Intervista alla Dott.ssa Alessia: Un Viaggio nella Psicologia
Intervista alla Dott.ssa Alessia: Un Viaggio nella Psicologia
A quattro anni sapevi già cosa volevi fare: cosa ricordi di quel momento e cosa ti affascinava della psicologia, anche se da bambina forse non la conoscevi ancora del tutto?
Sì, sembra incredibile, ma a quattro anni sapevo già cosa volevo fare.
Ho questo ricordo molto vivido di una grande enciclopedia di psicologia che avevamo in casa: era grigia, con l’immagine di un cervello a colori, come un puzzle. Io ero piccolina e la trovavo enorme, ma mi affascinava tantissimo. Passavo il tempo a sfogliarla e a guardare le figure, spinta da una curiosità enorme.
Quell’enciclopedia era lì per un motivo: mia mamma avrebbe voluto diventare psicologa, ma quando ha perso suo padre ha dovuto lasciare l’università per andare a lavorare. Le era rimasto però quel sogno, rappresentato proprio da quei volumi.
Poi, quando in famiglia abbiamo attraversato un periodo difficile, da bambina sono andata anch’io da una psicologa. Non capivo bene perché ci andassi, ma mi piaceva: giocavamo, parlavamo, mi faceva stare bene. E ricordo che un giorno, uscendo da lì, dissi a mia madre: “Io voglio fare quello che fa lei.”
La mia psicologa si chiamava Anita, e da lì è iniziato tutto.
Alle scuole superiori, nonostante mi suggerissero di scegliere il classico, ho seguito la mia intuizione e ho scelto il liceo delle scienze sociali, perché sapevo già che volevo diventare psicologa.
Il sogno di tua madre è diventato anche il tuo: in che modo questa eredità emotiva ha influenzato il tuo percorso personale e professionale?
Sì, sicuramente c’è stata un’eredità emotiva forte, ma la sento come una condivisione, non come una continuazione.
Quando sono diventata psicologa ho percepito che quel sogno lo stavamo in qualche modo vivendo insieme, ma oggi lo sento pienamente mio.
C’è stato anche un momento in cui mi sono allontanata dalla psicologia per dedicarmi ad altro, ma poi la vita mi ha riportato lì. Questo mi ha confermato che non era semplicemente il sogno di mia madre, ma la mia strada autentica.
Quindi sì, è un sogno condiviso, ma profondamente personale.
Qual è stato l’aspetto più difficile del periodo di crisi dopo la laurea e cosa ti ha aiutata a ritrovare la tua direzione?
Il periodo dopo la laurea è stato per me un momento molto difficile, anche psicologicamente. Mi sentivo un po’ persa, come se avessi perso il filo di quello che volevo fare davvero.
A riportarmi sulla mia strada è stato l’incontro con uno psicologo che prima mi ha aiutata a stare meglio e poi, una volta che ero pronta, mi ha fatto appassionare al suo modo di vedere le cose.
Si chiamava Stefano Benemeglio, ed è il fondatore delle Discipline Analogiche, un approccio che mi ha profondamente colpita.
Dopo aver fatto con lui il tirocinio, mi sono iscritta all’albo e sono diventata psicologa.
Posso dire che da un momento buio è nata (o meglio, rinata) una direzione, più autentica e coerente con me stessa.
Cosa significa per te essere una psicologa completa e consapevole?
Credo che non ci si senta mai davvero una psicologa “completa”. È un percorso che richiede crescita costante e consapevolezza continua.
Essere una psicologa completa — per quanto possibile — per me significa saper accogliere più punti di vista. Avere una propria cornice teorica di riferimento, certo, ma anche la capacità di ampliarla, di studiare altro, di restare curiosa e di coltivare costantemente l’osservazione clinica.
Perché la psicologia è teoria e metodo, ma essere psicologi è anche avere la capacità di leggere ciò che accade nelle persone, nei gesti, nei comportamenti.
Mi appassiona tutto ciò che riguarda la psicologia, ma anche la filosofia e la crescita personale. Amo leggere, formarmi, aggiornarmi costantemente. L’inizio della scuola di psicoterapia, per esempio, rappresenta per me un passaggio molto importante, di cui sono particolarmente felice.
Essere una psicologa consapevole, invece, significa ricordarsi ogni giorno che il nostro lavoro è regolato da un codice etico: il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. È ciò che tutela noi professionisti e chi si affida a noi.
Quindi direi: mente aperta, osservazione clinica costante, integrazione dei diversi saperi e rispetto rigoroso del codice deontologico.
Nella tua esperienza, cosa distingue il “fare psicologia” dall’“essere psicologa”?
Essere psicologa, per me, non è solo un titolo professionale, ma un modo di guardare il mondo. È qualcosa che non si spegne mai, neppure fuori dallo studio.
Anche davanti alla sofferenza collettiva — guerre, crisi, ingiustizie sociali — non è possibile fare a meno di leggerla con uno sguardo psicologico: uno sguardo che accoglie, che cerca di comprendere, che tende al sostegno.
“Fare psicologia”, invece, è l’atto concreto: quando sostieni un cliente, quando divulghi, quando educhi. Si fa psicologia anche fuori dallo studio, attraverso la psicoeducazione, la divulgazione corretta, la sensibilizzazione.
Il Codice Deontologico ci ricorda che lo psicologo può informare, educare e promuovere la cultura psicologica, ma deve farlo nel rispetto della verità scientifica e dell’integrità della professione — senza promesse, diagnosi pubbliche o spettacolarizzazioni.
Questa, per me, è la differenza tra il “fare” e l’“essere”: nel primo c’è la tecnica, nel secondo l’identità.
Come hai integrato il mondo del marketing e dei social media con la tua identità professionale?
L’ho fatto avendo il coraggio di mostrarmi.
Credo che i social, spesso percepiti come luoghi superficiali, possano diventare una cassa di risonanza positiva, se usati con consapevolezza.
Attraverso la comunicazione digitale posso portare avanti la mia missione: parlare di salute mentale, far capire che stare bene è possibile — pur attraversando la sofferenza, che fa parte del processo umano.
Le competenze di marketing che ho maturato negli anni in cui mi ero parzialmente allontanata dalla psicologia mi sono poi tornate utili per creare una presenza online coerente, autentica e utile.
E i feedback che ricevo ogni giorno mi confermano che si può fare divulgazione in modo professionale, etico e accessibile.
In che modo comunichi psicologia online senza cadere nel linguaggio tecnico o nel sensazionalismo?
È una domanda centrale, perché la divulgazione psicologica comporta una grande responsabilità.
Quando scrivo o parlo online, mi rifaccio sempre al Codice Deontologico: lo psicologo può divulgare, informare ed educare, ma deve farlo in modo educativo, non terapeutico.
Questo significa evitare diagnosi, etichette, promesse di risultati o interpretazioni indebite.
Significa anche rispettare la privacy e la dignità di chi si rivolge a noi, evitando di trasformare la sofferenza in spettacolo.
La mia regola è semplice: ogni volta che comunico, mi chiedo se sto educando o semplificando. Se sto offrendo strumenti o solo parole.
La risposta deve sempre andare nella direzione della conoscenza, del rispetto e dell’etica professionale.
Qual è il messaggio più importante che desideri trasmettere attraverso la tua presenza digitale?
Il messaggio più importante è che la salute mentale è per tutti.
Che si può stare bene, anche dopo periodi difficili.
E che le relazioni sane esistono: l’amore non deve per forza far male, anche se la complessità dei sentimenti può far soffrire.
Mi piace parlare delle relazioni perché sono lo specchio dell’essere umano: non perfette, ma vere.
Credo che oggi si tenda troppo a etichettare tutto — “tossico”, “narcisista”, “dipendente” — e questo rischia di disumanizzare.
Io preferisco riportare l’attenzione sull’essere umano, nella sua interezza.
Si può stare bene con se stessi e, da lì, costruire relazioni che funzionano.
C’è un momento o una testimonianza che ti ha fatto capire che il tuo lavoro stava davvero facendo la differenza per qualcuno?
Sì, ce ne sono diversi.
I messaggi che ricevo ogni giorno sui social, i feedback di chi mi segue, ma anche quelli più personali — come quello di Stefano Benemeglio dopo il tirocinio — sono per me una conferma preziosa.
Sapere che ciò che condivido può essere d’aiuto, che qualcuno si sente meno solo o più consapevole, è la più grande gratificazione che possa ricevere.
È ciò che mi fa alzare ogni giorno con il desiderio di continuare a fare questo lavoro.
Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione della psicologia e il ruolo degli psicologi nella società dei prossimi anni?
La vedo come una presenza sempre più centrale.
Mi auguro che si superi definitivamente l’idea che la psicologia sia “solo per chi ha un problema”.
La psicologia è per tutti: non tutti devono andare dallo psicologo, ma chi sceglie di farlo compie un atto di consapevolezza e di crescita.
Con l’avvento delle nuove tecnologie, la nostra professione sta certamente cambiando, ma la relazione terapeutica — da cui nasce gran parte dell’efficacia dei percorsi psicologici — resterà sempre una dimensione profondamente umana e insostituibile.
Le nuove tecnologie possono ampliare le possibilità di intervento, ma il cuore del nostro lavoro rimane lo scambio umano, la presenza, l’ascolto.
Spero che nei prossimi anni la psicologia diventi sempre più una forma di educazione e prevenzione, accessibile e diffusa.
Perché quando le persone stanno meglio, anche la società sta meglio.
Siamo individui, ma insieme formiamo il tessuto collettivo: e se questo tessuto è sano, tutto il sistema respira meglio.
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Redazione The Digital Moon
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