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Intervista a Patrick Bianchi: Dal palcoscenico al cosplay

Intervista a Patrick Bianchi: Dal palcoscenico al cosplay

In che modo il tuo percorso come insegnante di lettere ha influenzato il tuo modo di vivere il teatro e il cosplay?

Direi che è stato più il contrario: avendo iniziato il teatro da bambino e il cosplay intorno ai ventisei anni, quando a trenta ho intrapreso la strada per diventare professore di lettere ho potuto portare un po’ di questa ‘teatralità’ in classe, in modo tale da poter gestire una classe di pubescenti e ‘interpretare’ le lezioni per renderle più dinamiche e divertenti. Inoltre non nascondo mai la mia natura ‘nerd’ e i miei alunni sanno anche che sono cosplayer e spesso li trovo in fiera e mi salutano.

Questo crea un contatto più ‘diretto’, vedono che sono una persona, che ho passioni, che sono più avvicinabile e che si può instaurare un dialogo visto che posso comprendere in parte il loro linguaggio, essendo ora un periodo in cui manga anime e videogiochi non sono più visti ‘male’ in età adolescenziale ( come invece fu per me quando ero adolescente) ma qualcosa di comune e normale e perciò mi vedono come una figura avvicinabile e degna di fiducia.

Fiducia che sono contento di ricevere e ricambiare, in quanto credo sia parte fondamentale del lavoro di insegnante. Anche nel teatro ci vuole un legame di fiducia con il pubblico: far provare vere emozioni attraverso una recita creda un legame empatico e diretto con la sala e con il gruppo teatrale. Nella comunità cosplay, invece, la fiducia è molto spontanea e diretta e questo credo sia un bel punto a favore. Sono tre realtà diverse ma credo che si supportino a vicenda in qualche modo. O almeno, io ci provo.


Cosa ti ha dato il teatro fin da bambino e quali aspetti ritrovi oggi nel mondo del cosplay?

Il teatro per me è stato fonte di libertà, di espressione emotiva e fisica, un rifugio sicuro. Non sono mai stato una persona che spiccava, ho sempre trovato ogni luogo e ogni situazione mentalmente faticosa, un pesce perennemeente fuori dall’acqua. Con il teatro no, mi sentivo al sicuro, come se fossi a casa. Nle cosplay ho trovato quasi le stesse cose, anche se sono mondi diversi. Molti amano ‘recitare’ il proprio personaggio ( fa parte del nome stesso, costume player) nel gergo si dice ‘stare in character’.

Per me non è necessario, mi piace essere me anche se indosso abiti diversi o un make up elaborato. Io sono io sempre, nella vita e nel cosplay e recito solo a teatro, ma per molti la recitazione è fondamentale nel poter vivere bene il proprio cosplay e lo rispetto, credo sia divertente vedere questi ‘attori’ in un ambito diverso e non convenzionale come può essere un palco e/o una camera. forse anche per questo che nel mondo cosplay mi sono sentito subito a mio agio: alla fine ero circondato da attori e attrici.


Qual è stato il momento in cui hai capito che il cosplay poteva diventare qualcosa di più di un semplice hobby?

Quando ho stretto bellissimi legami, specialmente con il mio gruppo cosplay di Star Wars ( Order 66). Ho trovato sempre persone gentili e altruiste, pronte a fare conoscenza e a donare supporto di ogni tipo. Se dovessi chiedere consiglio per un costume posso essere certo che lo riceverò, che sia da sconosciuti o da amici. Indipendentemente dai follower o altro, nel mondo cosplay c’è un clima di accettazione e di supporto che mi fa sentire molto sereno e in pace e ho capito che volevo vivere questo mondo il più possibile, non solo ogni tanto e per mio conto.


Che tipo di personaggi ti rappresentano di più e cosa cerchi di comunicare attraverso di loro?

Domanda difficilissima! Generalmente vado molto ‘ di pancia’ perché credo sia il motivo migliore per vivere bene un personaggio. Amo tutti i personaggi che ho portato, sia perché hanno tutti significato un momento o una emozione, sia perché sono tutti pregni di ricordi, di fiere, di sudore, di fatica e anche qualche maledizione. Se dovessi scegliere per forza qualcuno direi che nell’ultimo periodo mi sento molto bene a interpretare un Jawa ( i piccoli nomadi di Star Wars) insieme ad altri tre ragazzi di Order66 Italia. Insieme facciamo abbastanza casino e animiamo le fiere che ci ospitano. Amo molto Lucifero ( Hazbin Hotel) perché, oltre ad essere basso e goffo come me, comprendo bene le sue emozioni e mi permette di essere molto creativo, cambiando outfit spessissimo.

Al momento è il personaggio con più outfit differenti che ho. Okarun, dal manga DanDaDan, per motivi simili a Lucifero, la sua goffaggine e la sua sensazione di inadeguatezza costante ma che non gli impediscono di essere un bel personaggio e di agire. Infine direi LeBlanc, da League Of Legend / Arcane: perché è stata una sfida, prima volta che indosso panni di un personaggio femminile e da maschio etero è stato divertente imparare il make up al punto da cambiare e risultare più femminile, oltre alla personalità fredda e calcolatrice ma comunque regale e posata.


Dopo un anno di presenza attiva sui social, cosa ti ha colpito maggiormente della community cosplay e cosa senti di aver imparato dalle persone che ne fanno parte?

In un solo anno ho imparato tantissimo. Prima vivevo il cosplay molto marginalmente, non avevo nemmeno un profilo dedicato solo al cosplay ma postavo tutto su quello principale e personale. Aver voluto differenziare le cose e sfruttare la rete social, combinata con i contatto reali che già avevo instaurato, credo mi abbia fatto crescere molto come cosplayer ma soprattutto come persona. Ho potuto legare molto più e con molte più persone in questa maniera di quanto abbia mai fatto in 35 anni, instaurando bellissimi legami che spero rimangano inossidabili nel tempo.

Vedendo crescere e stringersi sempre di più l’affetto e l’impegno all’interno di Order 66, che ormai è un vero e proprio gruppo di amici e non solo un gruppo di ritrovo per cosplayer di Star Wars. Ho imparato tanti trucchi del mestiere e penso di essere un pochino migliorato come cosplayer anche se ho ancora molto molto lavoro da fare ma non mi spaventa: ho una community cge so che mi aiuterà sempre e alla quale spero di contribuire nel mio piccolo a far conoscere.

Molti sentono solo i lati negativi o credono che ci vogliano soldi e tempo e che si faccia tutto da soli, altri pensano che sia una competitività continua e che ci sia solo odio e attrito. Io ho imparato dalle persone molta bellezza e visto che c’è molto di più Certo, episodi spiacevoli capitano, come possono capitare al lavoro o nello sport, nessuna comunità è esente da persone tossiche o episodi brutti. Ma se facesse più rumore la parte positiva forse la gente comprenderebbe di più che questa non è una moda e che non ci vestiamo da cartoni animati perché siamo annoiati: quello che facciamo è espressione, è arte, è manualità ma soprattutto e frutto di persone che vogliono stare insieme per il piacere di stare insieme e condividere una sana e bellissima passione.


Intervista a Patrick Bianchi: Dal palcoscenico al cosplay

Redazione The Digital Moon

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