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Intervista a Federico Liardo: L’arte di trasmettere con la Fotografia

Intervista a Federico Liardo: L’arte di trasmettere con la Fotografia

Hai iniziato il tuo percorso studiando grafica, ma la fotografia è arrivata quasi per caso. Quando hai capito che sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?

Inizialmente, dopo le medie, mi ero iscritto al corso di fotografia al Caterina Caniana.
Purtroppo quell’anno non ci furono abbastanza iscritti per formare una classe, così ho ripiegato sulla seconda scelta: grafica pubblicitaria.
Ma ho capito che la fotografia fosse la mia strada nel 2018, in quarta superiore, quando la scuola propose un corso base gratuito di fotografia e video da 30 ore.
Da quel momento, qualcosa si è sbloccato dentro di me. Mi sono buttato nel mondo della fotografia, e da allora non mi sono più fermato: scatto, sbaglio, imparo. Giorno dopo giorno.


I tuoi progetti sembrano sempre guidati da qualcosa di profondo. Cosa ti spinge a raccontare certe storie e non altre?

È quasi come se fossero loro a scegliere me.
Per il Love Project, ad esempio, avevo sempre davanti agli occhi la storia d’amore tra i miei nonni.
Dopo 50 anni di matrimonio e una malattia molto grave di mio nonno, mia nonna non ha mai smesso di esserci. Si è sempre presa cura di lui, anche nei momenti peggiori.
Ho deciso di raccontarla a modo mio, attraverso la fotografia. È stato il mio primo vero progetto.

Il più recente, Lavoro Povero, mi è stato commissionato dalle ACLI di Bergamo. Una proposta che mi ha fatto tantissimo piacere, ma che mi ha anche messo una certa pressione:
“Sono abbastanza bravo? Riuscirò a trasmettere qualcosa?”
Alla fine credo sia andato molto bene. L’organizzazione, i visitatori e io stesso ne siamo usciti soddisfatti.
Lasciarmi guidare dalle storie delle persone – storie che ti colpiscono e ti muovono dentro – è un’esperienza fortissima.
Poterle raccontare e vedere che emozionano qualcuno attraverso la mia arte è la cosa che mi rende più felice e appagato.


Hai dei riferimenti nel mondo della fotografia o preferisci seguire l’istinto?

Ci sono fotografi che considero veri mostri sacri, da cui prendo ispirazione.
Ma cerco sempre di lasciarmi influenzare senza copiare.
In generale, seguo molto l’istinto.
Raramente preparo un piano dettagliato prima di scattare.
Mi piace che lo shooting sia una collaborazione autentica con la persona che fotografo: ci conosciamo, mi racconta di sé, di cosa sta vivendo, di cosa ama e cosa no.
E da lì cerchiamo di portare tutto questo dentro allo shooting.
Spesso con alcune persone siamo anche diventati amici dopo lo shooting, proprio grazie a questa connessione che si crea.


Quanto conta per te il riconoscimento? Ti piace stare al centro della scena?

Già il solo fatto di creare qualcosa che mi soddisfa è una vittoria.
Ma certo, se arriva anche il riconoscimento pubblico, è il massimo.
Sì, mi piace stare al centro dei riflettori, non lo nego.
Spero che questi riflettori un giorno diventino ancora più grandi…
Non tanto per farmi vedere, ma per far vedere cosa posso raccontare, trasmettere, creare.


Qual è il tuo sogno più grande? Cosa speri che resti di te e del tuo lavoro?

Il mio sogno è che la gente, attraverso i miei progetti, possa cogliere anche solo un piccolo insegnamento.
Qualcosa di positivo, qualcosa che li smuova.
Quando fotografo persone, adoro lavorare con chi non ha mai posato prima.
Mi piace farli vedere sotto una nuova luce, farli apprezzare di più, farli sentire più sicuri in chi sono.
Se riesco a farlo, anche solo una volta, per me è già un successo.


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Redazione The Digital Moon

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