Intervista a Rodolfo Pessina: Salute mentale e sessualità
Intervista a Rodolfo Pessina: Salute mentale e sessualità
Perché parlare di salute mentale e sessualità insieme è fondamentale, soprattutto per le persone queer e neurodivergenti?
Quando parliamo di salute mentale e sessualità, non stiamo parlando di due ambiti separati che occasionalmente si incrociano. Stiamo parlando di due linguaggi diversi dello stesso sistema: il nostro corpo-mente che esiste, sente, desidera e si relaziona nel mondo. Questa distinzione artificiale che abbiamo ereditato da Cartesio – mente da una parte, corpo dall’altra, sessualità in un cassetto a parte ancora – serve più a mantenere ordine nelle categorie diagnostiche che a comprendere l’esperienza reale delle persone.
Per le persone queer e neurodivergenti, questa separazione diventa ancora più violenta. Il corpo è spesso lo spazio dove si gioca la negoziazione con norme che non ci hanno mai incluso: è il luogo del controllo sociale, del giudizio medico, dell’invisibilizzazionesistematica. È dove ci viene detto come dovremmo desiderare, chi dovremmo essere, quali espressioni di piacere sono legittime e quali vanno corrette. Il contesto in cui esistiamo – fatto di stigma, norme eteronormative, aspettative abiliste – non è uno sfondo neutro: incide direttamente su quanto ci sentiamo sicurə nel nostro desiderio, su quali forme di piacere ci permettiamo di esplorare, su come abitiamo le relazioni.
Parlare di salute mentale senza parlare di sessualità significa spesso parlare di un corpo astratto, che non esiste. Significa perdere pezzi fondamentali dell’esperienza soggettiva: come viviamo il piacere, come gestiamo la vulnerabilità, come negoziamo intimità e confini. E per chi vive ai margini delle norme, come le minoranze queer e neurodivergenti, questi pezzi non sono dettagli – sono spesso il cuore stesso del proprio benessere o della propria sofferenza.
Quanto lo stress da minoranza influisce su desiderio, piacere e relazioni?
Lo stress da minoranza non è lo stress di un brutto episodio, di una settimana difficile, di un momento che passa. È uno stress cronico, strutturale, che si accumula nel tempo e che deriva dal vivere in un contesto che continuamente invalida, minaccia o nega la tua esistenza. È il risultato di microaggressioni quotidiane da parte di soggetti della maggioranza (ex. persone eterosessuali vs omosessuali), del dover sempre spiegare chi sei, di valutare costantemente se un ambiente è sicuro per esprimersi, di metabolizzare messaggi espliciti o impliciti che ti dicono che c’è qualcosa di sbagliato in te.
Il desiderio sessuale non nasce nel vuoto. Ha bisogno di condizioni specifiche: sicurezza percepita, capacità di abbassare le difese, spazio mentale ed emotivo, possibilità di ascolto del proprio corpo. Quando il sistema nervoso è sempre in allertaperché sottoporsi a uno stress, il piacere diventa un lusso. L’ipervigilanza cronica – quella modalità di scansione continua dell’ambiente per potenziali minacce che caratterizza persone appartenenti a una minoranza (anche etnica) – consuma energie enormi e rende difficilissimo connettersi con sensazioni sottili come il desiderio sessuale o l’eccitazione.
Questo stress si traduce in difficoltà concrete: problemi di ascolto corporeo (quando sei abituatə a dissociare per proteggerti, riconnettersi con il corpo è complesso), stanchezza emotiva persistente, calo del desiderio, tensioni relazionali. Spesso le persone si colpevolizzano, pensano di avere “qualcosa che non va” nella loro sessualità. Ma quello che stiamo osservando non è un blocco personale – è un adattamento perfettamente sensato a un ambiente che viene percepito, giustamente, come non sicuro.
Normalizzare questo meccanismo è fondamentale: non sei tu che sei “rotto”, è il contesto che ti richiede un dispendio energetico costante solo per esistere.
È vero che neurodivergenza e sessualità “non funzionano” come ci hanno insegnato a pensare?
Il problema non è mai la neurodivergenza. Il problema è il modello ristretto e normativo di cosa significhi “funzionare bene” sessualmente. Abbiamo costruito narrative rigidissime su come dovrebbe svolgersi un incontro sessuale: quali tempi dovrebbe avere, quali sensazioni dovrebbero emergere, quale livello di spontaneità è “sano”, come dovrebbe manifestarsi il desiderio, quali sono le dimensioni “giuste” dei genitali che si possiedono. Quando qualcuno non si riconosce in questo copione, viene rapidamente etichettato come problematico, non solo le persone neurodivergenti, ma qualsiasi minoranza.
Molte persone neurodivergenti hanno modalità sensoriali diverse: possono essere ipersensibili a certi stimoli o al contrario cercarne di più intensi, possono aver bisogno di maggiore prevedibilità o struttura negli incontri sessuali, possono elaborare l’eccitazione con tempi diversi, possono trovare alcune pratiche “standard” sgradevoli o addirittura dolorose o estremamente noiose. Possono aver bisogno di comunicare in modo più esplicito, di stabilire protocolli chiari, di avere spazi per elaborare l’esperienza.
La sessualità neurodivergente non è difettosa: è incompatibile con aspettative rigide. Ma questo insegnamento si può allargare a tutta la popolazione generale: una sessualità rigida fa male a tutti noi, altrimenti non ricercheremmo costantemente la novità. Ribaltando la prospettiva, quello che emerge è che queste persone non “funzionano male” – funzionano semplicemente fuori da un modello che non è mai stato pensato per includerle. La sessualità, in realtà, è sempre una costruzione negoziata tra le persone coinvolte, non una prestazione da eseguire secondo un protocollo universale. Quando lo comprendiamo davvero, si apre uno spazio enorme per riconoscere modalità diverse di vivere piacere e intimità come legittime e preziose.
Quando un disagio sessuale è una variazione normale e quando invece è qualcosa che merita attenzione clinica?
La variabilità nell’esperienza sessuale è enorme e fisiologica e lo dico da psichiatra, oltre che da sessuologo, per segnalare che solitamente il mio compito è proprio tracciare il limite tra ciò che è “normale/sano” e ciò che non lo è. Il desiderio, la frequenza con cui cerchiamo intimità sessuale, le modalità che preferiamo: tutto questo cambia nel tempo, in base al contesto di vita, alle relazioni, ai livelli di stress, ai cambiamenti corporei, alle fasi esistenziali. Non esiste un “normale” univoco rispetto al quale misurarsi. Questo è il punto di partenza fondamentale.
Detto questo, ci sono due criteri essenziali che possono aiutare a orientarsi: il disagio significativo, cioè quanto questo aspetto della mia vita mi fa stare male? E la limitazione funzionale, cioè quanto limita la mia vita, le mie relazioni, la mia autonomia? Non tutto ciò che è diverso ha bisogno di cura, ma ciò che fa soffrire sì.
La differenza non sta nella “diversità” in sé – essere asessuale, avere un desiderio molto alto o molto basso, preferire pratiche non convenzionali, avere bisogni specifici legati alla neurodivergenza: niente di tutto questo indica automaticamente un problema clinico. Quello che merita attenzione è invece la sofferenza persistente che non si riesce a elaborare, la perdita di agency (la sensazione di non avere più scelta o controllo su questa parte di sé), la confusione accompagnata da un senso di colpa invalidante che non si scioglie con il tempo.
Un altro elemento cruciale è l’impatto relazionale: non nel senso di “devo fare contento il partner”, ma nel senso di quanto questa difficoltà interferisce con la possibilità di costruire relazioni intime in modi che sento autentici per me. Se il disagio diventa pervasivo, se genera isolamento o evitamento costante, se impedisce di esplorare parti importanti della propria identità o delle proprie relazioni, allora può essere utile cercare un supporto professionale.
Ed è fondamentale, in questo percorso, trovare professionistəcompetenti che lavorino in ottica non patologizzante e affermativa. Persone che non partano dall’idea che tu debba “tornare a funzionare” secondo un modello prestabilito, ma che ti aiutino a comprendere cosa sta accadendo, a ridurre la sofferenza e a costruire uno spazio di maggiore benessere rispettando chi sei.
Cosa possiamo fare, concretamente, per prenderci cura della nostra salute mentale e sessuale senza patologizzarci?
La cura non è correzione. Prendersi cura di sé non significa aggiustarsi per rientrare in una norma che non ci ha mai incluso. Significa piuttosto costruire le condizioni perché il proprio benessere sia possibile, partendo da chi siamo davvero e non da chi ci viene chiesto di essere.
Concretamente, questo può significare diverse cose. Prima di tutto: imparare un linguaggio per nominare bisogni e limiti. Non possiamo negoziare o chiedere qualcosa di cui non abbiamo parole. Avere accesso a vocabolari più ricchi – sulla sessualità, sul consenso, sulle pratiche di cura, sulle emozioni – ci restituisce agency. Poi, imparare ad ascoltare il corpo senza giudizio: non come macchina che deve performare, ma come fonte di informazioni preziose su cosa ci fa stare bene e cosa no. Questo richiede pratica, soprattutto per chi ha imparato a dissociare o a ignorare i propri segnali corporei per sopravvivere.
Cercare informazioni affidabili e inclusive è un altro passo fondamentale. Moltissimo del materiale disponibile su salute mentale e sessualità parte da prospettive normate, binarie, eterosessuali, abiliste. Trovare risorse che rispecchiano la complessità delle nostre esperienze – come quelle prodotte da comunità queer, neurodivergenti, kink-aware, poliamore-friendly – fa un’enorme differenza.
E quando serve supporto professionale, scegliere con cura: professionistə che lavorino in ottica affermativa, che abbiano competenze specifiche sulle nostre esperienze, che non partano dall’idea che dobbiamo essere “corretti” ma che ci accompagnino nell’esplorazione e nella riduzione della sofferenza.
Non tutto però è lavoro individuale. La comunità è un pezzo fondamentale della cura: trovare spazi dove non dover spiegare continuamente chi siamo, dove le nostre esperienze sono validate, dove possiamo imparare da chi ha percorsi simili.
La cura inizia quando smettiamo di chiederci “cosa c’è che non va” e iniziamo a chiederci “di cosa ho bisogno”. E spesso la risposta include connessione, appartenenza e riconoscimento tanto quanto include introspezione e lavoro su di sé.
Intervista a Rodolfo Pessina: Salute mentale e sessualità
Redazione The Digital Moon
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