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Intervista a Fabio Gargiulo: La verità dietro lo sguardo

Intervista a Fabio Gargiulo: La verità dietro lo sguardo


Quanto la tua crescita tra le strade di Napoli continua a influenzare il modo in cui racconti oggi la realtà sia nei servizi eventi che nei lavori video?

La mia crescita e il mio essere nato tra le strade di Napoli con la mia prima fotocamera, mi aiuta tuttora in ogni evento fotografico e videografico…

Mi aiuta perché colgo la spontaneità delle persone, perché grazie a questo, ho imparato a studiare i movimenti delle persone, ad anticiparli, ma soprattutto ad aspettare l’attimo che verrà.
Saper aspettare il momento giusto é il fattore più importante, perché è ciò che ti permette di cogliere l’attimo, quello che spesse volte, non si ripete.


In che modo vivere e lavorare nel territorio del Cilento ha cambiato la tua sensibilità visiva rispetto alle dinamiche urbane che ti hanno formato?

Vivere qui in Cilento mi ha cambiato moltissimo, perché i ritmi sono diversi, più lenti, si impara ad ascoltare di più se stessi, ma soprattutto ho imparato come poter creare eventi fotografici e videografici dal nulla, prendendo iniziativa dove di base, per cause di forza maggiore, soprattutto nei periodi invernali, c’è ben poco da fare.

Questa “lentezza” ha sviluppato e mi ha aiutato ad accrescere ulteriormente l’arte di arrangiarsi. Di creare. Di emergere ancor di più in un territorio “difficile” come il Cilento. Dove tutto, anche un semplice percorso stradale, diventa più lungo e complicato. Ma la fotografia è anche questo, adattarsi alle situazioni, saperle vivere per andare oltre. Questo mi ha insegnato il Cilento.


Per il cortometraggio LIKE: quale emozione specifica vuoi che lo spettatore porti con sé dopo la visione — disagio, consapevolezza, empatia… o qualcosa di diverso?

Sono mesi che pensavo di creare un cortometraggio, a quali argomenti far riferimento e come colpire nel modo più profondo lo spettatore che guarderà il mio cortometraggio.

Con LIKE il mio desiderio più grande é quello di far capire alle persone che oltre lo schermo c’è altro, c’è vita, c’è amore. Che non tutto ciò che si vede sullo schermo dei nostri smartphone è vero. Che non bisogna isolarsi dal mondo e nascondersi.

Molte persone, purtroppo, vivono l’era digitale isolandosi ancor di più, dove non riusciamo a fare nemmeno una chiacchiera al bar. LIKE parla di questo. LIKE è il cortometraggio con frasi disturbanti e immagini forti che pesano nel nostro inconscio. LIKE è il risveglio dell’anima, é quel barlume di speranza che ti fa capire che non siamo soli, che intorno a noi e dentro noi c’è vita. LIKE non ti fa la morale sul tempo di utilizzo degli smartphone, LIKE è provocazione del subconscio.

Lascia il segno ! E vuole farlo in modo indelebile per risvegliarci da questa solitudine che ci circonda.


Pensando alle future mostre vicino al Duomo di Milano e alla candidatura in Grecia, quale filo narrativo unisce la tua fotografia urban alla tua ricerca sul tema dell’isolamento digitale?

Il filo narrativo è sempre lo stesso: raccontare la solitudine dove, in teoria, non dovrebbe esistere. La città soprattutto Milano, con il suo ritmo veloce e i suoi spazi iconici vicino al Duomo è piena di persone, luci, movimento.

Ma dentro questa densità umana io cerco l’opposto: i momenti in cui qualcuno sembra scollegato da tutto, anche se è circondato da migliaia di altri individui. La mia fotografia urban nasce proprio da questa tensione: il contrasto tra un ambiente vivo e una presenza umana emotivamente distante. Non mi interessa la città come scenario estetico, ma come teatro psicologico.

Ogni scatto è una domanda silenziosa: quanto siamo davvero presenti nella nostra vita mentre siamo immersi nei nostri schermi?

La candidatura in Grecia e le future mostre a Milano rappresentano due tappe dello stesso percorso: portare lo spettatore a riconoscersi in quella solitudine contemporanea. Non è una solitudine fisica, ma digitale, invisibile, spesso normalizzata. In fondo, il mio lavoro non parla solo di città o tecnologia. Parla di un bisogno umano universale: essere visti davvero, non solo osservati.


Quando dici “lasciare un segno”, come definisci concretamente questo impatto: provocare riflessione sociale, creare connessione emotiva o costruire una firma artistica riconoscibile nel tempo?

Per me “lasciare un segno” non è una cosa sola, è un equilibrio tra tre dimensioni che si intrecciano. La prima è la riflessione. Se una mia foto o una scena del cortometraggio riescono a fermare qualcuno anche solo per pochi secondi — a fargli pensare “questa cosa parla anche di me” — allora ho già creato un impatto reale. Non mi interessa scioccare, mi interessa smuovere qualcosa dentro, anche in modo silenzioso.

La seconda è la connessione emotiva. È forse la parte più importante. Quando qualcuno mi scrive dicendo: “Mi sono sentito visto”, capisco che il lavoro ha superato l’estetica ed è diventato esperienza. In quel momento l’immagine non è più mia: diventa di chi la guarda.

E poi c’è la firma artistica, ma non come un marchio da riconoscere per stile. Piuttosto come una coerenza di sguardo nel tempo. Vorrei che, vedendo una mia foto, qualcuno non dicesse solo “è bella”, ma sentisse subito un’atmosfera: quel senso di silenzio, di distanza, di umanità fragile che cerco sempre di raccontare.

Se devo dirlo in una frase:
lasciare un segno significa restare dentro le persone anche dopo che hanno smesso di guardare l’immagine.


Intervista a Fabio Gargiulo: La verità dietro lo sguardo

Redazione The Digital Moon

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