Intervista a Lorenzo Calvani: Sopravvivere tramite l’Arte
Intervista a Lorenzo Calvani: Sopravvivere tramite l’Arte
Lorenzo, raccontaci un po’ di te: chi sei e da dove nasce il tuo legame con l’arte?
Ciao a tutti i lettori, e grazie per questa intervista su “thedigitalmoon”.
Piacere, sono Lorenzo Calvani, ho 30 anni (15 senza barba) e vivo a Roma.
Il mio legame con l’arte nasce un po’ per caso.
Mi piace pensare che sia stata una specie di chiamata, e per fortuna ho risposto.
La poesia è arrivata dopo il liceo, in un momento in cui leggevo molto i Poeti del Trullo – un collettivo romano che raccontava la quotidianità in versi usando rime ficcanti, ironia e linguaggio popolare.
Mi ci sono riconosciuto.
Ho iniziato a giocare con le parole, e presto mi sono accorto che riuscivo a esprimere con facilità quello che avevo dentro. Le rime, le metafore, le assonanze… erano strumenti per dire cose che altrimenti sarebbero rimaste ferme lì.
La recitazione invece è arrivata prima, da ragazzino, con laboratori teatrali e poi accademie.
Fin da subito ho sentito che il palco era un luogo in cui mi sentivo a casa, un posto dove poter essere me stesso in un modo che nella vita quotidiana fatico a concedermi.
Per me l’arte è un modo per sopravvivere al mondo.
E anche uno strumento per conoscere chi sono davvero, nei miei limiti e nelle mie possibilità.
Hai detto che cerchi un modo per sopravvivere tramite l’arte: quanto è difficile oggi vivere di poesia e recitazione?
Direi che è davvero difficile.
La poesia oggi ha uno spazio piccolissimo.
Anche a causa del modo in cui i social ci abituano a un consumo veloce, superficiale, spesso consolatorio.
Mi sembra che molte poesie di oggi servano a rassicurare più che a far riflettere.
Io penso che la poesia debba scuotere, non accarezzare.
Per fortuna, negli ultimi anni stanno nascendo realtà molto interessanti come Versi Scomodi o Spoken, che cercano di riportare la poesia al centro, come voce autentica, non giudicata.
Quanto alla recitazione, anche lì il percorso è tortuoso.
Se non hai le conoscenze giuste, rischi di restare fuori.
C’è poco spazio per volti nuovi, fuori dai canoni estetici dominanti.
Ma per fortuna esistono registi come i D’Innocenzo che scelgono la diversità, la qualità, la verità, piuttosto che rincorrere solo il guadagno.
Mi rattrista molto vedere quanti remake si fanno oggi.
Segno che c’è paura di rischiare, di inventare, di proporre qualcosa di nuovo.
Si preferisce ciò che ha già funzionato altrove, perché il nuovo spesso fa paura.
Eppure, proprio lì – nel rischio – vive l’anima dell’arte.
Sennò resta solo l’aspetto più egoico e materiale.
Cosa ti ha spinto a scegliere proprio la poesia e la recitazione come mezzi espressivi principali?
La loro potenza immediata.
Poesia e recitazione arrivano dirette alla pancia e al cuore.
Raccontano chi sei, o come guardi il mondo.
Fanno emergere sfumature, dettagli, emozioni che spesso nella vita frenetica non riusciamo più a vedere.
C’è un momento o una persona che ha segnato il tuo percorso artistico?
Non c’è un momento preciso o una persona sola.
Credo che quella voce fosse dentro di me da sempre, e col tempo ho imparato ad ascoltarla.
Se proprio devo dirlo, la persona che ha segnato il mio percorso… sono io.
In che modo l’arte ti ha aiutato a conoscere meglio te stesso, i tuoi limiti e le tue capacità?
Scrivere e recitare ti costringono ad andare a fondo.
Ti mettono davanti a te stesso, ai tuoi vuoti, alle tue verità.
Non puoi rimanere in superficie, devi scavare, e lì trovi la forma più vera delle cose.
È un processo che ti porta a un contatto diretto con l’anima, con la sensibilità, con una sana ribellione verso tutto ciò che è finto, patinato, senz’anima.
Come descriveresti il tuo stile poetico e attoriale? Hai dei modelli di riferimento?
Direi che il mio stile è neorealista.
Cerco sempre il vero, il quotidiano, l’imperfetto.
Nella poesia come nella recitazione.
I miei riferimenti sono due:
Daniele Silvestri, che per me è un poeta contemporaneo a tutti gli effetti: capace di unire ironia e profondità, restando sempre onesto e originale.
E Valerio Mastandrea – sì, con la e giusta – che è unico.
Ha un modo di portare sullo schermo una verità emotiva fortissima.
Con naturalezza, ironia, malinconia… e con un’empatia che ti arriva subito.
Vieni da Roma: quanto ha influito la città eterna sul tuo percorso e sulla tua ispirazione?
Roma ha influito tantissimo.
Nel mio modo di scrivere, di parlare, di recitare.
Cerco sempre di tenere vivo quell’atteggiamento un po’ sornione, ironico, scanzonato, che è tipico della romanità.
Il romanesco è una lingua piena di musicalità e visceralità.
Sa essere immediato ma profondo, ironico ma poetico.
Con due parole riesce a dire tutto, senza perdere la verità.
C’è un progetto recente o futuro a cui stai lavorando e che ti piacerebbe condividere con noi?
Sto lavorando a un monologo teatrale tragicomico, con una buona dose di autobiografia.
Sarà la prima volta in cui sarò autore, regista e attore della mia stessa opera.
Non vedo l’ora di portarlo in scena. So che sarà un’esperienza forte.
In parallelo, sto iniziando anche a scrivere la mia seconda raccolta di poesie, dopo Salti Morali, che ha avuto un riscontro sorprendente.
Intanto, chi vuole può trovarmi su TikTok come Lorenzo Calvani 94, dove pubblico nuove poesie in formato video.
Qual è il messaggio più importante che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?
Credo molto nell’importanza delle fragilità.
L’arte permette di rendere visibile l’invisibile, e spesso proprio le fragilità raccontano chi siamo davvero.
Ci mettono a nudo, ci mostrano senza filtri.
Ed è lì che nasce l’emozione più vera, quella che non ha paura di essere vista.
La fragilità va in direzione opposta a tutta questa ossessione per l’apparenza che ci circonda.
Per questo è rivoluzionaria.
Un consiglio per chi, come te, vuole vivere d’arte oggi?
Non ho ricette miracolose.
L’unica cosa che mi sento di dire è: cercate l’autenticità.
Oggi sembra che non valga più tanto, ma è da lì che parte tutto.
Non copiate ciò che funziona, non rincorrete i numeri.
Create, sperimentate, sbagliate. Ma restate fedeli a quello che avete dentro.
Solo così potete mantenere viva la curiosità, l’originalità, il fuoco vero dell’arte.
È da lì che nasce ogni atto realmente rivoluzionario.
Intervista a Lorenzo Calvani: Sopravvivere tramite l’Arte
Redazione The Digital Moon
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