarsi sia il primo passo per costruire un percorso autentico.
Non escludo che un giorno potrei tornare a occuparmi di educazione, magari da un’altra prospettiva, anche in ambito politico o istituzionale. È un tema che mi sta molto a cuore. Tuttavia, oggi sento che il mio posto è nell’arte.
La scuola, comunque, resta un porto sicuro e un’esperienza che porterò sempre con me. Anche quest’anno ho insegnato per due mesi a una classe meravigliosa che ricorderò con grande affetto. Ma ho imparato che, quando sento dentro di me un richiamo così forte verso qualcosa che ho sempre desiderato fare, devo ascoltarlo, preparargli la strada e concedergli lo spazio che merita. È così che i sogni, piano piano, iniziano a diventare realtà.
Il tuo percorso artistico è un mosaico guidato dalla voce e dal corpo: hai iniziato a otto anni con il canto pop, sei passata al musical e lì hai scoperto l’amore per la recitazione cinematografica e teatrale. In che modo queste diverse discipline si alimentano a vicenda quando ti trovi su un set o davanti all’obiettivo come fotomodella?
Credo che queste discipline si alimentino continuamente a vicenda e che, ormai, sia quasi impossibile per me separarle. Ognuna ha arricchito l’altra e ha contribuito a costruire il mio modo di stare su un palco, su un set o davanti all’obiettivo.
Il canto, ad esempio, arricchisce le mie performance teatrali e cinematografiche perché mi ha insegnato a usare la voce come un vero strumento espressivo. Grazie allo studio del respiro, della dizione, del diaframma e del ritmo riesco a veicolare le emozioni in modo più autentico e ad avere una maggiore consapevolezza della mia voce, qualità che ritrovo anche nella recitazione.
La recitazione, invece, mi aiuta tantissimo quando lavoro come fotomodella. Non si tratta solo di posare, ma di raccontare qualcosa. Soprattutto negli shooting artistici, mi piace interpretare un personaggio: lo sguardo diventa uno strumento narrativo e ogni espressione ha un’intenzione precisa. Inoltre, la recitazione mi ha insegnato a essere naturale. Quando reciti non puoi risultare artificiale, e questa autenticità la porto anche davanti all’obiettivo, dove riesco a superare quelle pose più costruite e a rendere gli scatti più vivi e spontanei.
Allo stesso tempo, il lavoro come fotomodella ha influenzato profondamente il mio modo di recitare. Mi ha resa molto più consapevole del linguaggio del corpo, del viso, delle espressioni, dei profili, della luce e di come ogni minimo dettaglio possa comunicare qualcosa. Questa consapevolezza mi fa sentire più sicura sul set e mi permette di gestire la macchina da presa con maggiore naturalezza.
Credo che il punto d’incontro di tutto questo sia stato il musical, che mi ha insegnato a utilizzare contemporaneamente voce, corpo ed emozioni e mi ha dato una maggiore presenza scenica. Oggi ritrovo questa stessa fusione anche nel doppiaggio, disciplina che sto studiando e che considero una sintesi perfetta tra canto e recitazione: anche lì la voce deve essere capace di dare vita a un personaggio.
Mi è capitato anche di unire concretamente queste competenze. In alcuni contest ho presentato una sceneggiatura scritta da me inserendo al suo interno una mia canzone originale, proprio perché sentivo che la musica fosse parte integrante della narrazione. È un modo per esprimermi a trecentosessanta gradi e per lasciare un segno non solo come attrice, ma come artista capace di raccontare emozioni attraverso linguaggi diversi.
In fondo, il filo conduttore di tutte queste discipline è sempre stato uno: raccontare qualcosa di umano. Non mi interessa soltanto interpretare un ruolo o creare un’immagine, ma riuscire a stabilire una connessione emotiva con chi guarda, ascolta o vive quell’esperienza insieme a me. Per questo sento che voce, corpo e sguardo non sono strumenti separati, ma parti dello stesso linguaggio artistico.
Durante il tuo Erasmus in Portogallo hai vissuto con ragazzi di tutto il mondo e oggi parli ben quattro lingue, con l’obiettivo chiaro di aprirti a produzioni internazionali. Quanto ha inciso quel periodo all’estero nel farti capire che il tuo percorso umano e attoriale non doveva avere confini geografici né culturali?
Il mio periodo di Erasmus in Portogallo ha inciso profondamente sulla mia crescita, sia personale che artistica. Prima di partire, non avevo davvero idea di cosa significasse vivere in un altro Paese, immersa in un contesto socio-culturale diverso dal mio. È stata un’esperienza che mi ha insegnato ad aprire la mente e a guardare la diversità come una ricchezza. Mi sono resa conto che ogni luogo ha qualcosa di unico da offrire e che ogni cultura possiede prospettive e potenzialità diverse dalle quali possiamo imparare.
Il momento più decisivo è stato sicuramente quello vissuto durante i sei mesi in cui ho frequentato l’università di teatro in Portogallo. Ho imparato il portoghese recitando, mettendomi alla prova ogni giorno in un contesto completamente nuovo. Imparare una lingua attraverso il teatro mi ha fatto capire che una cultura non si conosce veramente solo studiandola, ma vivendola e attraversandola emotivamente. Quando reciti in un’altra lingua, non impari soltanto nuove parole, ma entri in un altro modo di sentire, di comunicare e di raccontare le emozioni. E’ stata la prima volta in cui ho sperimentato davvero cosa significasse recitare, dimenticarsi chi sei ed essere un personaggio, qualcuno, che non sei tu.
Ricordo in particolare un momento durante le prove di uno spettacolo teatrale: mi sono ritrovata a piangere e a pensare che non potevo tornare in Italia e rinunciare a quella parte di me. Ho sentito chiaramente che non volevo più vivere l’arte solo come una passione, ma che dovevo provare a renderla la mia vita, mettermi completamente in gioco e seguire quella strada fino in fondo.
Quell’esperienza mi ha fatto capire anche che il mio percorso non doveva avere confini geografici o culturali. Vivere con persone provenienti da tutto il mondo mi ha mostrato che la diversità non è una distanza, ma una possibilità di creare, collaborare e crescere insieme. Tornata in Italia, parlando ormai quattro lingue, mi sono resa conto che ero cambiata e che avevo bisogno di un ambiente più internazionale, capace di accogliere tutte le sfaccettature della mia personalità e delle mie ambizioni.
È anche per questo che ho scelto Roma: qui ogni giorno mi confronto con persone provenienti da culture e Paesi diversi, e questo rappresenta per me un enorme stimolo umano e creativo. Credo profondamente che l’arte sia un linguaggio universale e che lo scambio tra culture diverse possa arricchire non solo noi come artisti, ma anche ciò che scegliamo di raccontare.
Roma rappresenta una tappa importante del mio percorso, ma sento che il mio orizzonte è ancora più ampio. Mi piacerebbe costruire una carriera che mi permetta di lavorare in produzioni internazionali, continuando a crescere attraverso l’incontro con persone, culture e realtà provenienti da tutto il mondo.
Sui tuoi canali social sposi e promuovi attivamente i valori della body positivity, dell’accettazione della bellezza naturale e della spiritualità, intesa come capacità di essere creatori della propria realtà. Come riesci a difendere e trasmettere questo messaggio di pura autenticità in due mondi, come il cinema e la moda, che spesso impongono standard di perfezione irraggiungibili?
Sui miei canali social, condivido foto e video in cui mi mostro nel mio modo più autentico, e questo riguarda anche il mio corpo. Il mio corpo non rispecchia pienamente gli stereotipi femminili imposti dalla società: io non mi rado; quindi, ho peli su tutto il corpo, e so che questo non viene accettato a pieno. Le donne, infatti, spesso vengono viste come figure che devono uniformarsi a certi canoni, ed è qui che entra in gioco la mia opposizione al consumismo. Io rifiuto di essere una consumatrice passiva: non voglio seguire un sistema che mi impone come donna di essere in un certo modo e di consumare solo perché mi viene detto. Per questo, più che altro, nelle collaborazioni di moda, specifico fin dall’inizio che non mi rado, perché sono io ad essere responsabile della mia immagine. Non accetto lavori che impongano questo, a meno che non si tratti di un progetto artistico in cui il personaggio richieda un’estetica diversa, e in quel caso ci rifletto.
Per quanto riguarda la recitazione, invece, è diverso: lì interpreto un personaggio, e se il ruolo lo richiede, sono pronta a depilarmi, perché non è più una questione personale, ma una scelta al servizio della storia che sto raccontando.
Per me, tutto ruota intorno alla libertà: ognuno deve avere il diritto di scegliere per sé, senza essere costretto a rispondere a standard imposti, ma sempre nel rispetto della propria identità.
Per me la libertà non consiste nel sostituire uno standard con un altro, né nel dire alle persone cosa devono o non devono fare.
Questo per me è collegato anche a una dimensione più spirituale: credo che ogni persona abbia una propria unicità e che il nostro compito sia conoscerla, accoglierla e darle spazio. Essere creatori della propria realtà significa anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte e smettere di lasciare agli altri il potere di definire chi siamo.
La vera libertà, secondo me, nasce dalla possibilità di scegliere consapevolmente, senza sentirsi sbagliati per le proprie decisioni restando integri con noi stessi.
Nella tua visione, le donne sono ancora troppo spesso schiacciate dall’obbligo sociale di essere perfette e di aderire a rigidi stereotipi di genere. Se dovessi lanciare un messaggio forte alle persone che ti seguono, basato sul tuo concetto di amor proprio e libertà personale, cosa diresti per spronarle a seguire i propri sogni senza paura del giudizio altrui?
Nella mia visione, le donne sono ancora troppo spesso schiacciate dall’obbligo di essere perfette e di aderire a rigidi stereotipi di genere.
Se dovessi lasciare un messaggio forte alle persone che mi seguono, direi questo: smettete di dare così tanto peso al giudizio degli altri.
Don’t give a fuck, nel senso più autentico del termine: non permettete che lo sguardo degli altri diventi il limite della vostra vita. Non significa non avere rispetto per gli altri o vivere senza consapevolezza, ma scegliere di non consegnare il proprio valore al giudizio esterno. Fregatevene di quelle aspettative che vi impediscono di essere voi stessi.
Non dobbiamo più dipendere dallo sguardo di qualcun altro, da chi ci definisce in base alle proprie aspettative o a ciò che la società ci ha insegnato essere “giusto”. Per troppo tempo ci è stato detto di essere gentili, carine, composte, silenziose, di non essere mai troppo: mai troppo forti, mai troppo indipendenti, mai troppo libere. Ma se questo non rispecchia ciò che siamo nel nostro profondo, dobbiamo avere il coraggio di tirarlo fuori.
E dobbiamo accettare anche che, nel momento in cui scegliamo di essere noi stesse, potremmo non essere apprezzate da tutti. Potremmo diventare indesiderabili agli occhi di qualcuno proprio perché non rientriamo più in un ruolo prestabilito. Ma va bene così, perché la nostra vita non può essere costruita sulla ricerca continua dell’approvazione degli altri.
La domanda che dovremmo farci è: “Sto facendo questa cosa perché la desidero davvero, perché appartiene a me, oppure perché mi è stato insegnato che dovevo essere così?”. Dobbiamo allenarci al pensiero critico, imparare a interrogarci e a decostruire tutto ciò che abbiamo interiorizzato ma che magari non ci appartiene davvero.
Solo così possiamo lasciare andare quei “mattoncini” che ci sono stati attaccati addosso nel corso della vita e far emergere la nostra parte più autentica.
E sapete una cosa? La vita può essere vissuta in modo molto più leggero di quanto spesso pensiamo. Tutta questa pesantezza, questa paura del giudizio, questa necessità di essere all’altezza di aspettative esterne, può essere lasciata andare. Quando iniziamo davvero a sceglierci, a essere fedeli a noi stessi, la vita diventa più bella, più libera, più divertente. Non in modo superficiale, ma perché finalmente è una vita vissuta in modo autentico.
Essere liberi, però, non significa semplicemente fare tutto ciò che vogliamo senza consapevolezza. Significa avere il coraggio di scegliere, conoscersi profondamente e assumersi la responsabilità della propria strada. La libertà più grande nasce proprio quando smettiamo di vivere secondo ciò che gli altri si aspettano da noi e iniziamo a costruire una vita che ci rappresenta davvero.
Io mi auguro che ogni donna, ma in realtà ogni persona, riesca a mostrare, a esprimere e a incarnare pienamente chi è davvero, al di là di tutto ciò che ci è stato insegnato e di tutti quei condizionamenti che abbiamo ricevuto, ma che non definiscono la nostra vera essenza.
Intervista a Lucrezia: L’autenticità e la libertà di scegliersi
Redazione The Digital Moon
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