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Intervista a Francesco: Il DJ delle parole

Intervista a Francesco: Il DJ delle parole


Qual è stata la lezione più preziosa che hai appreso dalla gestione tradizionale della tua famiglia e come l’hai adattata alle logiche delle grandi reti come Ubik e Mondadori?

Nonostante l’alternanza di franchisor e affiliazioni a più o meno grandi marchi commerciali, siamo tornati, e questa cosa dopo vent’anni mi strappa un sorriso, a una concezione di libreria “vecchie maniere”, mantenendo sia quella forte definizione di libreria di contatto, di scambio culturale ma soprattutto umano, sia il logo ridisegnato da poco: la bocca della verità che mio padre scelse nel 1980. Quello che di lì in poi ho cercato di costruire in Libreria, dove con la massima cura alle particolarità, alle attenzioni verso il cliente, alla preparazione, si sta cercando di andare incontro alle necessità più ampie, oltreché al concetto di bellezza stesso di luogo, inteso proprio come luogo opposto ai non-luoghi in senso augeiano.

Ho lasciato un pezzo di giovinezza in ogni negozio in cui ho lavorato: da adolescente passavo pomeriggi in magazzino a strappare e pulire etichette dal dorso di vecchi volumi, a confrontarmi con una comunità di persone quali i lettori, ad interfacciarmi con gusti e sfumature culturali, stili di vita, vedute completamente differenti.Poi ci fu a moda delle librerie-caffè, ricordo i miei maldestri tentativi di preparare caffè o cappuccini e intanto indicare con la testa al cliente lo scaffale nel quale potesse trovare il Simposio di Platone, organizzare aperitivi al piano superiore e servirli al piano -1, con goffaggine atroce. Insomma, tutto bello, ma io non sapevo più che mestiere era. Non dico che in quella fase volevo fare il libraio, eh. Anzi. Quello è arrivato dopo, ma di certo non volevo preparare aperitivi. Volevo tessere relazioni, parlare di storie di vita. E’ stata un pò la mia “Educazione siberiana”, citando il buon Lilin, alla base di un piccolo imprenditore, fatta di conti, tante ore morte di lavoro in cui si ha a che fare con la solitudine, le domande esistenziali, la noia e la depressione.


Trasformare il club in un luogo da vivere di giorno. In che modo questa nuova filosofia post covid può aiutare a superare pregiudizi sulla cultura del divertimento e renderla un vero motore sociale?

Questo è un concetto ambiguizzato e spinoso. Vengo da una generazione che frequentava il club di notte, che ballava e beveva fino alle luci del giorno, in cui le sostanze facevano parte dell’esperienza, la dance floor luogo archetipico e quasi tribale in cui l’uno si fondeva col tutto in un sinuoso movimento corale. Non, je ne regrette rien. Vero però che, con i venti che diventano trenta e soprattutto l’evoluzione sociale data dallo spartiacque covid 19, si è avvertita la necessità di aprire questi spazi creando luoghi da vivere il giorno, in cui convergere le attività che ci professionalizzavano e conoscerci in un modo che prima invece, di notte, tendevamo a minimizzare e/o dimenticare/affogare.

Lo yoga, la meditazione guidata, il teatro, la musica, laboratori di ascolto delle proprie sessualità, laboratori di scrittura e bookclub, si è cercato di riempire di cultura e interconnessioni gli spazi in cui prima mettevamo solo i dischi. Non è discorso semplice da attuare qui in Italia, ma in Europa funziona eccome, basti pensare all’esplosione del soft clubbing e alla tendenza sempre più healthy della Gen-Z


In Trame, il tuo spazio su radiorockitalia, analizzi legami tra libri e cultura pop. Quale opera letteraria rappresenta la colonna sonora del nostro presente?

“Trame” è solo l’ultima rubrica che ho pensato dopo anni di scrittura di format divulgativi radiofonici culturali , in onda il mercoledì all’interno della trasmissione “Alta fedeltà”, nome tratto dal romanzo generazionale di Nick Hornby dell’amico e collega speaker Federico Fexino, in cui esprimo tutta la mia passione per l’arte e la costante curiosità nell’aggiornarmi in tutto ciò che riguarda letteratura, palinsesti e serie tv, gaming e proposta culturale della mia città, Roma.

Amo girare da solo per mostre, cinema e teatri con un taccuino sul quale scribacchiare osservazione emozioni e pensieri, col bisogno fisico di raccontarli non per accumulare orde di pleonastici followers, ma proprio perché l’arte, e la radio, è in sè urgenza. “Infinite Jest” di David Foster Wallace è certamente l’opera letteraria a cui affiderei la colonna sonora del nostro presente, sebbene “vecchia” di trent’anni: distorta, psichedelica, distopica e disillusa.


Dalla scuola alla crescita emotiva: nei tuoi laboratori con gli studenti, proponi percorsi di divulgazione radiofonica e crescita personale. Quale strumento della radio ritieni sia il più efficace per aiutare i ragazzi a esprimere le proprie emozioni?

Certamente il microfono! Quando si accende, col diaframma che vibra e il morbido filtro antipop, è il classico esempio di come uno strumento fisico possa divenire una sorta di “guida” per lo spirito. L’aria diventa rarefatta, il tempo si dilata, il respiro diventa rumoroso e il cuore, prima di ogni diretta, sempre e comunque, inizia a battere come un martello. Il microfono funge da ponte.

E’ difficile, specie per un ragazzo debuttante, mentire a e di fronte ad esso; resta solo l’emozione, la connessione con un altro che non vedi, ma che percepisci, che ti percepisce, smantellando lettralemte ogni forma di sovrastruttura sociale data da criteri quali l’estetica, o la paura, o la paura del giudizio. Il microfono è terapeutico, e aiuta i ragazzi ad esprimere la parte più vera di se stessi.


La tua metodologia di scrittura per adulti si allontana dai manuali classici per abbracciare una dimensione “meditativa e trascendente”. Come si insegna a qualcuno a scrivere attingendo alla propria parte più profonda piuttosto che alla semplice grammatica?

La coniugazione di scrittura e meditazione è un mio modo di trascendere la realtà per cercare di riproporla trasformata grazie alle circostanze in cui mi imbatto ad occhi chiusi. Una parte di me scrive, l’altra osserva, riportando consapevolezza nell’atto creativo. Nel nostro subconscio, con la respirazione, possiamo conoscere, se ci lasciamo il tempo necessario, nuove città, nuovi mondi, fare amicizia con molti personaggi, proprio come succede nella fase del sogno, dove gli incontri onirici, ispirati certamente dal nostro vissuto, parlano però un altro linguaggio, spesso simbolico, raccontandoci esperienze differenti.

Bisogna aprire il cuore, fidarsi delle sensazioni piuttosto che del nozionismo tecnico, che certamente diventa necessario in una fase successiva, e scavare dentro di noi. Potrebbe uscirne un fiore meraviglioso, bastano dieci minuti al giorno.

Francesco Collacchi


Intervista a Francesco: Il DJ delle parole

Redazione The Digital Moon

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