Intervista a Sulamita Cortes: La Rivincita Personale
Intervista a Sulamita Cortes: La Rivincita Personale
Com’è stato arrivare in Italia a 10 anni? Cosa ricordi di quel periodo difficile?
Al contrario di quello che molti pensano degli stranieri che arrivano in Italia, io in Brasile vivevo molto bene. La mia era una famiglia benestante: avevamo una casa di due piani, frequentavo una scuola privata prestigiosa, prendevo lezioni di piano. Ero una bambina felice, serena, circondata da amore e stabilità.
I miei genitori, cristiani devoti, oltre al loro lavoro dedicavano la vita al prossimo. Facevano parte attivamente della comunità, e questa vocazione li ha portati perfino in un viaggio missionario in Bolivia per aiutare a costruire una chiesa e una scuola.
Quando, nel 1993, c’è stato bisogno di un pastore per seguire un gruppo di brasiliani in una piccola chiesa evangelica in Italia, qualcuno ha pensato a noi. E così abbiamo lasciato tutto: casa, amici, radici, e siamo partiti. Non per cercare fortuna, ma per rispondere a una chiamata.
Il trauma è stato enorme, fin dal primo impatto: siamo usciti da Rio con 42 gradi e siamo atterrati a Milano con -5. Quello sbalzo di temperatura sembrava anticipare lo shock culturale e umano che ci avrebbe aspettati. Non avevo idea, allora, che stavo entrando in un mondo così diverso, dove avrei dovuto imparare tutto da capo, compreso il significato della parola “razzismo”.
Quali sono stati gli ostacoli più grandi che hai dovuto superare crescendo in un altro Paese?
L’ostacolo più grande non dipendeva da me. A 10 anni ho imparato l’italiano in fretta, ero curiosa, aperta, pronta a integrarmi. Ma non bastava. Il problema era la chiusura degli altri, la paura del diverso. Trenta anni fa, in provincia di Milano, essere straniera significava essere vista come un alieno. Io non sapevo nemmeno cosa fosse il razzismo… e l’ho imparato sulla mia pelle.
A scuola mi chiamavano negra, ebola, mi deridevano per il colore della mia pelle, per le mie origini. Ogni giorno era una lotta silenziosa per esistere. Per non sentirmi sbagliata. Per non sparire.
Per fortuna avevo trovato una maestra, Maestra Thea, che mi ha letteralmente salvata. Mi ha trattata come una figlia, e se non fosse stata per lei non so come sarebbe finita.
Posso dire di aver iniziato davvero a vivere solo anni dopo, quando ci siamo trasferiti a Roma. Lì, per la prima volta, mi sono sentita parte di qualcosa. Finalmente accolta. Finalmente vista.
Come sei riuscita a costruire la tua famiglia e una vita lavorativa in equilibrio?
Mio marito l’ho conosciuto in chiesa: io ero la figlia del pastore e lui era venuto a trovarci perché il culto si svolgeva in portoghese con traduzione. In un primo momento siamo diventati amici, uscivamo in compagnia e a un certo punto ci siamo accorti di essere innamorati.
Dopo 3 anni e mezzo ci siamo sposati a Roma nel 2007. Dopo un anno siamo venuti nel nord, a Padova. E nel frattempo abbiamo avuto tre splendidi figli. Qui, fino ad oggi, svolgo lavori diversi perché purtroppo non è facile far coincidere gli orari di un lavoro con il prendersi cura ed essere presenti per i propri figli.
Cosa ti ha fatto capire che stavi trascurando te stessa?
Sono sempre stata una mamma molto presente. Ho dato tutta me stessa alla mia famiglia, spesso mettendomi all’ultimo posto. Era come se il mio valore passasse solo attraverso ciò che facevo per gli altri.
Dopo la nascita della mia terza figlia, e con i miei 40 anni alle spalle, ho cominciato a non riconoscermi più. Evitavo lo specchio, mi coprivo con vestiti larghi, e dentro di me cresceva un disagio silenzioso.
Pensavo che prendermi un’ora per me – magari per andare a ginnastica o anche solo per respirare – fosse tempo rubato ai miei figli. Poi, un giorno, qualcosa è cambiato. Mi sono svegliata, quasi all’improvviso, e ho capito che anche io meritavo cura. Che non si tratta di egoismo, ma di rispetto per me stessa.
Ho capito che per essere una madre presente, amorevole e forte, dovevo prima essere una donna viva. E che mostrarmi come una donna che si prende cura di sé è il miglior esempio che potessi dare ai miei figli.
Cosa significa per te oggi “prendersi cura di sé”?
Significa che, nonostante le grandi responsabilità familiari, come crescere tre figli (che richiede tempo, energie fisiche ed emotive), trovare spazio per se stessi – per il proprio benessere fisico, mentale o emotivo – è difficile ma fondamentale.
È un “lavoro” perché:
• richiede sforzo consapevole: non succede spontaneamente, bisogna ritagliarsi dei momenti, organizzare il tempo, e a volte lottare con il senso di colpa;
• comporta fatica: tra stanchezza e mille priorità, dedicarsi a sé può sembrare un lusso, ma è un impegno da mantenere;
• è necessario: per essere genitori presenti e amorevoli, è importante anche essere individui in equilibrio.
Come riesci a trovare tempo per te stessa pur avendo tre bambini e un lavoro?
Come ho detto, pensavo seriamente che il prendere tempo per me significasse togliere a loro, ma mi sbagliavo completamente.
È questione di organizzazione, quasi maniacale 😂. La domenica mi metto ad organizzare la settimana con foglio e penna per tutti gli impegni di tutti. Ma riesco ad inserire anche le mie orette – o anche le mezz’orette – in palestra.
Ci vuole tantissima forza di volontà: stanca o no, se mi sono prefissata di andare, raramente mi capita di saltare.
Qual è il messaggio che vorresti trasmettere ad altre mamme che si sentono perse o stanche?
“Non sei sola, e non stai sbagliando nulla.”
Essere mamma è meraviglioso, ma anche incredibilmente faticoso. Ci saranno giorni in cui ti sentirai svuotata, invisibile o sopraffatta — ed è normale. Non significa che non ami i tuoi figli, significa solo che sei umana.
Il messaggio che vorrei trasmettere è questo:
Concediti gentilezza. Fai del tuo meglio, e il tuo meglio è abbastanza. Chiedere aiuto non è debolezza, ma forza. Prenderti cura di te non è un lusso, è un atto d’amore anche verso i tuoi figli, perché una mamma che si ascolta e si rispetta è un esempio potente.
Vai avanti un giorno alla volta. Sei più forte di quanto pensi. Appena riesci, vai a farti anche un giro nel quartiere di 10 minuti, ma fallo, perché prendendoti cura di te stessa sarai una versione migliore di te.
A te, donna, mamma, che ogni giorno dai tutta te stessa agli altri: non dimenticare mai di mettere Dio al primo posto.
Nel mezzo della stanchezza, dei dubbi, dei mille ruoli che ricopri, ricorda che sei prima di tutto figlia di un Dio che ti ama profondamente.
Quando ti senti invisibile, Lui ti vede. Quando ti senti fragile, Lui ti sostiene. Quando pensi di non farcela, Lui è lì, pronto a ricordarti che non sei sola.
Metti Dio al centro della tua vita e vedrai tutto il resto trovare il suo posto. Perché una persona che cammina con Dio non perde mai la sua strada, anche quando il cammino è in salita.
Che ruolo ha avuto la tua cultura brasiliana nella tua forza interiore?
La mia cultura brasiliana ha avuto un ruolo profondo nella mia forza interiore.
Vengo da un popolo che sorride anche nella tempesta, che trova la luce nella musica, nell’unità e nella speranza. Nonostante il Brasile abbia tanti problemi, il mio ricordo è di un popolo che è felice con il poco. Ci basta mettere insieme due amici, una griglia, e la festa è fatta.
Questa gioia profonda mi è sempre mancata molto. La vicinanza tra la gente… faccio sempre l’esempio che qui bisogna prendere appuntamento per andare a trovare qualcuno, anche un amico. Là si arriva e basta 😂. E se arrivi per colazione, è capace che resti anche per il pranzo e per la cena 😂.
La solidarietà, il calore umano, la capacità di reinventarsi… adoro la fantasia del mio popolo. Infatti spesso si dice che il brasiliano dev’essere studiato dalla NASA, perché inventa di tutto con il niente.
Questa è la mia saudade più grande: la gioia dei brasiliani.
Cosa sogni per te stessa oltre il ruolo di mamma e moglie?
Sogno di sentirmi realizzata, vista, ascoltata per chi sono, non solo per ciò che faccio per gli altri. Sogno di essere di esempio per tante donne.
Sogno di trovare un buon lavoro che mi lasci tempo per dedicarmi ai miei figli. Oltre ad essere mamma e moglie, sogno di essere una donna piena, viva, intera.
Se potessi parlare alla te bambina appena arrivata in Italia, cosa le diresti?
Le direi: “So che hai paura, ma dentro di te c’è una forza che neanche immagini.”
Le direi che si sentirà diversa, magari sola, ma quella diversità è un dono, non un limite. Che imparare una nuova lingua, adattarsi a un nuovo mondo, farà male a volte… ma la renderà fortissima.
Le direi di non dare ascolto ai razzisti, non portano verità su di te. Tu vali molto di più di ciò che dicono.
“Incontrerai persone straordinarie, che ti vedranno per la bellezza e la forza che hai dentro. Non chiudere il cuore per colpa di chi non sa vedere.”
Intervista a Sulamita Cortes: La Rivincita Personale
Redazione The Digital Moon
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