Intervista Giovanni Tattoo: Dalla carta alla pelle
Intervista Giovanni Tattoo: Dalla carta alla pelle
Dalla carta alla pelle: com’è nato il passaggio dal disegno tradizionale al tatuaggio?
All’inizio non avrei mai immaginato di intraprendere la carriera da tatuatore. È stato un incontro fortuito a cambiare le carte in tavola: una persona che, osservando le mie capacità nel disegno, mi suggerì di considerare il tatuaggio come possibile strada professionale. All’epoca mi sembrava un’idea quasi surreale, tanto che inizialmente reagii con una risata, pensando che fosse un mondo troppo distante da me.
Col tempo, però, ho imparato a dare ascolto anche ai piccoli segnali che la vita ci manda. Così mi sono detto: perché non provarci? Cliente dopo cliente, ho iniziato a notare qualcosa che andava oltre l’aspetto tecnico del tatuaggio. Nonostante fossi agli inizi e i miei lavori fossero ancora acerbi, le persone erano entusiaste. Osservare i loro sorrisi, le emozioni autentiche sul volto di chi si affidava a me, è stato ciò che mi ha spinto davvero ad approfondire questa pratica.
È stato proprio quel riscontro umano — quel senso di connessione, gratitudine e felicità — a farmi innamorare di questo mestiere.
Quanto ha influito tuo nonno nella tua decisione di intraprendere un percorso artistico?
Mio nonno era un falegname, una persona estremamente umile e legata ai valori del lavoro artigianale. Col tempo ho compreso quanto il mestiere del falegname e quello del tatuatore abbiano in comune: entrambi richiedono manualità, pazienza, dedizione e un profondo rispetto per il materiale che nel mio caso è la pelle.
Mio nonno mi ha trasmesso molto, soprattutto due principi fondamentali: il valore del rapporto umano e l’importanza di fare le cose con amore, prima ancora che per un ritorno economico. Ricordo che durante i mercatini a cui partecipava, dove vendeva modellini in legno fatti da lui, mi invitava a disegnare ritratti delle persone che passavano. Ero solo un bambino, quei disegni li regalavo, ma riuscivo a far sorridere le persone. Un giorno, una signora mi diede mille lire. Mio nonno mi disse che quelle mille lire me le ero guadagnate, che quello era il frutto del mio lavoro. Fu la prima volta che compresi il valore del creare qualcosa con le proprie mani per gli altri.
Quando mio nonno venne a mancare, sentii il bisogno di imprimere sulla mia pelle un ricordo di lui. Scelsi un veliero, simbolo dei modellini di navi che amava costruire. Portai il disegno a un tatuatore, e fu proprio lui — vedendo il mio schizzo — a suggerirmi di considerare seriamente il tatuaggio come percorso. Quel momento lo vissi quasi come un segnale, come se fosse un ultimo insegnamento di mio nonno: trasformare la mia passione in un mestiere, proprio come aveva fatto lui.
Quali sono state le sfide principali nel passare dal disegno al tatuaggio?
Passare dal disegno alla pelle non è affatto semplice, come spesso si tende a pensare. Anzi, se si arriva dal mondo del disegno tradizionale, le difficoltà possono essere persino maggiori. Lo strumento cambia completamente: la macchinetta — soprattutto quelle a bobine, con cui ho iniziato — non ha nulla a che vedere con una matita o una penna. È un meccanismo complesso, con una dinamica totalmente diversa.
All’inizio questo passaggio mi ha spaventato molto. L’idea di non riuscire a trasporre sulla pelle la stessa qualità e la stessa espressività che riuscivo a ottenere su carta mi metteva in crisi. Era come sentirmi limitato in qualcosa che amavo profondamente.
Solo con il tempo, e grazie ai consigli di altri tatuatori più esperti, ho iniziato a comprendere e ad adattarmi. Ho dovuto rieducare la mia mano, abbandonando alcune abitudini che avevo sviluppato con la matita — veri e propri “vizi” del disegno su carta — per imparare un nuovo tipo di gesto tecnico, più funzionale al tatuaggio. È stato un percorso di continua trasformazione, non solo tecnica, ma anche emotiva, perché imparare ad accettare i propri limiti iniziali è parte fondamentale della crescita in questo mestiere.
Lavori tra Svizzera, Italia ed estero: come cambia il rapporto con i clienti e la cultura del tatuaggio?
Lavorare in altri Paesi oltre oceano e in Europa mi ha permesso di confrontarmi con realtà culturali e umane molto diverse. In ogni luogo ho riscontrato approcci differenti al tatuaggio, non tanto in termini tecnici, quanto sul piano emotivo, estetico e comunicativo. Alcune persone vivono il tatuaggio con grande intensità emotiva, altre in modo più distaccato, ma alla fine, al di là delle differenze, ho sempre trovato un punto di connessione autentica. Un cuore, potremmo dire, c’è un po’ ovunque nel mondo.
Quello che ho trovato davvero stimolante è stato il confronto con colleghi di altri Paesi, ciascuno con la propria storia, il proprio vissuto e una visione diversa del mestiere. Ogni scambio, ogni esperienza è stata per me un’occasione per imparare: sia sul piano tecnico, sia sul piano umano. Anche i clienti, con i loro racconti, le loro radici e il modo in cui descrivevano i tatuaggi che desideravano, mi hanno trasmesso molto. Ogni lavoro si è trasformato in un dialogo tra culture, emozioni e linguaggi differenti. E questo è uno degli aspetti che più amo del mio percorso: la possibilità di crescere continuamente attraverso l’incontro con l’altro.
Come continui a evolvere come artista e tatuatore oggi?
L’aggiornamento continuo è fondamentale, soprattutto in un settore come il tatuaggio, che negli ultimi anni ha vissuto un’evoluzione straordinaria. Io stesso ho iniziato a tatuare in un momento di transizione importante per questo mondo, e per questo ritengo essenziale restare al passo con i tempi.
Continuo a frequentare workshop, a confrontarmi con altri professionisti e a studiare costantemente. Il tatuaggio è un’arte dalle mille sfaccettature, e ogni occasione di confronto — che sia con un collega, un cliente o attraverso un viaggio — rappresenta un’opportunità di crescita. Credo profondamente che in questo mestiere, come nella vita, non si smetta mai di imparare.
Vedo ogni persona che incontro come un libro da leggere: ognuno ha qualcosa da insegnarmi, una storia da raccontare, un’emozione da condividere. E questo mi stimola a migliorarmi, ad affinare la tecnica, a correggere i difetti, per rendere ogni tatuaggio non solo bello da vedere, ma anche significativo per chi lo porta.
Finché la vita mi permetterà di percorrere questa strada, ho intenzione di farlo con il massimo impegno. Per me, migliorarsi ogni giorno non è solo un obiettivo professionale, ma un modo per onorare questa fortuna che ho: quella di poter incidere qualcosa di importante sulla pelle, e spesso nel cuore delle persone.
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Redazione The Digital Moon
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