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Intervista a Claudia Zangarini: Raccontarsi davvero

Intervista a Claudia Zangarini: Raccontarsi davvero


Cosa accadrebbe se smettessi di cercare la strategia perfetta e iniziassi ad ascoltare la tua voce autentica?

Non devo immaginarlo — è quello che vivo ogni giorno, ed è quello che vedo accadere alle mie clienti.
Quello che accade è una grandissima sensazione di libertà: comunicativa, ma soprattutto espressiva. Perché la comunicazione è prima di tutto espressione, e la strategia ha senso solo se arriva dopo, al servizio di quell’espressione — come uno strumento per dipingerla meglio.

Ho fatto il liceo artistico e so come funziona: le regole vanno bene solo quando mi aiutano a esprimermi, non quando mi costringono in una forma che non mi appartiene. Se parto da regole rigide che mi impediscono di ascoltarmi, tutto crolla.

È un po’ come se a Picasso avessero imposto uno stile: Guernica non sarebbe mai nata. Nasce perché lui ha ascoltato prima sé stesso — e poi ha trovato il linguaggio per dirlo. Nei miei percorsi faccio esattamente questo: prima l’ascolto profondo, poi la strategia che viene a servire quell’ascolto. Non il contrario.


Quali parti della tua storia hai imparato a nascondere… e quali potrebbero diventare la tua forza?

Ho imparato a nascondere molto bene — e poi ho dovuto disimparare. Nascondevo le mie fragilità. Nascondevo la mia parte più intuitiva, più magica, perché avevo paura che raccontarla mi facesse sembrare poco professionale. Nascondevo anche il fatto che io stessa, che mi occupo di identità online, avessi bisogno di aiuto — come se chi accompagna gli altri non potesse a sua volta essere accompagnata.

Ma nascondere non risolve niente. È come mettere qualcosa in un cassetto: prima o poi lo riapri e lo trovi lì, esattamente com’era. Così ho iniziato a rielaborare ogni parte che avevo imparato a tenere fuori scena. La mia storia di lavoro difficile, il mobbing, il licenziamento. Il percorso quotidiano di riscoperta delle mie parti intuitive. Il fatto di aver chiesto aiuto, anche io.

Oggi sono tutte diventate la mia forza. Perché aspiro alla massima coerenza tra me come persona, il mio brand e il mio lavoro. Non recito un personaggio — sono la stessa persona dentro e fuori, e questo è esattamente quello che insegno alle mie clienti.


Se il tuo personal brand fosse un racconto, quale verità oggi sta chiedendo di essere detta?

Il mio personal brand è già un racconto. Lo è da sempre. È il racconto di una bambina che voleva essere una fata — e di una donna che quella magia l’ha cercata, persa, ritrovata e incarnata nel suo lavoro.
È il racconto di una donna che non si è “ritagliata” uno spazio: se lo è conquistato. In un mondo che non facilita le donne, ha scelto di esserci comunque, con tutto quello che è.

Il racconto di chi è caduta, si è rialzata, e ha capito una cosa fondamentale: non esiste sentenza degli altri che non possa essere ribaltata. L’unica sentenza che conta è quella che ti dai tu. Se ti dai per persa, per inutile, per non abbastanza — quella nessuno può cambiarla dall’esterno. Devi farlo tu, dall’interno.
Ho vissuto il mobbing. E il mobbing fa una cosa precisa: ti cuce addosso una storia che non è tua, e te la fa credere. Per un po’ ci ho creduto anch’io. Poi ho dovuto fare un lavoro profondo, identitario, per tornare alla mia verità.

Ecco perché so con certezza che il personal brand non può essere separato dalla persona. Altrimenti non è personal brand — è fuffa. Il personal brand autentico è coerenza totale tra chi sei, cosa vivi e cosa comunichi. La verità più grande che il mio racconto porta è questa: sono una donna in evoluzione, che da una rinascita ha fatto germogliare un seme — e ora lo cura con tutto l’amore che ha. Perché non c’è atto più grande che prendersi cura del messaggero che siamo, della trasformazione che vogliamo portare nel mondo.


In che modo puoi trasformare le tue ferite in linguaggio, presenza e posizionamento?

Prima di tutto, ci vuole il coraggio di guardarla in faccia. Ho capito negli anni — lavorando sul personal brand delle mie clienti e su me stessa — che tendiamo a voler bypassare un passaggio fondamentale: fare guarire la ferita prima di trasformarla. E per farla guarire bisogna rielaborarla, rivederla, raccontarla con parole nuove. Riviverla. Accettarla.

Se qualcosa ci fa ancora stare male, quella è una ferita ancora aperta. E una ferita aperta non può diventare linguaggio, presenza, posizionamento. Può diventare solo drama da social — e non è quello il mio lavoro.
L’unico modo che conosco per trasformare una ferita in risorsa è curarla, fino a quando non assume un aspetto nuovo. Fino a quando diventa cicatrice. Perché è la cicatrice — non la ferita — che si trasforma in metodo. Uso l’immagine di un grande fiume da attraversare. Il modo in cui porto le persone dall’altra parte è direttamente figlio delle mie cicatrici.

Se le porto in mongolfiera, è perché la mongolfiera è stata il mio modo di attraversare. E raccontarlo serve a due cose: far capire alle persone come lavoro, e aiutarle a capire se sono il loro tipo di guida. Chi soffre di vertigini non sale in mongolfiera — e va benissimo così. Questo è il posizionamento: non uno slogan, ma la trasparenza su chi sei, cosa hai vissuto e come lo hai trasformato in strumento per gli altri. Senza sconti. Senza far finta che la ferita sia già rimarginata quando non lo è — perché quello non funziona. Non per chi racconta, e non per chi ascolta.


Sei pronta a smettere di imitare modelli esterni e tornare al centro di chi sei?

Sono pronta. Anzi — sono nata pronta. Non ho mai amato incasellarmi o mettermi nei panni di qualcun altro. Posso prendere ispirazione, certo — come si dice, bisogna rubare da artista, prendere tutto quello che ci serve — ma poi devo renderlo mio, altrimenti non funziona. Non per me, e non per chi lavora con me.
Viene da lontano, questa cosa.

Dalla mia formazione artistica, dove anche quando si impara per imitazione alla fine emerge sempre qualcosa di tuo. Poi dal teatro, e dal teatro sociale di comunità, dove ho imparato che la rielaborazione autentica dei vissuti è l’unica strada che porta davvero da qualche parte.L’unica imitazione che concepisco è quella che si fa per ridere. Per tutto il resto: no. Nessuno ha inventato niente, siamo tutti figli di influenze e ispirazioni — ma trasformarle in qualcosa di proprio fa tutta la differenza.

Ed è esattamente quello che propongo a chi lavora con me. Non modelli esterni da copiare, ma un percorso per scoprire e abitare il proprio modello interno. Perché è da lì che nasce tutto — la comunicazione autentica, il personal brand vero, la presenza che lascia il segno.

Spero davvero che chi vuole lavorare con me arrivi già con questa consapevolezza. O che sia pronta a trovarla.

Intervista a Claudia Zangarini: Raccontarsi davvero

Redazione The Digital Moon

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