Intervista a Daniela Fazzolari: Impegno sociale di un’attrice italiana
Intervista a Daniela Fazzolari: Impegno sociale di un’attrice italiana
In che modo la formazione nella danza e nella recitazione ha influenzato le scelte artistiche di Daniela Fazzolari?
Centovetrine fu un prodotto che superò di gran lunga le aspettative di tutti, in cui vennero impiegati grandi mezzi produttivi e i migliori professionisti dagli sceneggiatori a tutte le maestranze che coprivano i vari reparti. Il successo che ne conseguì fu davvero dilagante, ti racconto un aneddoto che ti dà la misura di quanto dico, andai a Palermo ed entrai in un negozio molto noto di abbigliamento maschile in cui lavoravano solo uomini e scoprii che tutti loro seguivano la soap con entusiasmo, sempre a Palermo, un amico che aveva un’impresa edilizia mi raccontò che i suoi dipendenti chiedere di posticipare la pausa pranzo per poter seguire Centovetrine.
Quanto è stato determinante il ruolo di Anita Ferri in CentoVetrine per la sua popolarità e carriera televisiva?
Ho iniziato a studiare danza sin da quando avevo 5 anni nella scuola di Danza di Susanna Egri a Torino, una scuola molto accademica, per cui la disciplina richiesta era davvero di un livello molto impegnativo e questo mi ha davvero insegnato lo spirito di sacrificio anche perché non avevo il tempo per altro che non fosse scuola e danza, in più negli stessi anni facevo scuola sci a livello agonistico e quindi il venerdì partivo per andare ad allenarmi sulle piste da sci del Frais. Questo significò che mentre amiche e amici si incontravano fuori dal contesto scolastico io non potevo.
Questa codizione mi ha resa molto indipendente anche perché sono due discipline di sport individuale e quindi ogni successo o sconfitta era solo mia . Ad oggi ringrazio molto i miei genitori per avermi instradata su questo percorso sia dal punto di vista umano che da quello professionale; smisi con la danza e con lo sci più o meno al termine delle scuole superiori e fu in quel periodo che decisi di studiare recitazione e non superficialmente ma mi impegnai a fondo per entrare nella scuola del Teatro Stabile di Torino, riuscii e frequentai fino al 1999, anno in cui mi diplomai.
Durante quel periodo presi parte ai primi film : Non Chiamatemi Papà con Jerry Cala’, Umberto Smaila e Nini Salerno, poi Viva la Scimmia di Marco Colli con Giuliana de Sio e Lunetta Savino e Non ho Sonno di Dario Argento. Al termine del percorso accademico iniziai a lavorare in Centovetrine e di lì in avanti proseguii con questo cammino.
Com’è nata la collaborazione professionale con Dario Argento e che impatto ha avuto sul suo percorso cinematografico?
L’incontro con Dario Argento fu davvero per me un sogno che si realizzava. Frequentavo l’accademia di teatro e durante delle prove abiti per uno spettacolo in un ufficio adiacente Argento stava svolgendo i casting di Non ho Sonno, ricordo che uscii dalla costumeria e si aprì la porta dell’ufficio e uscì proprio lui seguito da una responsabile dei casting, lui mi guardò e mi disse :” Luisa!” Io imbarazzatissima credetti che mi avesse scambiata per un’altra persona e quasi balbettando risposi :” no, mi dispiace io mi chiamo Daniela..” Lui replicò :” Luisa!”.. si voltò verso la casting e le disse che io ero perfetta per il ruolo di Luisa.
Fu un momento di indelebile emozione.. Lavorare per colui di cui avevo visto tutti i film e spesso di nascosto dai genitori per via del fatto che fossero horror fu davvero un dono che non dimenticherò mai. Poi feci con lui anche La Terza Madre e Giallo.
Perché negli ultimi anni Daniela Fazzolari ha scelto di partecipare a progetti legati a tematiche sociali come la violenza sulle donne e la sclerosi multipla?
Nel mio percorso con la maturità mi resi conto che attraverso la mia arte avrei potuto essere un importante veicolo di supporto e dí divulgazione per far sì che tematiche importanti come femminicidio, bullismo e sensibilizzazione alla conoscenza di malattie importanti. Così ebbero inizio una serie di progetti con questo scopo di cui sono molto orgogliosa, soprattutto nel confronto con i giovani all’interno delle scuole.
Che significato ha avuto per lei interpretare la vittima nel cortometraggio Occhi Azzurri, ispirato a una storia vera di femminicidio?
Occhi Azzurri fa parte dei progetti di cui ho parlato, lo abbiamo prodotto io e Mirko Mascioli, anche lui molto sensibile a queste tematiche e decidemmo di essere noi a rappresentare i due protagonisti, proprio per poter dibattere con i ragazzi che al termine delle proiezioni si trovavano davanti coloro che interpretavano vittima e carnefice. Un esperimento sociale riuscito e che ci dà grande soddisfazione.
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Redazione The Digital Moon
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