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Intervista all’autore di “Occupami”: Dando voce al vuoto

Intervista all’autore di “Occupami”: Dando voce al vuoto


“Occupami” nasce da una scritta vista su un palazzo abbandonato in Sicilia. In che modo quel momento ha fatto scattare qualcosa di personale e urgente dentro di te?

Vedere un palazzo signorile abbandonato e ignorato da tutti i passanti mi ha fatto pensare di quanta bellezza non vista siamo fatti. La scritta “Occupami” mi ha colpito dritto allo stomaco, facendo rimbombare gli spazi vuoti di quelle stanze interiori che ho “ristrutturato” per anni e che ora sono pronte ad essere abitate da qualcuno che se ne innamori e se ne prenda cura.

Ho portato con me quell’immagine e quella scritta per un po’ di tempo, ho lasciato che maturasse dentro di me, che si rendesse palese il bisogno di essere vulnerabile e di mostrarmi vulnerabile attraverso le parole della canzone. È stata una scrittura che ha avuto bisogno di tempo, un tempo in cui ho dovuto ascoltare attentamente gli echi dei miei spazi vuoti per capire che non fossero i rumori di una casa abbandonata, ma la musica di una che è pronta ad essere abitata.


Nel brano parli di spazi vuoti, di stanze interiori che restano chiuse finché qualcuno non le abita. Oggi, cosa senti che ti “occupa” davvero e cosa invece è ancora in attesa?

Per tanti anni guardare dentro le mie stanze è stato doloroso: vedevo pareti crollare, pavimenti pericolanti e soffitti coperti di muffa. Con gli anni, grazie anche alla terapia, ho maturato un senso diverso di osservare le cose, di osservarmi e ho capito che in realtà la mia “casa” è altamente funzionante, piena di risate, di luce, di persone che la vivono e che le vogliono bene. Succede poi che la struttura dia qualche problema, ma so che non è nulla di irreparabile.

Gestirsi da soli è impossibile, bisogna imparare a chiedere aiuto quando capiamo di non potercela fare con le nostre forze. In questa grande casa al momento manca solo qualcuno che riesca ad aprire la stanza del cuore, la stanza, che per anni, è stata la più malmessa di tutte. Manca un qualcuno che abbia la chiave giusta per aprirla e che sia entusiasta di prendersene cura e di abitarla con il massimo amore possibile.


C’è un verso molto forte legato al mondo della scuola e al sentirsi non riconosciuti. Quanto è stato importante trasformare quell’esperienza di invisibilità in una forma di rivendicazione artistica?

Al liceo non hanno mai riconosciuto i miei meriti artistici. Ogni soddisfazione o importante traguardo che raggiungevo venivano completamente ignorati o trattati come cose da poco perché la musica, cito, “Non ti porterà da nessuna parte”. E pensare che dai tempi degli antichi greci fino al non lontano 1800 proprio la musica è stata alle fondamenta dev’iter formativo dell’uomo saggio e acculturato. I grandi uomini e pensatori della storia in ogni disciplina, non a caso, erano spesso anche abili musicisti. Mi dispiace che oggi nella scuola italiana invece sia trattata come un’attività puramente ricreativa e priva di qualsiasi importanza, vista più come una distrazione dal percorso didattico che come parte fondante di esso.

Ne ho sofferto tanto, mi sono sentito invisibile e non capito. Oggi però ho capito che non si può pretendere che tutti ci capiscano e che condividano le nostre scelte e cose proprio questo mi ha dato la forza e la spinta verso una libertà espressiva slegata da ogni vincolo del ben comune pensare.

Correre nel senso contrario rispetto agli altri ti dà la possibilità di vedere quello che gli altri non potranno mai vedere e non c’è cosa più bella che la libertà nata da un atto di ribellione.


Musicalmente il pezzo unisce synth wave e melodie pop molto pulsanti. Come avete lavorato con Sam Lover e Arturo De Biasi per tradurre emotivamente il tema dell’assenza che diventa vita?

Il lavoro di produzione di questo brano in realtà è precedente alla collaborazione con Arturo e Sam. La prima versione della parte musicale nasce dopo mesi di lavoro nel lontano 2016. Ai tempi avevo scritto una canzone che però non sentivo adatta alla musica che la accompagnava. Così ho portato con me quelle idee nel corso degli anni, aspettando che arrivasse un testo e una melodia cantata che potessero fondersi insieme a quella produzione iniziale che ho sempre amato.

Così due estati fa ho deciso di riprovare a scrivere qualcosa per quella musica e quando ho sentito di avere tra le mani la “cosa giusta” ho chiamato Arturo per darle una “lucidata”. Abbiamo lavorato per sottrazione in modo da capire quali fossero le colonne portanti della struttura generale prima di aggiungere nuove tinte al brano. L’anno dopo poi ho messo nelle mani di Sam questo nuovo progetto chiedendogli di dare le ultime e più importanti pennellate musicali prima di consegnare il pezzo al pubblico. È stato un lavoro di squadra, dove ognuno ha contribuito a dare vita, con la propria visione, a un mondo sonoro in technicolor, dove la musica “scoppia” dentro come il rimbombo di fuochi d’artificio.

Abbiamo voluto giocare tutto sul contrasto: parlare dell’assenza con una musica di “corpo” e mai priva di silenzi o pause, perché l’assenza spesso urla dentro più forte della presenza, e in quelle urla, in quel vuoto pieno, si manifesta la vita in tutta la sua emotività e fisicità.


Dopo aver reso universale il personale in brani come “Diavolo” e “Ovunque cercami”, e dopo la reinterpretazione di “Rumore”, che spazio emotivo vuoi che “Occupami” diventi per chi lo ascolta?

Vorrei tanto che “Occupami” possa diventare un inno alla bellezza della vulnerabilità: la canzone da ascoltare a massimo volume quando ci si innamora di qualcuno, una preghiera da urlare al cielo, da cantare da soli dentro una stanza o in mezzo alla folla abbracciati a chi vogliamo bene. Vorrei che fosse speranza, voglia di sognare e di vivere con il piede che preme a fondo sull’acceleratore.

Una canzone che guarda al futuro usando il passato come rampa di lancio, un salto nel vuoto che ci porta a rischiare, che ci fa entrare a stretto contatto con quella vita di cui abbiamo tanta paura. “Occupami” parla a chi si sente scomodo nei suoi stessi panni, a chi sente il bisogno di cambiare, a chi trova il coraggio di farlo. Una canzone che racchiude dentro infinite possibilità e sfide. Prima tra tutte quella di dichiararci pronti ad abitare il nostro mondo e ad essere abitati. ”Occupami” vive nello spazio del cuore di chi è pronto a buttarsi mano nella mano con la propria paura.



Intervista all’autore di “Occupami”: Dando voce al vuoto

Redazione The Digital Moon

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