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Intervista a Catia: La fondatrice di Studio Dalia

Intervista a Catia: La fondatrice di Studio Dalia


Catia, il tuo percorso professionale non è stato lineare: nasci come grafica pubblicitaria, ma nel 2019 un intervento ti ha costretta a un arresto forzato, diventato poi il tuo punto di svolta. In che modo quel momento di stop ti ha permesso di riscoprire i tuoi doni innati della manualità e dell’ascolto, trasformandoli in una nuova strada?

Quel periodo di stop forzato è stato, inaspettatamente, un momento molto importante per me. Dovevo stare a riposo, ma fisicamente stavo abbastanza bene: non avevo febbre, ero lucida, e questo mi ha permesso di vivere quel tempo non solo come un limite, ma anche come un’occasione. Per un periodo mi sono trasferita a casa dei miei genitori, perché non riuscivo a fare quasi nulla da sola. Avrei potuto rimanere ferma, con “i pensieri nella testa e basta”, come direi io. Invece ho sentito che potevo usare quel momento per guardarmi dentro.

Ho praticato molta meditazione, ho lasciato fluire domande e pensieri, senza forzarli. In quel periodo ho letto anche un libro, *Diventa chi sei*, in cui mi sono ritrovata in molte riflessioni. È stato uno di quei momenti in cui qualcosa dentro si muove e non puoi più far finta di niente. Ho iniziato a chiedermi cosa desiderassi davvero, cosa mi piacesse fare, cosa non volessi lasciare indietro per paura o per abitudine. E lì è emerso con molta chiarezza qualcosa che, in realtà, c’era sempre stato: il desiderio di aiutare le persone a stare meglio attraverso le mie mani. Fin da ragazza massaggiavo familiari e amici in modo spontaneo. Allo stesso tempo sono sempre stata una persona portata all’ascolto, al supporto emotivo, all’accoglienza dell’altro. In quel periodo ho capito che manualità e ascolto non erano due aspetti separati, ma due parti dello stesso dono. Da lì ho cercato un corso base di massaggio. Volevo “assaggiare” quella strada, senza impegnarmi subito in qualcosa di troppo grande. Ma dal primo corso è stato amore a prima vista. Mi sono iscritta al percorso completo quasi senza pensarci troppo.

A livello emotivo, frequentare i corsi di tecniche manuali mi ha smosso tantissimo. Per me è stato un segnale chiaro: quando qualcosa ti muove così profondamente, significa che sta toccando una parte vera di te. Ancora oggi la formazione non è solo apprendimento tecnico. È anche introspezione, crescita personale, consapevolezza. Dentro un percorso di studi in tecniche manuali c’è molto più di quello che si possa immaginare: si imparano le manualità, certo, ma si impara anche ad ascoltare meglio, ad essere presenti, a riconoscere il corpo come una parte viva della storia di ogni persona.


La nascita di tua figlia ha ridefinito le tue priorità, spingendoti a lasciare il lavoro da dipendente per investire sul tuo sogno. Considerando che la filosofia, i colori e persino il payoff “Lo spazio vicino alle persone” sono maturati proprio durante le notti passate ad accudire tua figlia, come sei riuscita a far coesistere la fatica della maternità con il coraggio di costruire un’attività da zero?

Onestamente, a volte me lo chiedo ancora oggi. Quando ho preso la decisione di aprire l’attività ero nel pieno dei primi mesi di vita di mia figlia, un periodo in cui si dorme poco, si cambia completamente ritmo e si è attraversate da tantissime emozioni.

Studio Dalia di Catia GiacomelloUna cosa però la so con certezza: il sostegno del mio compagno è stato fondamentale. Se non ci fosse stato lui a incoraggiarmi e a credere in me, forse non sarei riuscita a tirare fuori tutto il coraggio che avevo dentro. I primi mesi dall’apertura sono stati molto impegnativi. Mia figlia aveva iniziato da poco il nido e si ammalava spesso; di conseguenza mi ammalavo spesso anch’io. Non avendo grandi supporti esterni, ogni imprevisto diventava qualcosa da gestire in prima persona. È stato faticoso, ma anche molto formativo.

Essere donna, madre e libera professionista non è una passeggiata. Però oggi sono profondamente grata del punto in cui mi trovo, del percorso che ho fatto e anche delle prove che ho dovuto attraversare. Mi hanno aiutata a capire ancora meglio quali fossero le mie priorità.

A volte penso che, per assurdo, se non fosse arrivata mia figlia, forse non avrei mai trovato il coraggio vero di fare questo salto. Prima avevo un lavoro a tempo indeterminato, part-time, che in qualche modo mi permetteva di portare avanti anche l’attività di massaggiatrice. Ma l’idea di tenere insieme tre vite — il lavoro da dipendente, il lavoro autonomo e la famiglia — mi faceva stare male. Sentivo che, prima o poi, avrei rischiato di sacrificare proprio la parte meno sicura, ma più viva: il mio lavoro come massaggiatrice. E solo l’idea di abbandonarlo mi faceva sentire lontana da me stessa. Il payoff dello studio, “Lo spazio vicino alle persone”, è nato in un momento molto semplice e quotidiano: stavo cambiando mia figlia e le parlavo del progetto, un po’ come in un flusso di coscienza. Lei non poteva rispondermi, ma in quel momento è arrivata questa frase. Per me racchiude tutto. “Spazio” non è solo un luogo fisico con dei confini definiti: è un tempo, una possibilità, un respiro. “Vicino alle persone” significa che non vuole essere qualcosa di imposto, ma un luogo accogliente per chi lo sente affine a sé. Uno spazio senza giudizio, aperto all’ascolto, dove potersi fermare e ritrovare.

Anche la filosofia, i colori e gli arredi dello studio sono maturati in quei mesi, spesso durante le notti in cui allattavo mia figlia o le stavo accanto per aiutarla ad addormentarsi. Studio Dalia è nato dentro la vita reale: nella fatica, nella cura, nelle notti insonni, ma anche in una grande trasformazione.


Il nome dello studio è un omaggio a uno dei fiori preferiti di tua madre, la dalia, la cui forma geometrica ricorda un mandala e simboleggia l’equilibrio interiore. Quanto c’è di questa eredità affettiva e di questa ricerca di armonia nell’atmosfera accogliente e senza giudizio che si respira nel tuo studio a Busto Arsizio?

Nel nome Dalia c’è sicuramente una parte affettiva importante, anche se non è nata in modo troppo costruito. È arrivata quasi con semplicità, ma più ci stavo dentro, più sentivo che aveva senso. La dalia è uno dei fiori preferiti di mia madre, e questo per me ha un valore speciale. Diventare madre mi ha permesso di guardare anche lei con occhi diversi. La maternità mi ha portata a comprendere meglio il ruolo che mia madre ha avuto e ha tuttora nella mia vita. Siamo cinque fratelli, e crescendo non sempre si riesce a vedere davvero ciò che un genitore fa, o il modo in cui prova a esserci con gli strumenti che ha in quel momento. La maternità mi ha donato una gratitudine nuova. Mi ha aiutata a passare dal giudizio all’ascolto, dalla pretesa alla comprensione.

La dalia, inoltre, è un fiore che trovo molto bello e che non a caso è spesso associato anche alla gratitudine. Mi piaceva l’idea che il nome dello studio portasse con sé qualcosa di dolce, breve, femminile, ma anche simbolico. Studio Dalia di Catia GiacomelloC’è poi un altro aspetto: la forma della dalia ricorda un mandala. Io sono sempre stata affascinata dai mandala, tanto da avere un tatuaggio con un albero della vita le cui radici affondano in un mezzo mandala che ricorda proprio una dalia. Per me questa immagine parla di radici, equilibrio, armonia, crescita interiore. Le mie radici le porto con me: fanno parte della mia storia e del mio modo di essere. Il logo dello Studio Dalia nasce proprio da questa unione: una dalia stilizzata che richiama un mandala, o forse un mandala che richiama una dalia.

Dentro c’è un omaggio al materno, ma anche un simbolo di cura, armonia, gratitudine e assenza di giudizio. È un nome che sento mio perché racchiude qualcosa di personale, ma allo stesso tempo lascia spazio anche agli altri. Non invade, non impone. Accoglie. Ed è proprio questo che vorrei si respirasse nello studio: un’atmosfera in cui le persone possano sentirsi accolte per come sono, senza dover dimostrare nulla, senza sentirsi giudicate, ma semplicemente accompagnate.


Nel tuo lavoro proponi trattamenti personalizzati e profondi come l’osteomassaggio, ma dedichi anche una grande attenzione alla maternità con il massaggio in gravidanza e il corso di massaggio di coppia in dolce attesa: quanto conta, secondo la tua esperienza, insegnare ai partner l’importanza del contatto e della presenza visiva ed emotiva prima della nascita?

Conta tantissimo. Durante la gravidanza spesso il partner desidera esserci, ma non sempre sa come farlo. Può sentirsi un po’ ai margini, oppure può avere paura di sbagliare, di non essere utile, di non sapere come sostenere davvero la futura mamma.

Il corso di massaggio di coppia in dolce attesa nasce proprio anche dalla mia esperienza personale. Durante la gravidanza vedevo che il mio compagno voleva aiutarmi, voleva darmi sollievo, ma non sapeva bene come fare. Allora ero io a indicargli alcune manovre, la pressione, il modo di appoggiare le mani, le zone su cui lavorare.

Anche il corso preparto frequentato insieme ci ha dato strumenti utili, e questo mi ha fatto riflettere molto sull’importanza di costruire una rete di supporto. Quando si parla di gravidanza, spesso si pensa giustamente all’ostetrica, alla ginecologa, alle figure sanitarie di riferimento. Ma esistono anche altri supporti, più quotidiani e concreti, che possono fare una grande differenza.

Il contatto è uno di questi. Può sembrare semplice, quasi banale, ma non lo è. Un massaggio fatto con presenza può diventare un modo per dire: “Ci sono”. Può aiutare la futura mamma a sentirsi sostenuta, alleggerita, vista. E può aiutare il partner a sentirsi parte attiva del percorso, non spettatore. Nel mio corso non propongo una sequenza standard uguale per tutti. Parto dall’ascolto della coppia: osservo come comunicano, quali bisogni portano, quali timori emergono, che tipo di contatto è più naturale per loro. Da lì li guido con posizioni, manovre semplici e sicure, indicazioni pratiche e un tipo di ascolto che possa essere utile nel loro percorso verso il parto. Per me il benessere in gravidanza può essere sostenuto su più fronti: fisico, emotivo, psicologico e anche spirituale, nel senso più ampio del termine. Durante la mia gravidanza, ad esempio, un altro grande supporto è stato il Tai Chi, che ho praticato fino alla settimana prima del parto. Quando ne ho sentito il bisogno, ho fatto anche lezioni private. Studio Dalia di Catia GiacomelloQuesto mi ha confermato una cosa: ogni gravidanza è diversa, ogni donna è diversa, ogni coppia è diversa. Il mio compito non è dare una formula, ma offrire strumenti. Il massaggio nella coppia può diventare un modo molto concreto per creare sintonia, sollievo, presenza e un tempo di qualità prima della nascita.


Per te il benessere non è solo l’assenza di dolore, ma la capacità di fermarsi prima di arrivare al limite. Come massaggiatrice professionista costantemente in formazione, qual è il consiglio principale che dai a chi fa fatica a concedersi il permesso di prendersi cura di sé nella frenesia quotidiana?

Il primo consiglio che darei è di iniziare a osservare con sincerità il modo in cui ci raccontiamo la mancanza di tempo. Spesso diciamo “non ho tempo”, ma a volte quella frase diventa una giustificazione dietro cui nascondiamo altro: la difficoltà a metterci al primo posto, il senso di colpa, l’abitudine a rispondere sempre prima ai bisogni degli altri. Rendersene conto è già un passo enorme. Forse è uno dei più difficili, ma anche uno dei più importanti. Perché da lì possiamo iniziare a guardare le nostre priorità in modo diverso e ad ascoltarci davvero.

A chi dice “sì, ma non ho tempo”, suggerirei una cosa molto semplice: fermati anche solo trenta secondi. Metti un timer, chiudi gli occhi se puoi, ascolta il tuo respiro e osserva la tua postura. Com’è il tuo respiro? È corto, trattenuto, ampio? Le spalle sono morbide o sollevate? La mandibola è rilassata o serrata? In trenta secondi il corpo racconta già moltissimo. E spesso ci fa capire quanto poco ci stiamo ascoltando. Non serve partire da grandi rivoluzioni. A volte la cura di sé inizia da un gesto piccolo, ma fatto con presenza. Un respiro, una pausa, un trattamento, una camminata, un “no” detto al momento giusto. La cosa importante è smettere di considerare la cura di sé come qualcosa da fare solo quando tutto il resto è sistemato.

Io credo che non si possa prendersi cura davvero degli altri se prima non si impara a prendersi cura di sé. È un po’ come in aereo, quando spiegano che la maschera dell’ossigeno va indossata prima su di sé e poi sugli altri. Non è egoismo: è responsabilità. La persona che ci accompagnerà per tutta la vita siamo noi. Per questo dovremmo imparare a trattarci come il nostro primo alleato, non come l’ultima voce della lista. La frenesia esiste, certo. Ma esiste anche la possibilità di mettere dei confini. Se non impariamo a farlo noi, spesso saranno gli altri, o la vita stessa, a farlo al posto nostro. E quasi mai succede nel modo più gentile.

Fermarsi prima di arrivare al limite è un atto di cura, ma anche di rispetto verso sé stessi.

Catia Giacomello|Fondatrice di Studio Dalia (@studiodaliabustoarsizio)|Via G. Mazzini 14, Busto Arsizio (VA)|Mail: info@studio-dalia.com|Sito: www.studio-dalia.com|Tel: +39 379 249 5956


Intervista a Catia: La fondatrice di Studio Dalia

Redazione The Digital Moon

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