Intervista a Erica Nicolosi: La voce di “volevo scriverti”
Intervista a Erica Nicolosi: La voce di “volevo scriverti”
Erica Nicolosi, conosciuta da molti lettori come “volevo scriverti”, nasce in Sicilia, una terra che continua a vivere nel suo accento, nelle sue tradizioni e nel suo modo di guardare il mondo, pur vivendo da anni vicino Milano. Le sue radici sono solide, ma per lei il senso di appartenenza è diventato qualcosa di mobile: ogni luogo potrebbe essere casa e, allo stesso tempo, nessun luogo lo è davvero.
La scrittura è il ponte che ha costruito per colmare questa distanza, per restare, per ritrovarsi. Nelle sue parole cerca sempre la verità emotiva: ciò che non riusciamo a dire, ciò che continua a bussare dentro anche quando fingiamo di non ascoltarlo. Scrive per mettere ordine, per capire, per lasciare una traccia.
Ha pubblicato con Mondadori e con case editrici minori, ma resta profondamente legata allo spazio intimo della propria voce e alla relazione diretta con chi la legge.
Hai detto che l’appartenenza per te è diventata un concetto mobile: cosa significa portare la Sicilia dentro pur vivendo altrove? In che modo questa “casa in movimento” si riflette nella tua scrittura?
Anni fa, mi sarebbe piaciuto dire che la Sicilia la porto sempre con me, ma non è più così. O almeno, non la porto di per sé. Custodisco dentro tutto ciò che mi ha dato e tutto ciò che mi ha tolto. Le radici, per come le vivo io, non coincidono con un luogo: coincidono con ciò che quel luogo ti lascia addosso. I posti, da soli, per me non significano nulla. Oggi sono qui, domani potrei essere dall’altra parte del mondo, e poco o nulla cambierebbe davvero. Questa assenza di un punto fisso mi fa sentire “di passaggio” ovunque: è qualcosa di soffocante, perché non mi sento mai completamente a casa, ma anche di incredibilmente liberatorio. E ciò che scrivo nasce da lì, da un’appartenenza che non è mai intera, ma sempre in cammino.
Hai iniziato il tuo percorso online a soli 14 anni: come hai vissuto l’esposizione così giovane? Quali sono stati gli impatti emotivi e identitari del crescere sotto uno sguardo pubblico?
A quell’età non avevo ancora un confine chiaro tra chi ero e chi pensavo di dover essere. L’esposizione è arrivata prima della consapevolezza, e mi ha costretta a fare i conti con versioni di me che non avevo scelto. È stato difficile, perché da adolescente dovresti poterti nascondere mentre capisci chi sei. Io, invece, mi stavo ricercando sotto un riflettore. In poche settimane, ho dovuto imparare a gestire sia contratti editoriali, sia le prime antipatie nel settore, da parte di colleghi adulti, madri e padri. Avevo solo 14 anni, non ero pronta. Nè emotivamente, nè professionalmente. Però quell’esperienza mi ha resa molto più attenta alle fragilità, mie e degli altri. Ho capito presto quanto sia facile essere fraintesi e quanto sia importante proteggersi senza perdere autenticità.
Nel tuo scrivere cerchi la verità emotiva, tutto ciò che resta nascosto dietro ciò che non diciamo: c’è un momento della tua vita in cui le parole ti hanno salvata, o almeno restituita a te stessa?
Sì. Le parole mi hanno salvata più volte, ma c’è stato un periodo in cui l’hanno fatto in modo così netto da lasciare un prima e un dopo. Ho iniziato a scrivere quasi in segreto. Non per costruire un testo, non per essere capita, ma per non perdere memoria di me. Era come mettere ordine a un respiro irregolare. Potevo essere stanca, contraddittoria, piccola. Potevo avere paura. E più lasciavo che le parole si appoggiassero sulla pagina, più mi accorgevo che non stavo semplicemente raccontando qualcosa: mi stavo riconoscendo.
Non so se “salvare” sia il verbo giusto, perché non ti salva niente che non passi comunque attraverso di te. Ma posso dire che la scrittura mi ha restituita a me stessa quando tutto il resto mi toglieva.
Il mondo social oggi amplifica e distorce allo stesso tempo: credi che i giovanissimi siano davvero pronti all’esposizione online, o dovremmo prima imparare a conoscerci offline?
Penso che nessuno sia davvero pronto, neanche da adulto, figuriamoci da ragazzino. La rete ti offre un’identità immediata, ma non ti insegna a sostenerne il peso. L’online dovrebbe arrivare dopo: dopo che hai capito chi sei, cosa cerchi, cosa non sei disposto a tollerare. I giovanissimi hanno un’urgenza di mostrarsi prima ancora di conoscersi. E questo è un rischio enorme, perché se ti definisci solo attraverso lo sguardo degli altri, poi non sai più come tornare a te. Se sei in una fase in cui la tua identità è un cantiere aperto, i social possono diventare un amplificatore potentissimo, ma anche un deformante altrettanto forte.
Hai pubblicato con grandi case editrici, ma resti legata alla dimensione intima della voce e del dialogo diretto con chi ti legge: cosa significa per te essere un’autrice in relazione, più che in vetrina?
Per me scrivere non è mai stato un atto verticale. Non voglio stare su un gradino più alto a parlare a chi mi segue: voglio parlare con. Vengo da anni in cui i numeri mi hanno travolta e mi hanno fatto credere che il valore fosse nell’esposizione. Poi ho capito che la mia forza non è la vetrina, ma la voce. Quella voce che vibra quando qualcuno si riconosce in una riga che ho scritto. Essere un’autrice “in relazione” significa questo: non cercare applausi, ma connessioni vere, intime, umane. Ciò non toglie che l’esperienza editoriale sia uno dei punti massimi di ogni scrittore o aspirante tale. La soddisfazione e il coronamento di un obiettivo simile non è emozione da tutti i giorni. Ma, negli anni, mi sono chiesta: cosa succede quando, un traguardo simile, viene raggiunto ancor prima di realizzare che fosse effettivamente IL traguardo a cui ambire? Ai più sensibili, le proprie conclusioni.
La scrittura è stata il tuo primo spazio di espressione, il cinema l’ultimo arrivato: come dialogano questi due linguaggi dentro di te e sul tuo canale? Sono due forme diverse della stessa voce?
Sì, sono due forme della stessa voce, ma parlano dialetti diversi. La scrittura mi obbliga a scavare, a svelare ciò che sento. Il cinema, invece, mi insegna a guardare: a cogliere i dettagli, i silenzi, i movimenti impercettibili che raccontano senza parlare. Sul mio canale convivono perché hanno un obiettivo comune: restituire complessità alle emozioni. Uno scava dentro, l’altro allarga fuori. E insieme raccontano quello che da sola non riuscirei a dire.
Guardando indietro e guardando avanti: cosa diresti a quella Erica quattordicenne che ha premuto “pubblica” per la prima volta? E cosa speri dica di te quella futura?
Alla me quattordicenne direi che ha fatto bene, e che va tutto sempre bene quando si agisce con il cuore e con l’istinto. Che quel gesto impulsivo, quel “pubblica” premuto quasi con ingenuità, è stato l’inizio di anni meravigliosi, pieni di crescita, di incontri, di traguardi che allora non poteva nemmeno immaginare.
Le direi che anche quando tutto sembrerà remarle contro, quando penserà di aver sbagliato strada o identità, ce la farà comunque. Perché ogni volta che si è sentita persa, in realtà stava solo cambiando pelle. E che negli anni avrebbe imparato a capire che, per “noi”, cambiare pelle è l’atto più rivoluzionario e positivo in assoluto.
Anche quando fa male. Le direi di fidarsi un po’ di più: di sé, della sua voce, di quel bisogno di raccontare che non riusciva a spiegare a nessuno.
La me futura, invece, spero che possa guardarmi da lontano e ringraziarmi. Per la tenacia, per i tentativi, per le scelte difficili. Per tutto quello che sto facendo oggi, anche quando non è semplice, perché lo sto facendo pensando a noi: al nostro bene, alla nostra direzione, alla possibilità di diventare una versione più completa di ciò che abbiamo sempre voluto essere.
Vorrei che potesse dire: “Hai fatto il possibile, anche quando hai fallito. Hai costruito le basi. Mi hai permesso di arrivare qui.” E a quel punto, sarebbe sufficiente.
Intervista a Erica Nicolosi: La voce di “volevo scriverti”
Redazione The Digital Moon
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