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Intervista a Maurizio Jafet Bruno: Tra ingegneria e immaginazione

Intervista a Maurizio Jafet Bruno: Tra ingegneria e immaginazione

Nei suoi romanzi la tecnologia è spesso protagonista, ma mai fine a sé stessa: quanto conta l’aspetto umano, emotivo e relazionale nelle sue storie?

L’ambientazione tecnologica dei miei romanzi non è mai fine a sé stessa, ma un espediente che mi permette di esplorare temi più profondi come le emozioni, le relazioni e le esperienze umane. Lavorando nel campo dell’Hi-Tech come ingegnere, sono immerso in un mondo che conosco bene e che mi sembra naturale trasporre nei miei libri. Tuttavia, ciò che appassiona davvero i lettori sono i personaggi, le loro storie, le loro sfumature. Questi sono individui normali che si trovano a confrontarsi con situazioni più grandi di loro, che ne svelano debolezze e pregi. Sono storie in cui il lettore può facilmente riconoscersi e entrare in empatia.

Lei ha detto che alcune idee restano “troppo immaginifiche” per diventare prodotti concreti e trovano spazio nei romanzi. C’è mai stata una situazione inversa, in cui un’idea nata per un romanzo abbia ispirato una soluzione reale nel suo lavoro da ingegnere?

La mia mente oscilla continuamente tra il mondo della scrittura e quello della tecnologia. A volte, un’idea nata in un romanzo si rivela talmente affascinante da diventare la base di un progetto tecnologico. Altre volte, un concetto rimane irrealizzabile e si trasforma in materia per la narrativa. La tecnologia continua a evolversi, e chissà, magari un giorno ciò che oggi sembra impossibile, domani diventerà realtà. Questi due mondi si influenzano reciprocamente in modo continuo.

RALF affronta il confine tra vita e artificio: secondo lei siamo già entrati in una fase storica in cui la distinzione è diventata sfumata?

Quando ho visto mia figlia interagire con un’AI, sono rimasto stupito dalla naturalezza della conversazione. Fino a quel momento, avevo sempre preferito interagire con la tecnologia tramite tastiera, mantenendo una sorta di protezione tra me e il mondo virtuale. Ma sentire un’AI rispondere in modo fluido e naturale ha abbattuto quel confine, facendomi capire che ormai è davvero difficile separare la realtà dall’artificio. La tecnologia ha raggiunto un punto in cui si adatta ai nostri modi di comunicare, e il confine tra uomo e macchina è sempre più sottile.

Come cambia, secondo lei, il modo in cui i lettori si avvicinano oggi alla fantascienza rispetto a venti o trent’anni fa?

Una volta la fantascienza era vista come una letteratura di serie B, un intrattenimento leggero, privo di valore. Oggi, però, i lettori hanno capito che anche una storia ambientata su un altro pianeta o a bordo di un’astronave può trattare temi profondi, sollevare domande e stimolare riflessioni. La fantascienza ha guadagnato il rispetto che merita come genere letterario capace di esplorare le complessità della condizione umana. Oggi, la qualità del romanzo è ciò che conta, non il genere di appartenenza.

Lei è un grande sostenitore della contaminazione tra mondi diversi. C’è un campo artistico o scientifico che non ha ancora intrecciato con la sua scrittura e che le piacerebbe esplorare in futuro?

Credo che le scoperte più importanti nascano dall’incontro tra mondi diversi, che sia nella scienza, nell’arte o anche nella vita quotidiana. Il mio mix di ingegnere e scrittore è un esempio di questa contaminazione. Tuttavia, se dovessi scegliere un campo in cui vorrei entrare, sarebbe il cinema. Mi piacerebbe vedere uno dei miei romanzi trasposto sul grande schermo o in una serie televisiva, e sarei entusiasta di partecipare al processo creativo che porta dalla pagina alla pellicola.

Spesso si dice che l’Italia non è un Paese “fantascientifico”. Lei che vive questo genere dall’interno, pensa che oggi ci sia un terreno più fertile rispetto al passato per autori sci-fi italiani?

Penso che la fantascienza italiana possa emergere se smettiamo di cercare di imitare gli autori anglosassoni. La nostra cultura è unica, e la nostra fantascienza deve riflettere la nostra identità. Non possiamo descrivere le nostre università, aziende o forze dell’ordine come se fossero americane. La diversità culturale è un valore, e gli autori che sono riusciti a integrare la propria italianità nei romanzi sci-fi hanno trovato un loro spazio. Un esempio che mi piace citare è Luca Masali, che con il suo romanzo I biplani di D’Annunzio ha dimostrato che esiste una via italiana alla fantascienza.

In “VELI” il dialogo tra passato e futuro, storia e tecnologia, è centrale. Da scrittore, che valore attribuisce alla memoria e alle radici culturali nel progettare il domani?

Il passato è il punto di partenza per il nostro futuro. Ogni nostra azione è il proseguimento di ciò che è stato, e non possiamo ignorarlo. Non credo che il futuro sia predeterminato, ma il nostro passato ci offre lezioni fondamentali. Ogni passo che facciamo è influenzato dalle esperienze che abbiamo vissuto, e avere chiaro da dove veniamo è essenziale per capire dove stiamo andando. La memoria e le radici culturali sono ciò che ci definisce e ci permette di costruire un domani migliore.

Ha creato iniziative come DANAE, La Rete dei Tesori e BookTrailer Italia per supportare gli scrittori emergenti. Secondo lei, qual è l’errore più comune che un autore esordiente deve imparare a evitare?

L’errore più comune è quello di essere troppo autoreferenziali e non aperti ai consigli. Molti scrittori esordienti si sentono superiori agli altri, si considerano geni incompresi e non accettano critiche costruttive. Questo è un grosso errore. La scrittura, come tutte le professioni, richiede continuo miglioramento, e la cooperazione tra scrittori è fondamentale. Un altro errore è la mancanza di solidarietà tra colleghi. Non dobbiamo considerare altri scrittori come rivali, ma come compagni di viaggio. Promuovere i libri degli altri può, in realtà, aumentare la visibilità di tutti, creando una rete di supporto reciproco.

Lei cita autori come Crichton, Follett, Cussler: cosa ha preso da loro e cosa invece ha deciso consapevolmente di non imitare?

Da questi autori ho preso la passione per sorprendere continuamente il lettore. La capacità di stupire, di inserire colpi di scena che mantengano alta l’attenzione del lettore è una qualità che ammiro e cerco di emulare. Tuttavia, ho deciso di non imitare il loro stile. La mia scrittura riflette la mia italianità, e non posso scrivere come un autore americano. Nei miei libri, l’ambientazione è sempre europea, spesso italiana, e credo che questo renda la mia voce unica. Mi ispiro a scrittori italiani come Camilleri, Eco e Lucarelli, che con il loro stile hanno lasciato un’impronta indelebile nella letteratura.

Ci ha anticipato che anche il suo prossimo romanzo avrà un titolo di quattro lettere. Al di là del gioco delle sigle, cosa rappresenta per lei la scelta di titoli così “compatti” ed essenziali?

Il titolo di quattro lettere è diventato una sorta di marchio distintivo per me. È iniziato con RALF, che era anche il nome di un progetto tecnologico, e poi si è ripetuto con EDEN. La scelta di titoli compatti ed essenziali è diventata una tradizione che mi piace mantenere. Ogni titolo ha un significato profondo, e non sono mai solo acronimi o sigle. VELI, ad esempio, rappresenta sia il mistero che i veli di marmo della statua del Cristo Velato, ma anche i veli che nascondono la verità. Questo tipo di titolo, breve ma carico di significato, continua a portarmi fortuna e sarà presente anche nel mio prossimo romanzo.


Intervista a Maurizio Jafet Bruno: Tra ingegneria e immaginazione

Redazione The Digital Moon

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