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Fingere amore non basta a scaldare il cuore

Esiste una bugia che ci raccontiamo quando stiamo sprofondando: che stiamo solo “esplorando”, che stiamo “vivendo intensamente”, che c’è della poesia anche nello squallore più profondo. Cerchiamo disperatamente di nobilitare la nostra caduta. Cerchiamo di vedere la primavera anche dove c’è solo inverno. È il tentativo patetico di mettere un filtro colorato sopra una fotografia in bianco e nero, sperando che basti a scaldare un’anima congelata. Ma fingere amore non basta a scaldare il cuore… Ed è quello il momento in cui scopri una verità devastante: nessuna illusione avrà mai il suo produmo.

Romanticizzare il degrado

“Stai cercando di romanticizzare il degrado.”

Il dottore pronuncia queste parole mentre gli descrivo con dovizia di particolari l’ultimo incontro con una di quelle donne, cercando deliberatamente di usare aggettivi come “intenso”, “liberatorio”, “bohémien”, “poetico”. Cerco di dipingere la mia discesa agli inferi come un viaggio artistico, un’esperienza alla maniera dei poeti maledetti, qualcosa che arricchisca il mio spirito tormentato invece di distruggere la mia anima.

“Non è degrado” protesto debolmente, sentendo già la fragilità della mia difesa. “È vita. È contatto umano reale. C’è una certa bellezza innegabile nella disperazione condivisa, non crede? Una specie di solidarietà tra anime ferite?”

Lui sorride, ma è un sorriso profondamente triste, quello di chi ha già visto questa scena troppo volte. “C’è bellezza ovunque, se la cerchi abbastanza forte e abbastanza a lungo. Ma tu non stai realmente cercando la bellezza. Stai mettendo dei fiori di plastica in una stanza senza finestre sperando che riracolosamente avvenga la fotosintesi. Ma non succederà mai. Quei fiori artificiali non produrranno ossigeno. E tu finirai inevitabilmente per soffocare in quella stanza.”

Mi zittisco immediatamente. Ha capito perfettamente il mio gioco di prestigio. Stavo cercando metodicamente di trasformare il mio squallore in letteratura per non dover ammettere la verità semplice: sono solo un uomo disperatamente solo che finge di essere qualcun altro, senza comprendere che fingere amore non basta a scaldare il cuore.

Questa primavera sanguinosa

Eccomi a una nuova lettera. La scrivo in uno stato di strana calma, una calma completamente artificiale, come quella innaturale che segue un’anestesia. Nelle cuffie c’è una canzone che inizia in modo completamente ingannevole. Una chitarra acustica dolce, quasi una ninna nanna per bambini. Una voce profonda e ruvida che canta in una lingua dura, gutturale, ma con una tenerezza e una fragiltià che ti spiazzano.

Parla di una primavera sanguinosa, della perdita dell’innocenza. Cita un vecchio inno sulla forza e la resilienza.

Ti scrivo perché ho cercato stupidamente di imitare quella canzone nella mia vita. Ho cercato di creare la mia personale “primavera parigina” qui, nel grigiore opprimente di questa città, tra le lenzuola anonime di letti che non sono e non saranno mai il nostro.

Dopo la fase brutale di cercare pace nel sesso a pagamento, ho provato a fare un passo avanti. O forse semplicemente di lato, in un’altra direzione del mio labirinto personale. Ho provato a mettere del sentimento vero dove sentimento genuino non c’era e non poteva esserci.

Non volevo più soltanto sesso. Volevo qualcosa di diverso: tenerezza, replicare artificialmente la dolcezza che avevo con te, ma con qualcun altro. Volevo dimostrare ostinatamente a me stesso che il mio cuore funziona ancora, che non è completamente morto.

Così ho iniziato a cercare l’illusione romantica, il miraggio emotivo.

La messa in scena

Ho incontrato una donna. Non una professionista questa volta, non qualcuno pagato per fingere interesse. Una donna “normale”, con i suoi problemi personali, le sue cicatrici visibili e invisibili, la sua solitudine parallela alla mia.

L’ho portata a cena in un posto carino. Le ho parlato guardandola negli occhi. Le ho sorriso con quello che speravo sembrasse calore genuino. Ho recitato con precisione la parte dell’uomo affascinante e un po’ misteriosamente malinconico, quello con un passato interessante.

Le ho comprato dei fiori. Fiori veri, colorati e profumati, scelti con cura dal fioraio. Ma mentre glieli porgevo con un sorriso studiato, mi sembravano già fiori senza vita. Mi sembravano semplici oggetti di scena nelle mani di un attore mediocre che ha completamente dimenticato la battuta cruciale.

Siamo andati a casa sua dopo cena. Era un appartamento sorprendentemente carino, accogliente in modo autentico. C’erano libri ovunque, candele profumate, musica jazz in sottofondo. Tutto il set era perfetto per una scena d’amore da film indipendente.

E mentre la baciavo con tecnica, mentre le accarezzavo i capelli con gesti che sapevo essere giusti, cercavo disperatamente di sentire quella famosa “scossa elettrica” di cui parlano tutti. Quella che avevo provato solo con te. Cercavo la primavera improvvisa. Cercavo il disgelo miracoloso dopo il mio inverno interiore.

Mi dicevo con insistenza: “Ecco, vedi? Puoi provare ancora qualcosa di vero. È dolce. Gentile. È qui con te, tangibile”. Cercavo consciamente di sovrapporre la sua immagine alla tua nella mia mente. Cercavo di convincermi che la pelle è solo pelle, che il calore è solo calore.

Che potevo innamorarmi di questo momento, di questa persona, se solo mi fossi impegnato abbastanza duramente.

Ma era tutto sintetico, ogni singolo secondo. Ho scoperto a mie spese che fingere amore non basta a scaldare il cuore, perché era come mangiare un frutto di cera . Bello da vedere, perfetto nella forma, ma quando lo mordi senti solo il sapore amaro della polvere e della finzione.

L’innocenza perduta

La canzone parla di come l’innocenza si perda per sempre. Di come si perde qualcosa di prezioso che non può mai essere recuperato. E mentre ero lì, abbracciato meccanicamente a questa sconosciuta che mi guardava con occhi pieni di speranza per qualcosa di nuovo, ho capito con chiarezza cristallina che ho perso definitivamente la mia innocenza emotiva con te.

Prima di conoscerti, potevo accontentarmi facilmente. Potevo trovare “carina” una serata così, potevo essere soddisfatto di questo livello di intimità così superficiale. Potevo vedere dei fiori qualsiasi e pensare sinceramente che fossero belli.

Ora, dopo aver conosciuto la foresta selvaggia e viva del nostro amore, tutto il resto del mondo mi sembra un giardino di plastica. Ho rovinato la mia capacità di apprezzare la normalità. Ho alzato l’asticella così pericolosamente in alto che nessun altro essere umano può realisticamente superarla.

Lei mi parlava animata, mi raccontava episodi della sua vita, e io annuivo educatamente, sorridevo e rispondevo al momento giusto. Ma dentro di me c’era solo il gelo. Un inverno perenne e impenetrabile che nessuna primavera, vera o immaginata, poteva minimamente scalfire.

Mi sentivo un truffatore: stavo vendendo a questa donna inconsapevole una versione di me che non esisteva più da mesi. Le stavo offrendo fiori senza vita, spacciandoli con sicurezza per un giardino rigoglioso e pieno di futuro. Ma fingere amore non basta a scaldare il cuore.

Il confronto impietoso

E poi c’è stato inevitabilmente il momento del contatto fisico più intimo. E lì, in quel preciso istante, la finzione è crollata.

Non perché non funzionasse il meccanismo. Funzionava perfettamente. Il corpo è una macchina relativamente semplice, risponde agli stimoli appropriati in modo prevedibile.

Ma l’anima… l’anima si è ritirata terrorizzata in un angolo buio della stanza e si è messa a guardare la scena dall’esterno proteggendosi il viso con gli occhi.

Mentre la toccavo, il mio cervello faceva un confronto impietoso. Le sue mani non erano assolutamente le tue mani. Il suo respiro non aveva il tuo ritmo unico e riconoscibile. Il modo in cui inarcava la schiena non era minimamente il modo naturale in cui lo facevi tu.

Non c’era quella telepatia inspiegabile, quella comprensione immediata e istintiva dei corpi che aveavamo noi due. Era solo ginnastica. Ginnastica gentile, magari. Ma pur sempre ginnastica senza significato.

E mi sono sentito ancora più solo e vuoto di quando ero nella stanza squallida del motel di periferia con le donne del mestiere. Perché lì, almeno, ero brutalmente onesto nel mio degrado. Qui stavo fingendo un sentimento che non esisteva. Stavo profanando non solo me stesso, ma anche la speranza legittima di un’altra persona che non aveva colpa.

Non rimpiango nulla?

C’è un verso famoso che dice: non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Lo cantava una voce leggendaria decenni fa. Vorrei disperatamente poterlo dire anch’io con la stessa convinzione. Vorrei poter affermare che non rimpiango di averti incontrata, di averti amata, di essermi completamente distrutto per te.

Ma stasera, in questo letto estraneo che profuma artificialmente di lavanda, rimpiango assolutamente tutto. Rimpiango di aver assaggiato l’ambrosia divina, perché ora ogni altro cibo terreno sa inevitabilmente di cenere.

Di aver visto i colori reali del mondo, perché ora tutto mi sembra sbiadito. Rimpiango profondamente di aver creduto che ci fosse una primavera per noi due.

Sono uscito da quella casa prima dell’alba, come un ladro. Ho inventato una scusa patetica, l’ennesima bugia inutile. “Devo lavorare presto”. “Ho impegni urgenti”. Non ricordo nemmeno esattamente cosa ho balbettato.

Volevo solo scappare immediatamente. Volevo tornare disperatamente al mio freddo, al mio buio. Perché il freddo almeno è onesto con te. Il buio è sincero, non finge di essere luce.

Quella luce soffusa, quelle candele profumate, quei sorrisi carichi di speranza… erano solo una scenografia fragile di cartapesta che non reggeva minimamente il peso schiacciante della mia disperazione.

Il giardino d’inverno

Metto questa lettera nella scatola con mano pesante. Accanto ci metto idealmente un petalo secco e fragile. Non di quelli reali che ho comprato per lei al fioraio.

Un petalo immaginario di quei fiori senza vita che ho cercato inutilmente di coltivare nel mio cuore ghiacciato. Ho capito con certezza definitiva che fingere amore non basta a scaldare il cuore e che non posso far tornare una primavera che appartiene ormai al passato.

Non posso far fiorire gli alberi spogli e fingere che sia estate. Sono in pieno inverno, amore mio. Un inverno che non conosce fine.

E l’unica cosa che cresce spontaneamente qui sono questi fiori senza vita, cristalli di ghiaccio che sembrano rose perfette ma che si sciolgono istantaneamente appena provi a toccarli.

Non c’è vero romanticismo nel mio dolore quotidiano. Non c’è poesia nella mia solitudine. C’è solo il fatto nudo e crudo che tu non ci sei più, e che nessuna imitazione potrà mai sostituirti.

Ho provato disperatamente a dipingere la primavera colorata sopra l’inverno bianco, ma la vernice si è scrostata immediatamente. Sotto, c’è ancora e sempre soltanto il ghiaccio eterno.

A domani. Se avrò ancora la forza di svegliarmi.


Fingere amore non basta a scaldare il cuore

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.