Intervista a Marina Meloni: Crescere in Famiglia Trilingue
Intervista a Marina Meloni: Crescere in Famiglia Trilingue
Com’è crescere in una famiglia trilingue? Qual è stata la tua prima consapevolezza di “essere diversa”?
Me lo ricordo bene quando, per la prima volta, mi è apparsa nella mente la frase “Eu socu gaddurésa” . La cosa fu dovuta proprio al fatto di essere cresciuta tra una parentela e una comunità trilingue (italiano – sardo – gallurese).
Quando ero piccola, passavo spesso le estati al paese di mia nonna, Brunella, comune di Torpè (NU), dove tutti parlavano sardo e noi bambini usavamo l’italiano.
Un giorno il parroco prese un gruppetto di bambine e ci portò a fare una gita in “Costa Smeralda”. Ci fermammo a un baracchino e ordinammo da bere, in italiano.
Il commerciante però si trovò improvvisamente senza resto e, giratosi verso un’altra persona, domandò, in tutta naturalezza: “E l’ai cincumìlia franchi in minuti?”, proseguendo una breve conversazione di circostanza in gallurese.
Rimasi come estasiata, pensando che io capivo perfettamente quella lingua, ma non come capivo il sardo, che appunto riuscivo a comprendere. Quest’altra lingua invece era come se fosse sincronizzata coi miei pensieri, era una sensazione molto più carnale di appartenenza sonora e comunicativa.
Mi fu chiaro, se pur poco consapevolmente, che quella era la mia « lingua madre », quella che mi aveva insegnato a ascoltare e capire una conversazione ancor prima di imparare a parlare a mia volta, cosa che per giunta iniziai a fare in italiano.
Quando tornai a casa riferii l’evento materiale e loro mi risposero: “Ee, ment’e iddi so gaddurési”, cioè “Anche loro sono galluresi”.
Quel “anche” mi fece capire che io ero “diversa” dalle altre bambine la cui famiglia era sardofona, avevo una connotazione, quella di gallurese, che passava dalla lingua.
Hai detto che “la lingua madre si sceglie”. Qual è la tua e perché l’hai eletta tale?
La lingua con la quale ho iniziato a parlare è senza dubbio l’italiano. Ho iniziato a parlare tardi, andavo già alla scuola materna; inoltre, durante la mia infanzia, i miei genitori mi rivolgevano la parola sia in gallurese, sia in italiano.
In un contesto del genere, dove dovevo imparare presto a esprimermi (e difendermi!), inesorabilmente sviluppai per prima la comunicazione attiva in italiano, cioè nella lingua che mi dava più strumenti in quel momento.
Quello che ignoravo però è che la lingua che per prima avevo assorbito era il gallurese, era stata quella lingua a educarmi all’ascolto e al ragionamento silenzioso.
Quando, da adulta, provai a parlare in sardo, mi resi conto di non esserne capace. Benché io lo capisca molto bene. Invece, quando provai a parlare gallurese… come per magia le parole iniziarono a sgorgare. Inizialmente magari con più imprecisioni di adesso (che comunque non sono sparite), ma il parlato, così come il pensiero, fluiva.
Lì decisi definitivamente che avrei sempre dichiarato al mondo che la mia lingua madre è il gallurese.
Nel tuo racconto emerge una Sardegna dove la convivenza tra idiomi è naturale. Ma oggi è ancora così, o vedi segni di regressione?
Vedo segnali curvi! Alti e bassi. È innegabile che a partire dal boom economico i media (più della scuola) hanno giocato un ruolo fondamentale nella sostituzione semantica.
L’istruzione poi, esclusivamente italianofona, ha educato il pensiero complesso di intere generazioni che hanno smesso di dover ragionare in sardo o gallurese ecc. Su temi complessi quali le guerre, le leggi, la biologia, la matematica.
Si è creata una sorta di apparente gerarchia linguistica tra lingue “alte” e lingue “basse”. Apparente appunto, perché il recente risveglio linguistico sui social ha dimostrato un fortissimo interesse delle persone rispetto alle lingue di minoranze. Anche l’assoluta duttilità di questi idiomi applicati alle tematiche più disparate.
Una persona come Alice Guerra conta più di 600k followers su Instagram e parla SOLO in veneto. Ti racconta dei suoi fidanzati, dei viaggi, di lavoro, dell’università solo ed esclusivamente nella sua lingua.
Queste espressioni, assolutamente spontanee (cioè, senza programmi culturali alle spalle, finanziamenti, esperti formatori ecc.) dimostrano che i “dialetti” sono la contemporaneità, non un semplice residuo di una vita passata.
Hai parlato dell’impatto della TV e dell’italiano moderno sulla perdita di lessico locale. Come possiamo invertire questa tendenza?
Usando le lingue locali in modo molto aggressivo e sfrontato, esattamente come usiamo l’italiano nella vita di tutti i giorni.
Dobbiamo uscire dalla trappola del perfezionismo, del prestigio a tutti i costi, dell’inibizione intellettualoide nell’uso delle lingue di minoranza.
Possiamo e dobbiamo sperimentare, essere prolissi nel parlare e nello scrivere. Solo così potremo avere una base di locutori e produttori delle lingue abbondante e massiva, sulla quale poter limare regole e convenzioni.
Accettare anche di sbagliare, di produrre scarto, ricordandoci che la lingua è una cosa che ci appartiene, non ci viene concessa da nessuno.
Fare il contrario, cioè irrigidire l’accesso alle lingue minoritarie in nome di un disperatissimo nobilitamento o, peggio, caricare la lingua di simbolismi nazionalistici e rivendicazioni politiche, abbiamo già visto, almeno in Sardegna, essere deleterio.
Le statue si ricavano da massicci blocchi di pietra grezza cavati con la forza brutale. Invece, in Sardegna, a volte a me sembra di vedere eserciti di scultori in guanti bianchi picchiare duro con gli scalpelli più grossi e scintillanti queste lastre di arenaria esposte come fossero quarti di bue appesi. Pronte a sfaldarsi alla prima passata di carta vetrata.
Secondo te, qual è il valore “cognitivo” dell’essere bilingue o trilingue? È davvero una risorsa intellettuale?
Il vantaggio del plurilinguismo ci appare lapalissiano quando si pensa alle lingue di bandiera, e improvvisamente ci sembra degradante quando invece ci riferiamo ai “dialetti”, o alle lingue di minoranza o locali.
Invece le lingue sono lenti sul mondo, ci permettono di avere una lettura ad angolature diverse in base allo switch che decidiamo di selezionare.
In gallurese c’è un bellissimo libro, Ill´anni di la gherra di Lina Cherchi Tidore, dove in teoria l’autrice scrive le sue memorie in gallurese con la traduzione a fronte in italiano.
Leggendo il libro però, ben presto ci si accorge che non solo i due testi differiscono, ma contengono dettagli più o meno vasti. In uno solo dei due idiomi, delle volte senza neanche accenno nell’altro; oppure, uno stesso evento, viene raccontato in modo e in tempi narrativi diversi.
L’impressione è proprio quella di avere due testi a disposizione, due punti di vista paralleli sugli stessi eventi. Questa è una grandissima ricchezza comunicativa, non solo per l’autrice, per le sue duplici capacità narrative. Ma anche per noi fruitori perché così possiamo conoscere un fenomeno su più livelli linguistici e percettivi.
Sui social racconti questa ricchezza linguistica con passione: che risposta ricevi dal pubblico, soprattutto giovane?
La risposta del pubblico è confortante, a tratti entusiasta soprattutto tra i Gen X e i Millennials.
Quella giovanile è più timida ma mai con disprezzo, i miei haters sono prevalentemente Boomers e Gen X.
Per molti parlare di lingue minoritarie è come ricevere un’epifania di ricordi d’infanzia, legami sociali e familiari, attaccamento ai luoghi ecc.
In altri, soprattutto per i più giovani, si percepisce una certa malinconia per essere stati spesso esclusi da questi mondi.
Se potessi lanciare un messaggio alle istituzioni scolastiche italiane, cosa chiederesti per le minoranze linguistiche?
Direi che i tempi sono maturi perché non ci sia più il rischio di creare dimensioni comunicative a potenzialità differenziate.
Un tempo chi parlava bene il dialetto era perché magari parlava poco l’italiano… e creare un’unità linguistica massiccia era prioritario nell’Italia alfabetizzante del Novecento.
Oggi i profili dei promotori, degli attivisti, e anche dei Content Creator di cui i social hanno restituito un certo spaccato, ci mostrano che chi è interessato alle lingue di minoranza solitamente ha anche un livello di scolarizzazione piuttosto alto.
Se, nelle masse, siamo riusciti a far passare il concetto che il dialetto è cultura, perché la scuola italiana sceglie di restare indietro su questo tema?
Intervista a Marina Meloni: Crescere in Famiglia Trilingue
Redazione The Digital Moon
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