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Un abisso di tre metri

Un abisso di tre metri


Esiste una distanza più crudele di quella fisica. È quella che si crea quando due persone respirano la stessa aria, lavorano a pochi passi l’una dall’altra, ma tra loro si spalanca un abisso di tre metri. In questo racconto esploro la storia di come si diventa invisibili agli occhi di chi, fino a ieri, ci guardava come se fossimo l’unico centro di gravità del mondo.


La scatola che si riempie

La scatola di metallo si sta riempiendo. Alcune pallottole di carta giacciono sul fondo, e oggi mi appresto ad aggiungerne un’altra. Il dottore non mi ha chiesto se le ho bruciate. Credo lo sappia. Credo sappia che non sono ancora pronto a trasformare la mia storia in cenere, perché per quanto faccia male, è l’unica storia che ho. Bruciarla significherebbe ammettere che è finita davvero.

Oggi la seduta è stata brutale. “Parliamo della distanza,” ha esordito lui. Io ho risposto parlando di chilometri, di mappe. Ma lui ha scosso la testa. Mi ha spiegato che il vero dolore non è nei treni che partono, ma in quel silenzio che avevi costruito in ufficio, creando un abisso di tre metri tra la mia scrivania e la tua. Mi si è gelato il sangue. Ha toccato un nervo scoperto.



L’inferno del ghiaccio

Sono tornato a casa con la radio accesa. Una ballata rock, un urlo di disperazione che chiedeva come si possa vivere senza coloro che amiamo. Ho dovuto accostare. Perché quella canzone non parlava di morti. Parlava di te. Parlava di quei giorni in cui l’inferno non era il fuoco, ma il ghiaccio che avevi creato attorno a noi.

Ti scrivo questa lettera per chiederti: come hai fatto a spegnerti? Non è successo gradualmente. È stato un interruttore. Click. Il dottore dice che si chiama “dissociazione emotiva”. Dice che per sopravvivere al senso di colpa, hai dovuto mettermi in una scatola ermetica e buttarla in fondo all’oceano della tua coscienza. “Lei non ti odiava,” mi ha spiegato, “stava solo cercando di sopravvivere alla sua stessa scelta. E per farlo, tu dovevi diventare invisibile.”


La cortesia come arma

Lavoravamo a tre scrivanie di distanza. Potevo sentire il profumo dei tuoi capelli, il ticchettio delle tue unghie sulla tastiera. Eri lì. Ma eravamo separati da un abisso di tre metri che nessuna parola riusciva a colmare. Ti guardavo durante le riunioni cercando i tuoi occhi, e trovavo il nulla. Uno sguardo vitreo, professionale. Mi guardavi come si guarda una sedia.

È più facile piangere un morto, sai? Quando qualcuno muore c’è un funerale, un dolore legittimo. Ma tu eri viva. Ridevi alle battute dei colleghi, ti sistemavi i capelli nel riflesso della vetrata. Eri viva per tutti, tranne che per me. Mi passavi accanto e quel “ciao” mormorato a mezza bocca era peggio di uno schiaffo. Era una negazione. Usavi la cortesia come un’arma per assicurarti che non potessi avvicinarmi troppo e sporcare la tua nuova, immacolata risoluzione di essere una brava moglie.


Oltre un abisso di tre metri

Sei andata via molto prima che io lasciassi Roma. Sei andata via mentre eri seduta di fronte a me. Ho passato settimane a cercare di decifrare i tuoi silenzi, sperando di trovarci un messaggio in codice. Ma non c’era nessun codice. Solo la consapevolezza che, per quanto io provassi a raggiungerti, quel vuoto restava lì, immobile.

Adesso sono lontano. Chilometri di autostrada e mesi di silenzio ci separano. Ma la verità è che non siamo mai stati così distanti come in quei giorni, bloccati dentro un abisso di tre metri. Metto anche questa lettera nella scatola. La legna è ancora umida, ma forse, solo forse, inizia ad asciugarsi.


Un abisso di tre metri

Dario Fossati

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Un abisso di tre metri

Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.