Il confine invisibile tra amore e odio
Il confine invisibile tra amore e odio
Esiste un filo di seta, quasi impercettibile, che separa i sentimenti più intensi che l’essere umano possa provare. Quando lo attraversi non te ne accorgi: un giorno vuoi baciare chi ami fino a togliergli il respiro, il giorno dopo vorresti solo urlargli contro tutto il male che ti ha fatto. Questa è la lettera dell’ambivalenza, il racconto di chi si ritrova in bilico su quella linea sottile che demarca il confine invisibile tra amore e odio.
Il contrario dell’amore
«Qual è il contrario dell’amore?»
Il dottore me lo ha chiesto oggi, mentre guardavo la pioggia rigare i vetri del suo studio. Sembra che piova sempre quando vengo qui, come se il meteo fosse sincronizzato con il grigio che ho dentro.
«L’odio» ho risposto subito. È la risposta facile. È quella che senti nello stomaco quando pensi a chi ti ha ferito.
Lui ha scosso la testa, con quel sorriso triste che riserva alle mie affermazioni più scontate. «No. L’odio è ancora una forma di passione. L’odio richiede energia, richiede attenzione. Se odi qualcuno, sei ancora legato a lui a doppia mandata. Il contrario dell’amore è l’indifferenza.»
Eccoci a questa nuova lettera. Oggi sento dentro di me il confine invisibile tra amore e odio come una ferita aperta. Un momento vorrei vederti per baciarti fino a toglierti il respiro, il momento dopo vorrei vederti solo per urlarti contro tutto il fango che mi hai lasciato addosso. E la cosa che mi spaventa di più è che non so dire quale dei due impulsi sia più forte.
Il bianco e il nero
Ti scrivo per parlarti di questa confusione. Per mesi ho cercato di dividere il mondo in bianchi e neri. Tu eri la Luce, poi sei diventata il Buio. Noi eravamo i “buoni” – innamorati, incompresi, vivi – poi siamo diventati i “cattivi” – adulteri, bugiardi, egoisti. Ma la verità, quella che sto scoprendo ora che la nebbia della disperazione inizia a diradarsi lasciando intravedere le macerie, è che non c’è bianco e nero. C’è solo un’infinita scala di grigi. E in quel grigio, io mi perdo.
Ti odio? Sì. A volte sì.
Ti odio quando guardo mia moglie e mi rendo conto che la mia mente è altrove. Ti odio perché mi hai reso questo bugiardo patologico. Non mi riconosco più. Prima di te, forse mentivo sui piccoli ritardi, sulle dimenticanze. Erano bugie bianche, innocue. Ora mento su tutto. Mento quando dico “Sto bene”. Quando dico “Non è successo niente”. Quando sorrido mentre dentro sto urlando.
I luoghi del rancore
Ti odio quando passo davanti ai posti dove siamo stati insieme e sento una fitta fisica allo stomaco, come se avessi ingoiato vetro. Quel bar vicino all’ufficio dove prendevamo il caffè insieme, fingendo che fosse casuale. Quella strada laterale dove ci siamo baciati la prima volta, contro il muro freddo di un palazzo anonimo. Quella panchina dove mi hai detto “Non posso più farlo” e io ho provato a convincerti che invece potevi, che dovevi, che senza di te non avrei saputo più respirare.
Ti odio perché hai avuto il potere di rendermi felice come nessuno mai, e poi hai usato quello stesso potere per distruggermi. È come se mi avessi dato le ali e poi me le avessi strappate a mezz’aria. Speravo che la mia anima volasse con te. Invece l’hai incatenata a terra.
Ti odio per come mi guardi ora. O meglio, per come non mi guardi. Quando ti incrocio nei corridoi dell’edificio – sì, ci lavoro ancora, perché dove sarei dovuto andare? – tu abbassi lo sguardo. Come se fossi trasparente. Come se fossi un mobile. E quella negazione mi brucia più di qualsiasi insulto.
Ma resta l’amore
Ti odio per la facilità con cui sei tornata alla tua vita. Per quel sorriso che ho visto sul tuo volto l’ultima volta che ci siamo incrociati, quel sorriso che diceva “Io sono guarita, e tu?”. Ti odio perché per te io sono stato una parentesi, mentre tu per me sei stata il libro intero.
Ma poi…
Poi chiudo gli occhi e l’odio svanisce. E resta l’amore. Un amore stupido, ostinato, che non ne vuole sapere di morire. Amo il modo in cui mi guardai quando credevi che nessuno ci vedesse. Quegli occhi che mi divoravano, che mi dicevano “Tu sei tutto” senza bisogno di parole. Amo le tue insicurezze che mi confidavi al buio. Quando mi raccontavi di come ti sentivi in trappola nella tua vita perfetta, di come avevi paura di invecchiare senza aver mai vissuto davvero. E io ti promettevo che con me avresti vissuto. Che ti avrei fatto sentire viva.
Amo il fatto che con te non dovevo fingere di essere forte, o saggio, o perfetto. Potevo essere solo me stesso, rotto e imperfetto, e a te andava bene. Anzi, ti piacevo proprio per le mie crepe. Dicevi che ero “vero”. Che ero “autentico”. Che tutti gli altri uomini nella tua vita erano maschere, mentre io ero carne e sangue.
E io ci ho creduto. Dio, quanto ci ho creduto.
È questa la tragedia, capisci? Se fossi stata solo una stronza che mi ha usato, sarebbe facile odiarti. Chiuderei il capitolo, ti etichetterei come “errore” e andrei avanti. Ma non eri solo quello. Eri anche la mia migliore amica. Eri la mia complice. Eravamo i cattivi nella storia di qualcun altro – dei nostri coniugi, sicuramente – ma eravamo gli eroi della nostra piccola, tragica epopea.
Unire le due immagini
Il dottore dice che devo accettare questa ambivalenza. «Non puoi separare la donna che ti ha amato da quella che ti ha lasciato. Sono la stessa persona. Devi unire le due immagini, altrimenti impazzirai cercando di capire quale delle due era reale. Erano reali entrambe.»
Reali entrambe.
Quindi era reale la donna che mi scriveva “Sei la mia vita” alle due di notte? Ed era reale la donna che mi ha detto “Mi fai paura” nell’ascensore? Come fanno a convivere nello stesso corpo? In fin dei conti, il confine invisibile tra amore e odio si riduce a questo: il punto esatto in cui capisci che la persona che ti ha dato tutto è la stessa che ti ha tolto tutto.
È un filo di seta che si spezza con un soffio. Basta un messaggio male interpretato. Una paura improvvisa. Il ritorno di tuo marito per trasformare l’amante perfetto in uno stalker indesiderato.
Mi chiedo se anche tu cammini su questa linea. O se tu l’hai già attraversata da tempo, arrivando nella terra sicura dell’indifferenza. Forse per te è stato più facile. Hai semplicemente premuto un interruttore e hai spento tutto. Forse hai quella capacità che io non ho: quella di mettere le cose in scatole separate e sigillare i coperchi.
Io invece vivo dove tutto è connesso. Dove tutto sanguina su tutto il resto.
Amore andato a male
Il dottore ha detto che l’odio è ancora una connessione. Se ti odio, vuol dire che mi importi ancora. Vuol dire che hai ancora potere su di me. La mia rabbia è solo amore andato a male. È amore che non ha dove andare, che sbatte contro i muri della mia testa e diventa acido.
Vorrei poter arrivare dove sei tu. Vorrei guardarti e non sentire niente. Né voglia di baciarti, né voglia di ferirti. Vorrei che tu fossi per me quello che è un estraneo che incrocio per strada: un volto, un’ombra, niente di più.
Ma sono ancora lontano da lì. Sono ancora qui, bloccato in questo limbo emotivo in cui il confine invisibile tra amore e odio diventa una trappola. Da una parte c’è il ricordo della tua pelle, che mi attira come una calamita. Dall’altra c’è il ricordo del tuo rifiuto, che mi spinge via con violenza. E io resto in mezzo, a sanguinare.
Sai qual è la verità più amara? Che non c’è divisione netta tra “buoni” e “cattivi”. Io mi sento la vittima, certo. Mi sento quello abbandonato. Ma agli occhi di mia moglie, se sapesse, io sarei il carnefice. Sarei il traditore. E ai tuoi occhi? Ai tuoi occhi sono diventato il problema, l’ossessione, il peso.
Siamo tutti il cattivo nella storia di qualcun altro.
Il peso dei dubbi
Metto questa lettera nella scatola. Pesa più delle altre. È densa di dubbi, non di certezze. Non so se ti odio o se ti amo. So solo che sei ancora il pensiero più rumoroso nella mia testa. E finché ci sarà rumore, non ci sarà pace.
Odi et amo, quare id facias fortasse requiris.
Nescio. Sed fieri sentio et excrucior.
Cosí cantava il poeta.
Odi et amo.
Il confine invisibile tra amore e odio
Dario Fossati
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