Intervista a Silvia: Dalla passione alla professione
Intervista a Silvia: Dalla passione alla professione
In che modo la tua doppia identità culturale ha influenzato il tuo stile di scrittura?
La mia doppia identità culturale, italiana e albanese, ha influenzato profondamente il mio modo di scrivere. Sono cresciuta con la sensazione di stare un po’ “tra due mondi”, e questo si riflette spesso nei miei personaggi, che di rado si sentono al loro posto (almeno all’inizio).
Questa condizione mi ha insegnato a guardare la realtà da più prospettive, e mi porta a esplorare temi come l’identità, l’appartenenza e il conflitto interiore in modo molto naturale. Anche sul piano emotivo, credo che le mie storie siano segnate da una certa intensità, legata al valore delle radici, dei legami e delle ferite. Più che nei contenuti espliciti, questa doppia cultura emerge nel modo in cui costruisco i personaggi e nelle sfumature con cui racconto ciò che provano.
Quando hai capito che la scrittura poteva diventare qualcosa di più di un semplice hobby?
Credo di averlo capito nel momento in cui ho smesso di scrivere solo quando ne avevo voglia e ho iniziato a farlo anche quando era difficile. Quando la scrittura è diventata una necessità, più che un passatempo.
All’inizio era uno spazio tutto mio, quasi un rifugio. E lo è ancora, altrimenti si perderebbe la magia. Poi, però, mi sono accorta che sentivo il bisogno di migliorare, di studiare, di dare una forma più consapevole a quello che scrivevo.
Aver deciso di pubblicare, di condividere ciò che ho scritto con un pubblico “freddo” mi ha fatto cambiare prospettiva e mi ha costretta a un esame di coscienza e a un po’ di autocritica. Io ero pronta a questo passo? E, soprattutto, i miei romanzi lo erano? Non lo erano. Perciò ho messo tutto in pausa e ho cominciato, da autodidatta, a studiare il mercato editoriale, le sue dinamiche e tendenze, la narratologia e la struttura delle storie di successo, cosa rende un libro “ben scritto” e pubblicabile… tutt’ora questo processo è in corso!
Sono passata da scrittrice dilettante (cioè che scrive per diletto, per divertimento, essenzialmente per se stessa) a scrittrice professionista (con un approccio strutturato e di lungo periodo, orientato a un pubblico).
La vera svolta è stata rendermi conto che non volevo solo scrivere per me stessa, ma costruire qualcosa, raccontare storie che potessero arrivare anche agli altri. È lì che ha smesso di essere “solo un hobby”.
Quali difficoltà hai incontrato nel passaggio dal digital marketing al mondo editoriale?
Il passaggio non è stato così lineare come pensavo, ma neanche tanto complicato. Venendo dal mondo digital marketing/social (ho lavorato per una piccola azienda per un anno e mezzo), ero abituata a dinamiche molto rapide, orientate ai risultati e con un riscontro quasi immediato. Il mondo editoriale, invece, ha tempi più lenti e logiche completamente diverse, che ho dovuto imparare a comprendere.
Una delle difficoltà principali è stata proprio questa: accettare l’incertezza e la mancanza di feedback immediato. Nel marketing sai se qualcosa funziona in tempi brevi; nell’editoria, spesso lavori a lungo senza avere risposte concrete.
Allo stesso tempo, ho dovuto anche ridefinire il mio ruolo. Non basta saper comunicare o essere creativi (o scrittori) e basta: serve entrare in una dimensione più profonda, legata alla cura del testo, alla sensibilità narrativa e al confronto con altri professionisti del settore. È stato un passaggio complesso, ma anche molto formativo, perché mi ha costretta a rallentare, a mettermi in discussione e a sviluppare uno sguardo più attento e consapevole sulla scrittura. Però, devo dire che sono molto più serena adesso di prima, nonostante l’assenza di stipendio fisso, forse perché sento che questa è la mia vera strada. Ho sprecato gli anni di formazione universitaria? Ho forse perso tempo? Non direi, sinceramente: qualcosa ho imparato. Ogni esperienza può insegnare e non si sa cosa la vita può riservare. Non escludo di ritornare a lavorare nel digital marketing in futuro, chissà…
In ogni caso, i social sono il fulcro di ogni professione al giorno d’oggi, conoscerli può solo fare comodo, anche se non si fa il social media manager di lavoro. Anzi, adesso paradossalmente li uso di più, per promuovere la mia attività di correzione di bozze, farmi conoscere e creare una community di potenziali futuri lettori dei miei romanzi. Quindi, direi che la mia formazione in Economia e Commercio e in Digital Marketing stia dando comunque i suoi frutti, indirettamente.
Cosa ti affascina di più nel lavoro di correttrice di bozze e microeditor?
Quello che mi affascina di più è il lavoro sulle sfumature. Come correttrice di bozze e microeditor, entro in punta di piedi in un testo e cerco di renderlo più chiaro, più fluido, più preciso, senza snaturarne la voce di chi l’ha scritto. Non è l’editing strutturale degli editor, quello che interviene sul contenuto: io mi occupo di forma. È un processo molto delicato, perché non si tratta di riscrivere, ma di ascoltare il testo, capire cosa vuole essere e aiutarlo a diventarlo fino in fondo. Mi piace l’idea di “pulire” la scrittura, togliere ciò che è superfluo e far risaltare quello che c’è già, ma che magari non emerge abbastanza al primo sguardo.
C’è anche una componente molto tecnica che trovo stimolante: l’attenzione al dettaglio, la coerenza interna, il ritmo della frase. Sono aspetti che spesso passano inosservati, ma che fanno davvero la differenza nella qualità finale di un testo. Allo stesso tempo, però, non è mai solo tecnica. Serve empatia, perché stai lavorando su qualcosa che per qualcun altro ha un valore enorme, anche emotivo. Devi sapere dove intervenire e dove, invece, è giusto fermarsi. Essendo scrittrice in prima persona, questo aspetto mi sta molto a cuore e lo comprendo molto bene. In fondo, il mio lavoro è un equilibrio continuo tra precisione e rispetto. Ed è proprio questo equilibrio, così sottile e invisibile, che lo rende così affascinante per me.
Qual è il messaggio o l’emozione principale che vuoi trasmettere con il tuo romanzo “Petals and Claws”?
Con Petals and Claws volevo raccontare cosa significa costruirsi un’identità quando non si ha nulla da cui partire. Viktoria nasce senza passato, senza ricordi, senza una vera origine, e questo la mette fin da subito in una condizione diversa da chiunque altro: non deve solo capire chi è, ma chiedersi se ha davvero il diritto di esistere. Per gran parte della storia vive con la paura che la sua diversità sia un limite, qualcosa che la rende sbagliata o persino pericolosa per chi le sta accanto. Il suo percorso è proprio questo: passare dal rifiuto di sé alla scelta consapevole di esistere e di costruirsi una vita, nonostante tutto.
Quello che mi interessava esplorare è il fatto che, quando non hai radici, ogni legame diventa una scelta. Niente è dato per scontato, e proprio per questo tutto ha un peso diverso: l’affetto, la fiducia, il sentirsi parte di qualcosa. Viktoria deve imparare tutto da zero, non solo a livello pratico, ma anche emotivo.
Il romanzo si muove quindi su due piani. Da un lato è un thriller contemporaneo con sfumature di fantascienza soft, con una tensione costante e una minaccia che incombe, che spinge la storia in avanti e mette continuamente i personaggi sotto pressione. Dall’altro ha un lato molto emotivo e introspettivo, perché tutto ruota attorno all’identità, all’appartenenza e alla paura di non avere un posto nel mondo.
Allo stesso tempo, nel romanzo è presente in modo velato e sottinteso anche una riflessione sulla scienza e sui suoi limiti.
La storia e la protagonista nascono da un atto che va oltre l’etica, e da lì si apre una domanda più ampia: fino a che punto è giusto spingersi, quando si parla di vita? E cosa succede quando ciò che viene creato smette di essere un “esperimento” e diventa una persona, con una volontà e dei diritti propri? Il mood non è rassicurante: ci sono momenti più duri, a tratti anche inquieti, perché la storia mette Viktoria davanti a verità difficili e a scelte che non hanno soluzioni semplici. Allo stesso tempo, però, resta sempre un filo di umanità, qualcosa che tiene insieme anche le parti più fragili. Più che dare risposte, volevo lasciare una sensazione: quella di poter scegliere chi essere, anche quando sembra impossibile, anche quando tutto sembra già deciso al posto tuo. Devo essere sincera: questo non è nemmeno il mio preferito tra i romanzi che ho scritto/progettato! Ci sono legata perché è il primo progetto che ho portato a termine, ormai più di dieci anni fa, e mi sembrava giusto esordire con questo, dargli una possibilità. E poi, essendo sconosciuta, mi serviva una base da cui partire. Non so quante volte l’ho riscritto e revisionato, e ancora è un work in progress, ma spero di arrivare presto a pubblicarlo!
Silvia Fejzulla
Intervista a Silvia: Dalla passione alla professione
Redazione The Digital Moon
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