Intervista ad Andrea: Raccontare l’hip hop tra radio e video
Intervista ad Andrea: Raccontare l’hip hop tra radio e video
Il tuo lavoro attraversa tanti linguaggi diversi: video, podcast, radio e social. Che cosa cambia nel tuo modo di raccontare l’hip hop a seconda del mezzo che utilizzi?
Ovviamente linguaggi diversi prevedono modi di raccontare e tagli che si danno al racconto differenti. Sui social il linguaggio deve essere un linguaggio fresco, i video per le piattaforme di Instagram e TikTok devono essere video con un hook molto forte e molto spesso vince la sintesi.
Proprio per questo mi piacciono molto di più la radio e i podcast: consentono di approfondire un argomento, andando ad analizzare a fondo l’argomento di cui si vuole parlare, cosa che mi piace molto di più. Poi i social sono necessari ad oggi, per farsi conoscere ed emergere in altri campi come appunto la radio o la TV.
Con format come Campetti hai trasformato luoghi quotidiani in storie capaci di arrivare fino a un podcast di caratura nazionale. Quanto conta per te partire dal territorio e dalla vita reale nello storytelling?
Per me conta tantissimo. Ho la fortuna di essere nato e cresciuto a Milano e, anche se ero molto giovane, ho visto questa città cambiare sotto i miei occhi. Ho vissuto in prima persona diverse trasformazioni di Milano, e questo ha inevitabilmente influenzato quello che faccio oggi.
Il format Campetti, realizzato insieme a Tommaso Conte di MilanoSays, nasce proprio da qui: dal desiderio di far conoscere alle nuove generazioni i campetti pubblici di Milano, luoghi che spesso non conoscono o non frequentano, a differenza di quello che invece ha vissuto la mia generazione.
In passato ho portato avanti anche un format sulle periferie di Milano con Play2Give, in cui intervistavo persone conosciute direttamente all’interno dei loro quartieri. Tutto questo mi permette di entrare in contatto con realtà, persone e luoghi sempre diversi, ed è una fonte continua di ispirazione per tutto quello che faccio.
In Doppia Acca su Radio Popolare dai spazio all’hip hop come cultura, non solo come musica. Qual è la responsabilità di raccontare questo mondo oggi, soprattutto in radio?
È un’enorme responsabilità. Oggi l’Hip Hop è ovunque: come mi ha confermato Neffa in un’intervista che ho fatto a settembre, l’Hip Hop lo trovi dappertutto. Tutti vestono Hip Hop, tutti ascoltano Hip Hop.
Proprio per questo, quando parli di Hip Hop sei sempre sotto i riflettori.
Devi pesare le parole, stare attento a come racconti le cose ed evitare fraintendimenti, perché stai portando avanti una cultura che nasce negli Stati Uniti e che ha una storia e un significato molto precisi.
Hai lavorato su progetti a impatto sociale con Play2Give e su strategie digitali con Certo Agency. Come convivono intrattenimento, attivismo e strategia nel tuo modo di creare contenuti?
Non è sempre facile far convivere le due cose. Spesso sui social funzionano di più i video trash, contenuti che non lasciano nulla a chi li guarda se non puro intrattenimento fine a sé stesso.
Creare contenuti che sappiano intrattenere ma che abbiano anche uno storytelling preciso, un messaggio chiaro e che allo stesso tempo facciano numeri, non è semplice.
È da anni però che provo ad andare controcorrente, scegliendo consapevolmente di puntare su contenuti che diano qualcosa in più a chi guarda, in quello che oggi possiamo definire infotainment
Guardando al futuro: quali format o linguaggi senti ancora poco esplorati nella cultura urbana italiana e su cosa ti piacerebbe sperimentare di più?
A me piacerebbe approfondire tantissimo il mondo della radio. Sento che, soprattutto tra noi giovani, si stia risvegliando qualcosa. Forse ci stiamo un po’ stufando del “tutto e subito”.
La cosa bella della radio è proprio questa: non sai mai che canzone arriverà dopo, e questa imprevedibilità crea aspettativa, crea quello che oggi chiamiamo “hype”. È un’esperienza diversa, più lenta ma anche più coinvolgente.
Allo stesso tempo penso che la TV, che è profondamente radicata nella nostra cultura, abbia bisogno di essere svecchiata. Serve il coraggio di trasformarla e di adattarla al linguaggio di oggi, perché resta un mass media potentissimo, con un’autorevolezza enorme.
È normale che, con il linguaggio televisivo attuale, molti giovani si stiano allontanando e preferiscano i social o le piattaforme di streaming. Proprio per questo credo serva una vera e propria rivoluzione del mondo televisivo e, perché no, in futuro mi piacerebbe provare, nel mio piccolo, a far parte di questo cambiamento.
Intervista ad Andrea: Raccontare l’hip hop tra radio e video
Redazione The Digital Moon
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