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Intervista a Stefano: Dal cinema all’identità comunicativa

Intervista a Stefano: Dal cinema all’identità comunicativa


In che modo Giancarlo Giannini ha influenzato il tuo approccio al doppiaggio e alla recitazione?

Giancarlo Giannini è sempre stato una grandissima ispirazione. Un mostro sacro . Probabilmente è la voce che più mi ha affascinato sin da quando ero piccolo, sia nei doppiaggi che negli spot. Ricordo ancora uno spot Enel del 2004 che avevo praticamente imparato a memoria. Il destino ha voluto che il primo spot che ho realizzato come voiceover fosse proprio in sua “sostituzione” (non perché fossi più bravo, ovviamente), ma perché erano scaduti i diritti legati alla sua voce per quel brand.

Quel brand era Amaro Silano, di cui sono poi diventato voce ufficiale Online si trovano ancora oggi due versioni dello stesso spot: una con la mia voce e una con la sua. È una cosa di cui vado molto fiero. Inoltre, è stato anche uno dei miei maestri nella mia prima scuola di recitazione, e questo ha reso il tutto ancora più significativo.


Il momento in cui hai dato voce ad Amaro Silano, entrando simbolicamente in contatto con Giannini: come ha cambiato la percezione del tuo percorso artistico?

Sicuramente lo vivi come un segno, ma cerchi comunque di mantenere i piedi per terra. Detto questo, è stato uno di quei momenti che ti fanno pensare che forse quella è davvero la strada giusta. Non una conferma assoluta, ma una direzione.


Hai partecipato a produzioni anche internazionali come Dune – Parte 2, The Boys e Criminal Minds. Quali sono le sfide per chi oggi vuole approcciarsi al mondo del doppiaggio?

Dopo aver vinto il Premio Torino Accolla della Stampa nel 2023, ho avuto la possibilità di partecipare a diverse produzioni ed è stata una grande soddisfazione considerando che ho fatto tutto da solo, da auto-candidato. Non c’era nessuna scuola dietro di me. Devo molto alle persone che hanno creduto nella mia tenacia e nella mia voce, in particolare, a Stefania Altavilla, art director del Premio.

Il doppiaggio è un mestiere estremamente complesso e, oggi più che mai, anche molto, molto chiuso. Le sale sono inaccessibili , non si può assistere e chi è all’inizio ha poco margine di errore. È un paradosso, considerando che i grandi hanno avuto molto più spazio di manovra (lo dicono loro stessi in diverse interviste). Questo crea grande disorientamento, soprattutto nella formazione: tanti corsi, tanti workshop, spesso costosi, ma a mio parere ancora troppa poca pratica, che è invece ciò che realmente serve
È un discorso lungo, complesso e anche scomodo, ma necessario. Spesso il business finisce per costruirsi sui sogni e sui progetti di chi vuole entrare in questo mondo.


Durante il periodo Covid hai ampliato il tuo lavoro come voiceover artist collaborando con brand globali. Cosa cambia a livello tecnico ed emotivo tra doppiaggio e voiceover?

Nel doppiaggio devi fare molte operazioni contemporaneamente: ascoltare l’originale, recitare, leggere il copione, seguire il volto dell’attore e andare perfettamente a sync. In più, non è una recitazione completamente tua: devi adattarti alla vocalità e all’intenzione dell’attore originale.

Oggi tutto questo avviene in tempi estremamente ridotti. Nel voiceover, invece, il processo è diverso: ascolti ciò che il cliente immagina emozione, intonazione, impatto e lo restituisci a modo tuo. Hai più spazio creativo e più margine interpretativo. Fanno eccezione alcuni casi pubblicitari, dove il voiceover si avvicina di più al doppiaggio, ma in generale sono due approcci molto diversi.


Nel tuo percorso accademico in linguistica moderna hai esplorato il legame tra recitazione e comunicazione quotidiana. Quali strumenti del doppiaggio possono migliorare il modo in cui comunichiamo ogni giorno?

L’idea che porto avanti è che il mondo della recitazione, del teatro e dell’oratoria codifichi l’efficacia comunicativa da più di duemila anni. Si parte da Quintiliano, passa attraverso la retorica, il teatro, la tragedia, fino ad arrivare ai giorni nostri

A quel punto mi sono fatto una domanda molto semplice: quale miglior mondo da cui “rubare” strumenti, se non quello che da sempre si occupa di comunicazione?

Queste tecniche non nascono solo per intrattenere, ma per avere un impatto preciso sull’ascoltatore. Nell’antichità potevano fare la differenza tra la vita e la morte. Consapevolezze come intonazioni, appoggiature, pause e intenzioni cambiano completamente il modo in cui una persona viene percepita.
E questo vale tanto su un palcoscenico quanto nella vita quotidiana. Il punto non è fingere o recitare nella vita reale, ma prendere ciò che funziona e applicarlo in modo consapevole. Perché, alla fine, la comunicazione è alla base di tutto


Sui social hai un canale che sta crescendo , in cui parli di dizione, performance vocale e curiosità legate al cinema. Cosa vuoi comunicare alle persone?

Mi piace l’idea di raccontare un mondo che per molti è ancora sconosciuto, e farlo a 360 gradi. Non limitarmi alla dizione in senso stretto, ma mostrare quanto la performance vocale possa essere impattante nella vita quotidiana delle persone. Mi interessa creare connessioni: tra il cinema, il doppiaggio e la comunicazione reale. Raccontare parallelismi, aneddoti, dettagli che spesso passano inosservati ma che in realtà dicono molto su come comunichiamo e su come veniamo percepiti.

Allo stesso tempo sono molto appassionato di estetica, soprattutto legata al vintage, agli anni ’90 e 2000, e all’abbigliamento iconico. Mi piace tirare fuori piccole chicche che pochi conoscono: dal cappotto di Marlon Brando alla maschera veneziana di Eyes Wide Shut. In futuro mi piacerebbe anche raccontare realtà artigianali, brand meno conosciuti ma che rappresentano una vera eccellenza italiana. Realtà che oggi vedo emergere sempre di più, e con grande piacere, perché portano avanti qualità, ricerca e attenzione ai materiali.

In un mondo che tende a utilizzare sempre più plastica e derivati, spesso in contraddizione con le stesse sensibilità che dichiara, credo che tornare alla qualità autentica — nei materiali come nella comunicazione sia una direzione fondamentale. In fondo, il filo conduttore è sempre lo stesso: raccontare ciò che ha valore, e renderlo visibile.

Stefano principe


Intervista a Stefano: Dal cinema all’identità comunicativa

Redazione The Digital Moon

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