IntervisteSocial Media Management

Intervista a Knoxvill3: Dal Game Boy al content creator

Intervista a Knoxvill3: Dal Game Boy al content creator

Guardando indietro, qual è stato il momento preciso in cui hai capito che il videogioco non era solo una passione, ma sarebbe diventato parte della tua identità e del tuo futuro professionale?

Onestamente, il momento preciso l’ho capito tardi. Da piccolo il videogioco era solo una fuga, uno
spazio tutto mio: avevo il mio Game Boy, i primi giochi, e mi sembrava semplicemente
divertimento.

Poi però, crescendo, ho iniziato a rendermi conto che ogni fase della mia vita era accompagnata dai
videogiochi: quando stavo bene, quando stavo male, quando dovevo staccare la testa o quando
volevo sentirmi parte di qualcosa.

Il punto di svolta vero è arrivato quando ho iniziato a lavorare nel settore e, soprattutto, quando ho
aperto il negozio. Lì ho capito che non era più solo “mi piacciono i videogiochi”.
Vedevo persone entrare, chiedere consigli, raccontarmi le loro esperienze e mi sono reso conto che
sapevo parlare di questo mondo con una naturalezza che non avevo in nessun altro ambito.

Quando, un paio d’anni fa, ho iniziato davvero a fare content creation con costanza, lì è stato ancora
più chiaro: tutto quello che avevo vissuto, giocato, provato, era già parte della mia identità.
Non ho scelto i videogiochi come lavoro: sono loro che, passo dopo passo, sono diventati il filo
conduttore della mia storia. E a un certo punto ho solo deciso di abbracciarlo del tutto.


Il tuo percorso da creator è iniziato con contenuti spontanei e “no sense”: cosa hai imparato da quella fase di sperimentazione che oggi consideri fondamentale nel tuo modo di comunicare?

Quella fase “no sense” per me è stata fondamentale, anche se all’inizio non sembrava. Facevo
contenuti a caso, senza una logica, senza una strategia, però proprio lì ho imparato la cosa più
importante: essere me stesso senza filtri.

Mi ha insegnato che posso comunicare solo se mi diverto davvero, se non mi prendo troppo sul
serio e se non cerco di imitare qualcun altro. In quel caos c’era libertà pura: provavo, sbagliavo,
cancellavo, rifacevo.

E quella spontaneità mi ha fatto capire quali parti di me funzionavano e quali no, cosa arrivava alle
persone e cosa invece era solo rumore. Oggi che i miei contenuti sono più strutturati, quella fase di sperimentazione mi torna utile ogni giorno. Mi ricorda che dietro ogni video deve esserci autenticità, leggerezza e soprattutto la voglia di giocare, in tutti i sensi. Senza quel periodo un po’ folle non avrei mai trovato la mia voce.


Gestire un negozio di videogiochi e creare contenuti sono due attività diverse ma complementari: in che modo si influenzano e si arricchiscono a vicenda nella tua quotidianità?

Per me negozio e content creation non sono due mondi separati: si parlano in continuazione e si
arricchiscono a vicenda ogni giorno. Il negozio mi dà una cosa che online non avrei mai da solo: la realtà delle persone. Le domande che mi fanno i clienti, le curiosità, le mode del momento, i dubbi, tutta questa roba finisce automaticamente nei miei contenuti. È come avere un termometro sempre acceso su cosa interessa davvero alla gente che gioca.

Dall’altra parte, la content creation porta nel negozio energia, identità e un modo diverso di
comunicare. Le persone che mi seguono arrivano in negozio già sapendo “chi sono”, e questo crea
un rapporto più diretto, quasi familiare.

E poi mi costringe a tenermi aggiornato, a studiare, a migliorare: non posso parlare di videogiochi
online e poi non essere preparato quando un cliente entra e mi chiede un consiglio.
In pratica, uno alimenta l’altro: il negozio mi dà storie, spunti e autenticità; i contenuti mi danno visibilità, creatività e motivazione. Alla fine sono due lavori diversi, sì, ma fanno parte della stessa identità. E insieme mi ricordano ogni giorno perché amo così tanto questo mondo.


Negli ultimi due anni hai lavorato molto sul definire una tua identità comunicativa: qual è stata la sfida più grande nel trovare uno stile riconoscibile e autentico?

La sfida più grande, sinceramente, è stata accettare chi sono davvero davanti alla camera e online.
All’inizio provi sempre a “fare come gli altri”, a imitare chi funziona, a seguire un format che
sembra andare. E in tutto questo rischi di perdere proprio la cosa più importante: te stesso.

La difficoltà non era trovare uno stile ma era togliere tutto quello che non era mio. Le frasi troppo studiate, i toni che non mi appartenevano, il tentativo di sembrare più serio o più “professionale” di quello che sono davvero. Ci ho messo un po’ a capire che la gente non voleva la versione perfetta, voleva Angelo, con il suo modo di parlare, la sua passione e anche i suoi difetti.

L’altra grande sfida è stata la costanza: trovare una linea, un ritmo, un’identità e mantenerla senza
annoiarmi e senza sentirmi “ingabbiato”. È stato un lavoro di equilibrio: essere riconoscibile, ma non diventare una copia di me stesso. Alla fine la chiave è stata questa: smettere di raccontare quello che pensavo dovesse piacere, e iniziare a raccontare quello che piaceva davvero a me.


Raccontare il videogioco come esperienza e linguaggio è al centro del tuo lavoro: qual è l’emozione o il messaggio che speri arrivi sempre a chi ti segue o entra nel tuo negozio?

Quello che spero arrivi sempre, sia online che in negozio, è che il videogioco non è solo un prodotto
da comprare o un contenuto da guardare. Vorrei che chi mi segue sentisse una cosa precisa:
che questo mondo può emozionarti, farti crescere, farti compagnia, e a volte anche darti una
direzione quando non ce l’hai.

Quello che cerco di trasmettere è che il videogioco non è “per bambini”, non è “per perdere tempo”,
non è un hobby secondario: è un linguaggio, e ognuno ci trova qualcosa di diverso.
C’è chi gioca per staccare, chi per esplorare, chi per sfidarsi, chi per vivere storie che nella vita vera
non potrebbe mai vivere.

L’emozione che vorrei lasciare, sempre, è questa: sentiti libero di essere te stesso attraverso i videogiochi, senza vergogna, senza pregiudizi, senza paura di essere giudicato. E se qualcuno entra nel mio negozio o guarda un mio video e si sente capito, accolto, o semplicemente sorride, allora significa che sono riuscito a fare quello che volevo fare fin dall’inizio.


Intervista a Knoxvill3: Dal Game Boy al content creator

Redazione The Digital Moon

Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.

https://www.instagram.com/thedigitalmoon