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Intervista a Giorgia: Il suo viaggio nel mondo del calcio

Intervista a Giorgia: Il suo viaggio nel mondo del calcio


Ci sono passioni che arrivano all’improvviso e altre che ti crescono accanto, quasi senza farsi notare. Il calcio, per me, appartiene alla seconda categoria. È entrato nella mia vita attraverso la famiglia, i racconti, le partite viste insieme, ed è rimasto fino a diventare qualcosa di molto più grande: una parte di me e, oggi, anche una direzione da seguire.

In che modo il tuo percorso universitario in Comunicazione, Media e Pubblicità sta influenzando il tuo approccio al giornalismo sportivo?

Mi sta insegnando a guardare oltre la notizia. Spesso si pensa che comunicare significhi solo dire qualcosa, ma in realtà significa capire come farlo arrivare davvero. L’università mi ha dato strumenti per leggere meglio il mondo che mi circonda e questo nel giornalismo sportivo è fondamentale. Il calcio cambia velocemente, si muove tra media tradizionali e nuovi linguaggi, e saper raccontare tutto questo richiede sensibilità prima ancora che tecnica.


Qual è stato il momento in cui hai capito che volevi trasformare la tua passione per il calcio in un progetto professionale?

Quando ho capito che il calcio non occupava solo il mio tempo libero, ma anche i miei pensieri. Mi interessava capire cosa c’era dietro una partita, dietro una scelta societaria, dietro una storia personale. Non mi bastava più guardarlo: volevo interpretarlo, raccontarlo, viverlo da vicino. È lì che ho compreso che non era solo una passione, ma qualcosa che poteva diventare il mio spazio nel mondo.


Che tipo di storie ti interessa maggiormente raccontare nel mondo del calcio e perché?

Mi attirano le storie che non fanno rumore subito. Quelle meno evidenti, magari lontane dai riflettori, ma capaci di lasciare qualcosa. Il ragazzo che parte dal nulla, il campione che attraversa un momento fragile, la rinascita di una squadra quando nessuno ci crede più. Nel calcio spesso si celebra l’arrivo, a me interessa anche il viaggio.


Quanto ha inciso la figura di tuo nonno nel tuo modo di vivere e raccontare questo sport oggi?

Ha inciso nel modo più naturale possibile: facendomelo amare senza impormelo mai. Con lui il calcio era un rito semplice, fatto di emozioni genuine e piccoli momenti condivisi. Mi ha trasmesso il valore dell’attesa, della fedeltà, del vivere una partita come qualcosa che unisce. Credo che il mio modo di raccontare questo sport nasca anche da lì: dal desiderio di conservare quell’autenticità.


Se dovessi descrivere il tuo stile di comunicazione sportiva in tre parole, quali sceglieresti e perché?

Il mio modo di comunicare nasce da un equilibrio tra partecipazione e lucidità, ma soprattutto da qualcosa che mi appartiene molto: la spontaneità. Sono diretta, cerco sempre di arrivare al punto senza costruzioni inutili, e credo che questo renda il racconto più vero. Mi fa piacere pensare che nel giornalismo, anche nel tempo in cui tutto diventa più filtrato e studiato, non si perda quella dose di immediatezza e spontaneità che rende una storia viva, sincera, umana.

Giorgia Panigalli


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Redazione The Digital Moon

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