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Intervista a Elena: tra natura e ricerca interiore

Intervista a Elena: tra natura e ricerca interiore


In che modo l’infanzia di Elena Borgna a contatto con la natura ha influenzato il suo percorso artistico e teatrale?

Ogni percorso artistico è segnato profondamente dalla propria infanzia e per me l’infanzia ha i colori del bosco e delle montagne. Mi ricordo chiaramente il giorno in cui, dopo aver dato un nome a tutti gli animali del cortile, decisi di voler dare un nome anche a tutti gli alberi del giardino. Li sentivo come delle presenze vive e fondamentali nella mia vita, ognuno con una sua personalità e un suo carattere per cui iniziai l’opera titanica di appiccicare uno scotch con scritto sopra il nome a tutti gli alberi che trovavo, dovendo però arrendermi alla loro immensità una volta entrata nel bosco.

Ho sempre amato giocare in natura, correre a perdifiato giù dai pendii, costruire case con i legni, e inscenare battaglie con i rami. All’età di 10 anni scrissi la mia prima sceneggiatura per un film. Immaginavo che l’avrei girato appena sarei stata grande. In quel film raccontavo la storia di un gruppo di ragazzi che scelgono di scappare dalle loro case e partire per un’avventura nei boschi, per costruirsi il loro futuro a contatto con la foresta e con i suoi abitanti. Ecco credo che questa sia una delle origini della mia arte. Ed è incredibile che proprio in questi mesi io sia sceneggiatrice e attrice per un film “Terra Mea” con la regia di Giulio Pereno, che in qualche forma racconta una storia molto simile: una giovane donna non riesce più a ritrovarsi nel vortice di stimoli cittadini e sceglie di scappare per cercare un luogo di silenzio in mezzo alla natura dove poter sentire di nuovo il canto della sua anima.

Credo molto in quella che Jung chiama la spirale “ascendente”: nella vita a volte ci sembra di rivivere le stesse situazioni, facciamo gli stessi pensieri e spesso potrebbe sembrarci di stare girando in tondo ma in realtà siamo su una spirale tridimensionale, ci troviamo sì nello stesso punto ma se cambiamo punto di vista ci accorgiamo che siamo più in alto di un giro ed è così che ci trasformiamo e cresciamo, arrotolati come le eliche del Dna.


Perché Elena considera il teatro un’arte “complessa e totale” e cosa le permette di esprimere?

La definizione di teatro come arte totale mi ha subito colpita quando l’ho sentita pronunciare da uno degli insegnanti della Philip Radice, un’accademia teatrale di Torino e una scuola di vita che ho frequentato per 4 anni. Con questo concetto si intende il fatto che il teatro, come anche il cinema, può contenere dentro di sé tutte le altre arti, pur essendo anch’esso un’arte molto specifica e codificata. Facendo teatro ti ritrovi ad avere a che fare con la danza, con la scrittura, con la poesia, con l’arte visiva nella scenografia, nell’illuminotecnica, nel trucco e nei costumi e con la musica e il canto come mezzo espressivo ed emotivo fondamentale di un’opera. In questo modo con il teatro ci si può esprimere in qualunque modo, tutto è ammesso in questo piccolo mondo in cui si diventa creatrici e creatori, il limite è solo la propria fantasia.


Qual è il ruolo dell’ecologia e della relazione con la natura nei suoi spettacoli, come “Voci dal Bosco”?

“Voci dal bosco” nasce dalla domanda di ricerca “ Se gli alberi potessero parlare cosa direbbero agli esseri umani al giorno oggi? Quali sarebbero i loro consigli e le loro accuse?” Lunga è stata la ricerca sia scientifica che sperimentale e di ascolto sottile con gli alberi che mi permettesse di sentirmi soddisfatta di alcune possibili risposte. E’ stato un lavoro di mesi dedicato interamente a rispondere a queste domande, a mettermi in ascolto del vento e delle foglie, a sotterrarmi, a correre su e giù per le colline ad occhi aperti e poi ad occhi chiusi fidandomi solo dell’istinto. Isacco Caraccio di Teatro Selvatico è stato un grande mentore e sguardo esterno in questo processo, spingendomi ogni volta un po’ più in là nella ricerca.

“Voci dal bosco” è uno spettacolo che parla di ecologia perché il bosco è ecologico di per sé, è un ambiente che sa come autoregolarsi, che tende all’armonia. Per questo abbiamo tanto da imparare dagli alberi e dal micelio: imparare ad allinearci al processo ecologico, iniziare a partecipare all’assemblea di tutti i viventi per ascoltare i bisogni e le necessità di ognuno. Solo questo io credo potrà garantirci una vita lunga e armoniosa su questa terra. Riconoscere le piccole e grandi morti che sono necessarie perché ogni vita abbia il suo spazio.


In che modo il suo percorso di studi in antropologia contribuisce alla sua visione teatrale e artistica?

Un giorno sono andata a vedere la mostra di Sebastiao Salgado sui popoli dell’Amazzonia e sulla devastazione causata dallo sfruttamento dei terreni da parte delle multinazionali. Uscita dalla mostra ho capito che avrei lasciato gli studi di antropologia, non perché non la amassi profondamente ma perché mi ero accorta che avrei potuto portare i suoi messaggi e le sue scoperte come divulgatrice molto più facilmente come artista che come ricercatrice o scrittrice di saggi. Proprio per questo l’antropologia resta parte fondamentale della mia forma mentis: mettermi nei panni filosofici dell’altro, de-costruire il filtro culturale del mio e dell’altrui sguardo e la passione per le culture umane come sistemi di sopravvivenza e di senso indispensabili per stare al mondo.

In realtà quando iniziai a portare in giro “Voci dal bosco” credevo di essermi dedicata molto alla parte di divulgazione delle scienze naturali e di aver momentaneamente accantonato la divulgazione antropologica invece ho scoperto che ormai quello sguardo era dentro di me; infatti un giorno a fine spettacolo, con mia grande sorpresa, due antropologhe sono venute a ringraziarmi commosse e piene di gioia perché era “ lo spettacolo più antropologico che avessero mai visto”, avevano sentito tutto il lavoro invisibile di osservazione partecipante che avevo fatto nel cercare di guardare questi popoli altri non umani e di dare dignità e valore al loro sguardo e vissuto.


Come si è evoluto il suo lavoro dopo la pandemia e quali nuovi temi o direzioni artistiche ha sviluppato?

Un giorno ero seduta su un ceppo in mezzo ad una radura da sola, nel pieno della pandemia, e in quel momento ho avuto una rivelazione: ho iniziato a vedere il bosco riempirsi di strumenti musicali, luci appese agli alberi e umani danzanti. Quella visione era meravigliosa ai miei occhi e per la prima volta ho pensato “ Ma perché non ci troviamo a fare feste nei boschi? Perché passiamo le nostre serate a bere aperitivi in mezzo alle città circondati da grigio cemento?”

Da quel giorno non ho più visto con gli stessi occhi la città, mi è diventata pian piano più aliena e ho iniziato sempre più ad abitare i boschi e a frequentare umani più selvatici. E così, seguendo le scie del divenire, i boschi sono diventati il mio palco e la mia scenografia, i luoghi dove faccio più feste durante l’anno e i miei luoghi del cuore, ho scoperto nel tempo che non sono sola ma che c’è un intero mondo di persone ed artisti meravigliosi che si trovano nei boschi per viverli e per ascoltarli. Ringrazio la pandemia per questo, perché quel tempo sospeso, che ho avuto il privilegio di poter passare vicino e dentro ad un bosco. mi ha permesso di re-innamorarmi delle foglie stagliate sul cielo, delle cascatelle gorgoglianti, dei rovi spinosi e delle erbe profumate dei prati.

Elena Borgna

Intervista a Elena: tra natura e ricerca interiore

Redazione The Digital Moon

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