Intervista a Leig-Scrittrice: Autrice e Scrittrice
Intervista a Leig-Scrittrice: Autrice e Scrittrice
Cosa ti ha spinta ad adottare uno pseudonimo?
Lo pseudonimo è una soglia di rispetto tra due universi distinti. Da un lato c’è la professionista che opera nel diritto, dall’altro c’è chi indaga l’antropologia umana attraverso la scrittura. Mantenere separate queste due identità è una forma di integrità: non un nascondersi, ma un modo per restare fedeli a entrambe, senza confusione di ruoli o linguaggi.
In che modo la tua formazione legale e criminologica influenza la tua narrativa?
Il mio percorso mi ha dato strumenti di osservazione, ma nella scrittura non mi interessa analizzare i reati o i procedimenti. Ciò che mi coinvolge è la dimensione emotiva, l’educazione sentimentale, ciò che ci muove e ci lega come esseri umani. La narrativa, per me, è una possibilità di scavare dentro, non di spiegare i meccanismi esterni.
La scrittura è una fuga, un’analisi, o un processo di ricostruzione?
Non è mai una fuga. Al contrario, è un modo per guardare la realtà in faccia. È un processo di ricostruzione, certo, ma anche un modo per analizzare ciò che spesso ci appare confuso o indicibile. E soprattutto, è uno strumento per far comprendere che quello che sentiamo — dolore, dubbio, spaesamento — non è mai solo nostro. Scrivere è anche dire agli altri: “non sei solo”.
Qual è stato il momento in cui hai capito che volevi scrivere?
Non c’è stato un momento preciso. Scrivere è sempre stato qualcosa che facevo, senza pormi la domanda se fosse “il momento giusto”. È maturata piano, come una necessità che si fa chiara a posteriori, quando ti rendi conto che non puoi farne a meno.
Parti dai personaggi o dalla trama?
Quasi sempre dai personaggi. Sono loro a prendere forma per primi, anche solo con una frase immaginata o un gesto. Poi la trama li segue, come una conseguenza naturale delle loro scelte, dei loro conflitti e delle loro ombre.
I tuoi personaggi portano dentro tracce di persone reali?
Non consapevolmente. Ma inevitabilmente, tutto ciò che osservo o ascolto si sedimenta da qualche parte. I personaggi nascono da mescolanze, da intuizioni, da sensibilità che raccolgo nel tempo. Sono autonomi, ma costruiti con pezzi di mondo.
Hai dei rituali o delle abitudini quando scrivi?
Ho bisogno di silenzio, di una soglia tra la vita quotidiana e la scrittura. Mi serve distanza da ciò che è urgente, per lasciare spazio a ciò che è profondo. Niente rituali rigidi, ma condizioni emotive e mentali che mi permettano di accedere a un altro livello di attenzione.
Quanto la realtà – soprattutto quella giudiziaria – entra nei tuoi romanzi?
Entra come suggestione, mai come cronaca. Non racconto fatti veri, ma uso la realtà per enfatizzarla, per trasformarla in uno specchio. Voglio che chi legge possa riconoscersi o rivedere qualcosa della propria esperienza. La narrativa è finzione, ma può essere più vera del vero.
Esiste un punto in cui il giurista deve cedere il passo alla scrittrice, o convivono pacificamente?
A volte si urtano, ma si rispettano. Il diritto cerca definizioni, la scrittura accetta ambiguità. Il segreto sta nel lasciar parlare entrambi, ma nei contesti giusti. La scrittrice non vuole giudicare, vuole comprendere. E anche questo, in fondo, è un modo per servire la verità.
C’è mai stato un caso giudiziario che ti ha ispirato un’opera, anche in modo trasfigurato?
Non in modo diretto. Però certi interrogativi, certe dinamiche emotive osservate nei contesti giudiziari, mi restano dentro e riaffiorano nei testi. Trasformate, certo. Ma l’impatto emotivo di certe esperienze trova un’altra forma nella narrativa.
Cosa hai imparato dal mondo del crimine che il lettore medio ignora?
Che la realtà processuale è molto diversa da quella che appare nei media o nei commenti frettolosi. Ogni decisione giudiziaria nasce da un lavoro enorme, meticoloso, spesso invisibile. Ci sono competenze, studio, attenzione. Voglio credere nella giustizia, e credo che oggi — in un tempo di caos e superficialità — sia essenziale ridare dignità al lavoro silenzioso dei professionisti del diritto.
Com’è vivere due vite professionali distinte? Mai avuto la tentazione di unire le due identità?
No, nessuna tentazione. Una è la mia professione, l’altra è — almeno per ora — una forma di dono. La scrittura mi permette di ascoltare e restituire le emozioni che le persone portano dentro. È un gesto di cura, prima ancora che un’espressione artistica. E poterlo fare senza sovrapporre ruoli è una fortuna.
Come rispondi a chi ti chiede “ma non hai paura che si scopra chi sei”?
No, non ho paura. Non mi nascondo. Semplicemente, non sento il bisogno di sovrapporre etichette. Quando scrivo, non sono “l’avvocato che scrive”. Sono una persona che osserva, che ascolta, che mette in parole ciò che spesso resta invisibile. È una questione di coerenza interna, non di segretezza.
C’è un messaggio ricorrente che cerchi di trasmettere con i tuoi libri?
Che le emozioni, anche le più difficili, hanno dignità. Che attraversare la complessità è necessario. E che la fragilità non è debolezza, ma una forma di umanità che ci lega. Se c’è un messaggio, è questo: nessuno è davvero solo quando sente.
Hai in cantiere un nuovo libro? Puoi darci un’anticipazione senza spoiler?
Sì, sto scrivendo un nuovo romanzo. Forse per la prima volta ci sarà un’ombra di crime, ma non posso dire di più. Il mio primo manoscritto, invece, è un viaggio nelle stanze della mente, un’opera profondamente antropologica, lontana dai canoni del giallo. È un’indagine sul sentire, più che sulla trama.
Ti piacerebbe che le tue opere diventassero un film o una serie?
Sì, se il cuore della storia venisse rispettato. La trasposizione visiva è un altro linguaggio, potente ma delicato. La mia scrittura gioca molto con il non detto, con ciò che si intuisce più che si esplicita. E tradurre quella dimensione sullo schermo richiede attenzione.
Stai pensando di esplorare altri generi oltre il crime?
In realtà, finora il crime non è stato centrale nella mia scrittura. Il mio sguardo è più rivolto all’interiorità, all’osservazione dell’umano. Ma non escludo nulla. Ogni storia ha il suo tempo e il suo tono. E se un giorno il crime dovesse entrare, lo farà come tutto il resto: solo se ha qualcosa di vero da dire.
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Redazione The Digital Moon
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