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I figli delle case basse — Intervista a Emiliano Cataldi

I figli delle case basse — Intervista a Emiliano Cataldi

Ci sono romanzi che non nascono soltanto dall’immaginazione, ma da un’urgenza profonda: quella di dare voce a ciò che è stato rimosso, dimenticato, lasciato ai margini della Storia ufficiale. I figli delle case basse di Emiliano Cataldi è uno di questi libri.

Ambientato nella Roma delle borgate tra gli anni Settanta e Ottanta, il romanzo intreccia fatti di cronaca reali, memoria personale e racconto collettivo, restituendo un affresco crudo e autentico di una generazione cresciuta nelle periferie est della Capitale. Le “case basse” non sono solo un luogo fisico, ma diventano una potente metafora di esclusione, resistenza e identità.

In questa intervista, l’autore racconta l’origine del romanzo, il rapporto tra realtà e finzione, il peso autobiografico della narrazione e il ruolo fondamentale della letteratura come strumento di visibilità e testimonianza. Emiliano Cataldi è nato a Roma 64 anni fa, ultimo di sei figli e orfano di padre all’età di un anno.


Che cosa ti ha spinto a scrivere I figli delle case basse?

C’è stato un evento, un ricordo, una sensazione precisa che ti ha “scatenato” l’idea?
Per rispondere alla tua domanda, I figli delle case basse nasce, in maniera ovviamente romanzata, da veri fatti di cronaca. Leo, il bimbo scomparso e poi ritrovato nei sottofondi di un oratorio, è ispirato a una vicenda realmente accaduta all’inizio degli anni Settanta. Anche l’oratorio esiste davvero, seppur con un nome diverso nel romanzo, così come il Bar della Stecca, luogo tristemente famoso nelle zone di Centocelle e Villa Gordiani per la criminalità di un certo “spessore”.
Persino l’episodio della tanica di benzina davanti la porta di casa è reale: dopo una nostra comparsa in una delle prime tv private romane, in cui ipotizzavamo le cause della sparizione del bambino, io e altri due amici ci ritrovammo tutti e tre una tanica davanti casa. Anche la radio raccontata nel libro è esistita davvero: una radio pirata che trasmetteva oltre i limiti consentiti all’epoca.


Il romanzo è ambientato negli anni ’80: perché proprio questa decade?

Cosa rappresenta per te in relazione alla storia che racconti?

R: Gli anni Ottanta sono stati il decennio in cui, nelle borgate a est di Roma, la microcriminalità si è trasformata in qualcosa di più strutturato, arrivando a una vera e propria criminalità organizzata. È il periodo in cui le organizzazioni provenienti dal Sud iniziano a stringere alleanze con i criminali romani, basti pensare alla Banda della Magliana.
Per me, personalmente, gli anni Ottanta hanno significato la presa di coscienza di questi cambiamenti. Sono stati anche gli anni in cui ho deciso di andare via da Roma, sposandomi nel 1983, per poi tornarci nel 1989, spinto dalla nostalgia.


Il libro è definito “una geografia invisibile, riscritta col sangue, con la musica e con la verità”.

Com’è nato questo approccio così crudo e viscerale alla realtà urbana?

R: Perché quella era la realtà. Rapine quotidiane, sparatorie, morti. Banche, uffici postali, bar presi d’assalto. Ma nello stesso periodo nascevano le radio private, le feste in casa, le prime discoteche. Era un contrasto fortissimo: violenza e voglia di vivere, paura e musica. Ho sentito che solo raccontando tutto questo insieme si poteva restituire la verità di quegli anni.


Quanto c’è di autobiografico nei personaggi e nelle vicende narrate?

Quanto invece è frutto dell’immaginazione?

R: Molto nasce dalla realtà. Il delitto da cui prende spunto il romanzo è un fatto vero, rimasto impunito. Anche alcuni personaggi sono ispirati a persone reali. GPG, in particolare, ha molto di me: facevo parte della radio pirata e in seguito sono diventato Guardia Giurata. Per fortuna la mia vita non ha avuto lo stesso esito tragico.


Le “case basse” sono al centro della narrazione, sia come luogo sia come metafora.

Che significato hanno per te?

R: Le case basse erano le case popolari costruite durante il fascismo, ufficialmente per accogliere chi emigrava dal Sud, in realtà per confinare la povertà ai margini. È lì che, dopo la Liberazione, si formarono le prime bande criminali. Sono luoghi che portano addosso una storia di esclusione, ma anche di sopravvivenza.


Quale voce volevi dare a chi vive ai margini: emarginati, quartieri popolari, invisibili?

R: Una voce di speranza. Anche se la cronaca di oggi sembra smentirla, esiste ancora chi lotta per la legalità. E guarda caso, molte di queste persone appartengono proprio alla mia generazione, quella cresciuta tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta.


Hai incontrato difficoltà nel raccontare violenza, povertà e marginalità?

Come ti sei rapportato emotivamente alla scrittura?

R: Più che difficoltà, ho provato emozioni fortissime. Scrivere significava rivedere volti, amici, persone che non ci sono più. Ho rivissuto la musica trasmessa in radio, le occupazioni scolastiche, l’energia di quegli anni. Mi definisco un figlio della seconda rivoluzione studentesca.


Che reazione speri di suscitare nei lettori?

R: Spero che comprendano quale fosse la realtà borgatara di quegli anni. Che capiscano che un’intera generazione è stata trattata come spazzatura, ma ha comunque provato a lottare per uscire dall’anonimato e dalla melma.


Se dovessi scegliere una scena che rappresenta il cuore del romanzo, quale sarebbe?

R: Tutti i momenti di amicizia e solidarietà. L’amicizia come unica vera arma contro il degrado e la violenza.


Secondo te, quale ruolo può avere la letteratura nel dare visibilità a contesti ignorati dal mainstream?

R: Un ruolo fondamentale. La letteratura può rompere il silenzio, offrire narrazioni alternative, dare voce a chi non ne ha mai avuta. È fonte di vita.

Link al libro: https://www.amazon.it/I-figli-delle-case-basse/dp/B0FY1THWM3


I figli delle case basse — Intervista a Emiliano Cataldi

Mia Blu

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Intervista a Emiliano Cataldi su I figli delle case basse: borgate romane, anni ’80, cronaca reale, memoria e il ruolo della letteratura nel dare voce agli invisibili.