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Amore usa e getta: quando diventi una stampella emotiva

Amore usa e getta: quando diventi una stampella emotiva


Non tutti i tradimenti sono uguali. Quello che ti ferisce di più succede quando chi ami decide che sei diventato una zavorra. Ti guardi intorno e capisci che lei sta recitando per un pubblico, che si consuma per ottenere applausi. E tu? Sei rimasto sulla sabbia, come una barca quando la marea si ritira. È esattamente questo il senso di un amore usa e getta: quando diventi una stampella emotiva e vieni usato per attraversare la crisi… Salvo poi essere gettato via non appena non servi più.

Mi sentivo usato

“Ti senti usato?”

“Mi sento scartato” ho corretto il dottore.

“Come qualcosa che serviva per il viaggio ma che ora è diventato inutile.” Lei è arrivata dove voleva, alla stabilità, all’approvazione di tutti, alla vita perfetta da mostrare sui social. Io ero il mezzo di trasporto per uscire dalla sua crisi esistenziale. Ora che si è salvata, mi ha lasciato lì.

Si chiama “abbandono opportunistico”, ha spiegato lui con quella precisione clinica che a volte odio. Ti ha lasciato incagliato sulla sabbia. Lei ha ripreso il mare aperto della società rispettabile, e tu sei rimasto sulla riva a guardarla allontanarsi.

Fa male perché ti fa sentire un oggetto, non una persona. Un mezzo, non un fine.

Una lettera sull’essere scartati

Eccoci a una nuova lettera. La scrivo con l’amaro in bocca, ascoltando una chitarra acustica che graffia e una voce che sale in falsetto fino al cielo per accusare… Parla di essere lasciati a secco, piantati in asso, abbandonati quando non servi più.

È esattamente quello che hai fatto.

La fame di riconoscimento

Ti scrivo ripensando a quella sera, quando ti ho vista a quella cena. Ho osservato ogni tuo movimento, ogni gesto studiato. Come parlavi con la gente con quella disinvoltura calibrata. Come sorridevi a comando, come sapevi esattamente quando ridere, quando annuire, quando toccare il braccio di qualcuno per creare quella connessione apparentemente spontanea.

Ho visto la tua fame. Non di cibo, ma di approvazione. Di essere ammirata, considerata giusta, brava, perfetta. La moglie ideale. La professionista brillante. La donna che ha tutto sotto controllo. Ti sei prosciugata dentro pur di brillare fuori. Hai sacrificato la tua autenticità sull’altare dell’approvazione altrui, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una versione levigata e vuota di te stessa.

Dal fiume al lago artificiale

Ricordo quando parlavamo per ore ed eri un fiume in piena. Eri vera, disordinata, contraddittoria, gloriosamente viva. Le tue parole sgorgavano senza filtro, senza calcolo, senza quella strategia che ora ti caratterizza.

Adesso ti guardo e vedo un lago artificiale. Controllato, livellato, privo di correnti pericolose. Dici le cose giuste al momento giusto. Fai le battute appropriate per il contesto. Sorridi quando è previsto che tu sorrida. Ti indigni solo quando è socialmente accettabile indignarsi.

Sei diventata esattamente ciò che giuravi di non voler essere mai: la moglie trofeo. Quella che indossa il vestito giusto, pronuncia le parole giuste, si siede composta accanto al marito e fa sempre la figura perfetta. E per mantenere quella facciata impeccabile, dovevi liberarti di me. Dovevi cancellare ogni traccia del disordine che rappresentavo.

La macchia sul vestito immacolato

Io ero la macchia sul vestito bianco. Ero l’elemento di caos nella tua vita ordinata. Ero il segreto pericoloso che poteva far crollare il castello di carte che hai costruito con tanta cura. Non potevi permetterti di portarti dietro l’amante segreto mentre aspiravi al ruolo di moglie dell’anno.

Mi hai lasciato a secco. È un’espressione che calza perfettamente: implica che l’acqua se ne sia andata e non tornerà più. Implica che io sia rimasto bloccato qui, una barca incagliata sulla sabbia, esposta al sole spietato, mentre tu navighi altrove verso acque più tranquille e rispettabili.

La nostra storia era amore usa e getta: mi hai usato per attraversare il tuo momento buio. Quando ti sentivi soffocata nel tuo matrimonio perfetto, quando quella prigione dorata ti stava stretta, quando avevi bisogno di conferme sulla tua desiderabilità… sono arrivato io. Era il momento giusto. Ero la tua via di fuga. La tua valvola di sfogo. Il tuo parco giochi dove potevi essere disordinata e imperfetta senza conseguenze visibili.

L’ancora gettata a mare

E appena hai visto la luce in fondo al tunnel, appena le cose con lui sono migliorate — o forse semplicemente la tua coscienza ha iniziato a prudere troppo — mi hai scaricato come un peso morto. Senza preavviso, senza esitazione.

Grazie per il passaggio. Addio.

Sono stato la tua stampella emotiva. E ora che cammini dritta di nuovo, che hai ritrovato l’equilibrio, la stampella finisce nello sgabuzzino. Inutile. Ingombrante. Da dimenticare in fretta.

Il dottore dice che questo tipo di relazione è più comune di quanto si pensi. Le persone in crisi cercano ancore di salvezza.

Io sono stato la tua ancora. Ma un’ancora serve solo finché la nave è in tempesta. Quando il mare si calma, l’ancora diventa zavorra da gettare.

Parole sagge. Ma non leniscono il bruciore dell’umiliazione.

L’arroganza come difesa

Ero la cosa migliore che tu abbia mai avuto.

È l’orgoglio ferito che parla, lo so. È la mia ferita che cerca disperatamente di trasformarsi in dignità. Ma una parte di me — quella parte ancora lucida — lo crede davvero.

Quello che avevamo noi era grezzo, complicato, impossibile, ma vero. Quello che hai ora è una recita ben orchestrata. Applausi garantiti da un pubblico compiacente, ma nessuna emozione autentica dietro le quinte.

E la canzone finisce con una profezia che mi piace credere: un giorno sarai tu a urlare. Quando gli applausi finiranno, quando la maschera diventerà troppo pesante da indossare ogni giorno, quando ti renderai conto di esserti consumata per gente a cui non importa davvero nulla di te… sarai tu a urlare nel vuoto. Ma io non ci sarò più ad ascoltarti. Perché gli oggetti usa e getta, una volta scartati, non tornano indietro.

Imparano la lezione.

Il disprezzo che sostituisce il dolore

Oggi, mentre scrivo questa lettera, non provo nemmeno più dolore. Provo disprezzo. Un disprezzo freddo e lucido per la tua fame insaziabile di approvazione, per la tua capacità chirurgica di segregare me dal resto della tua vita, per come hai trasformato qualcosa di autentico in uno strumento usa e getta. Metto questa lettera nella scatola. È la lettera del disprezzo.

Oggi non mi manchi. Oggi mi fai pena. Pena per la vita vuota che stai recitando, per lo spettacolo infinito che metti in scena ogni giorno, per la donna autentica che hai soffocato pur di diventare quella che gli altri vogliono che tu sia.

Ero parte di un amore usa e getta ed ero una stampella emotiva. Questo è il prezzo che ho pagato.

Ma almeno io ero autentico.


Amore usa e getta: quando diventi una stampella emotiva

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.