Intervista a Raffaele Pappadà :Tra Salento e Milano
Intervista a Raffaele Pappadà :Tra Salento e Milano
Qual è l’insegnamento più prezioso che la tv locale ti ha lasciato e che ancora oggi porti con te?
Mi è servita molto come esperienza, è stata una palestra molto intensa e formativa. Credo sia il miglior allenamento possibile per chi vuole cominciare a fare questo lavoro, che si impara sul campo, facendolo, confrontandosi (anche con se stessi) e sbagliando. La tv locale, a inizio anni 2000, rappresentava il miglior campo di addestramento per i giornalisti. Mi porto dietro sicuramente tanti insegnamenti e l’abitudine a dover trovare una soluzione in situazioni difficili, senza arrendersi alle difficoltà. La “povertà” di risorse, spesso, stimola la creatività e la fantasia, ti spinge a inventare nuove strade.
In che modo il trasferimento a Milano ha influenzato non solo la tua carriera, ma anche il tuo modo di vivere e percepire le emozioni?
Ha avuto un grande impatto, anche attraverso alcune difficoltà, legate soprattutto a quello che comporta trasferirsi in un nuovo contesto, molto diverso rispetto a quello a cui ero abituato. Lasciavo tutta la mia rete di affetti, tra famiglia e amici, ma anche un contesto in cui mi sentivo costantemente ben voluto, anche dalle persone che incontravo per strada. A Milano ho dovuto ricreare una rete e avere a che fare con la solitudine, con la mancanza di luoghi, persone, abitudini.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il tuo sogno stava diventando realtà?
Il percorso è stato graduale: ho iniziato dal campionato Primavera, poi la Serie B e quindi la Serie A. Ma il momento in cui ho toccato con mano il mio sogno è arrivato quando ho iniziato a lavorare con Mediaset Premium: era quello che desideravo, tutte le volte che venivo a Milano da turista, perché la mia ragazza dell’epoca viveva lì, guardavo sempre ammirato la torre di Cologno e fantasticavo.
Come vivi la responsabilità di raccontare una partita sapendo che dall’altra parte ci sono migliaia di persone che affidano a te il loro sguardo?
Sicuramente c’è una bella responsabilità e bisogna tenerne conto: non raccontiamo la partita per noi stessi, ma per chi c’è dall’altra parte, che siano 5 o 500 mila persona, non fa differenza nell’impegno che dovremmo metterci. C’è un aspetto adrenalinico in tutto questo, col tempo ho capito che mi piace molto. Sento forte quella spinta e sento che in automatico mi trasformo. Rendo ancora meglio quando sono sotto quella pressione e quell’adrenalina, rispetto a quando devo registrare qualcosa e so che ho un margine d’errore.
In che modo la scrittura ti aiuta a gestire le emozioni e cosa hai scoperto di te durante la creazione di Senza riserve?
Ho sempre amato la scrittura, è un meccanismo quasi di protezione che prende il sopravvento nella mia vita, quando vivo qualcosa di intenso. Un po’ come se scrivere quello che sento, mi aiutasse un po’ a regolare le mie emozioni, che sento spesso in maniera molto amplificata. Senza riserve è nato proprio nel periodo di passaggio tra il Salento e Milano, avevo un bel po’ di tempo a disposizione e per un iperattivo questo significa cercare uno sfogo, uno spazio in cui liberare quell’energia. Da lì è nato questo romanzo, che mi ha portato in giro per l’Italia a presentarlo, a conoscere nuove persone e forse a conoscerne meglio alcune. E, non per ultimo, a conoscere un po’ meglio anche me stesso.
Intervista a Raffaele Pappadà :Tra Salento e Milano
Redazione The Digital Moon
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