Mendicare un amore finito
Mendicare un amore finito
Ci sono momenti in cui il confine tra il dolore e la perdita assoluta di sé si dissolve. Questa è la confessione di quel momento, la lettera che non avrei mai voluto scrivere, nata nel buio di una notte passata a rincorrere un’ombra. A mendicare un amore finito.
Dove è finita la dignità
“Dov’è finita la tua dignità?”
Il dottore non usa mezzi termini oggi. Mi ha guardato leggere l’ultima bozza – quella che non ho avuto il coraggio di scrivere qui davanti a lui, ma che ho buttato giù alle tre di notte sul blocco note del telefono – e ha scosso la testa con un misto di compassione e severità.
“Dignità?” ho risposto con una risata che somigliava più a un colpo di tosse. “La dignità è un lusso per chi non sta morendo di fame. Io sono un affamato. E chi ha fame fruga nella spazzatura.”
Lui ha sospirato, togliendosi gli occhiali per pulirli, un gesto che fa quando cerca di prendere tempo per non dirmi che sono un caso disperato. “Questa non è fame, è autolesionismo. Stai chiedendo l’elemosina a chi ti ha già chiuso la porta in faccia. Stai urlando contro un muro sperando che il muro si commuova.”
Ha ragione, naturalmente. Ha sempre ragione. Ma la ragione è un concetto astratto quando sei disperato. Quando ogni fibra del tuo corpo urla per qualcosa che non puoi avere, la dignità diventa un lusso che non ti puoi permettere.
La vergogna
Eccoci a questa nuova lettera. Questa è quella di cui mi vergogno di più. Le altre erano piene di rabbia, di analisi, di dolore. C’era una certa fierezza nel sentirsi vittima di un gioco perverso o di un’accusa ingiusta. Potevo raccontarmi che stavo soffrendo con dignità, che il mio dolore aveva un senso, una forma, una narrazione coerente. Ma qui non c’è fierezza. Qui non c’è nulla di nobile. Qui c’è solo un uomo in ginocchio, con le mani giunte, che implora.
Sto ascoltando un brano lento, asfissiante, quasi stonato, dove la voce sembra trascinarsi sul pavimento come un corpo ferito. Quel lamento viscerale che conosce solo chi ha toccato il fondo. Una frase ossessiva diventata il mio mantra disperato. È una canzone che puzza di stanze chiuse e di aria viziata. Puzza di disperazione. Quella disperazione viscerale di chi si aggrappa agli ultimi brandelli di una relazione, rifiutandosi di accettare che è finita.
Questo é mendicare un amore finito.
Il momento esatto in cui mi sono rotto
Ti scrivo per confessarti il momento esatto in cui mi sono rotto. Non è stato quando mi hai lasciato. Non è stato quando mi hai chiamato stalker. Non è stato nemmeno quando ho capito che eri tornata da lui. È stato quella notte in cui ti ho mandato quel messaggio: “Ti prego, dammi solo cinque minuti. Cinque minuti per dirti cosa provo veramente”.
Rileggo quelle parole e mi faccio pena da solo. Cinque minuti. Ero arrivato a contrattare il tempo come un commerciante disperato al mercato. Ritrovarsi a negoziare cinque minuti di attenzione sul display di un telefono significa mendicare un amore finito davanti a una porta sbarrata, eppure in quel momento non importava. Pensavo: se mi vede, se mi guarda negli occhi, si ricorderà chi siamo. Si ricorderà della stanza numero 20. Si ricorderà delle promesse. Si ricorderà che mi ama.
Che illusione patetica. Come se l’amore fosse una questione di memoria, come se bastasse ricordare per tornare a sentire.
Ti scrivo per dirti che in quel momento avrei accettato qualsiasi cosa. Qualsiasi briciola. Se mi avessi detto: “Va bene, vediamoci, ma solo per un caffè veloce e poi sparisci”, sarei venuto correndo. Se mi avessi detto: “Possiamo sentirci solo una volta al mese, dieci minuti, non di più”, avrei accettato. Ero pronto a vivere di elemosina. Io, che ero stato il re del tuo mondo – o almeno così credevo – ero pronto a diventare il mendicante alla tua porta, felice anche solo di un tuo sguardo di pietà.
È questa la parte che brucia di più: rendersi conto di quanto sei disposto ad abbassarti quando hai veramente bisogno di qualcuno. Preferisco essere distrutto dalla tua presenza che essere intatto nella tua assenza. È una frase terribile da ammettere, ma è la verità.
Come hai potuto spegnere l’interruttore?
Come hai potuto andartene così? Come hai potuto spegnere l’interruttore con tanta facilità? Ricordi i fiori? Ricordi le promesse sussurrate nella penombra di quella stanza? Ricordi quando mi dicevi che senza di me la tua vita era in bianco e nero? Tutto cancellato. Tutto archiviato per fare spazio.
Ti immagino lì, nella tua casa perfetta, mentre guardi il telefono illuminarsi con il mio nome e provi… cosa? Fastidio? Noia? Forse un vago senso di colpa che poi scacci subito perché “hai fatto la cosa giusta”? Pensi: “Ecco, ci risiamo. Ancora lui. Quando capirà?”
Questo pensiero mi uccide più dell’abbandono. L’idea di essere diventato una scocciatura. Un insetto che continua a sbattere contro il vetro della tua finestra e non capisce che è chiusa. Che non si aprirà mai più.
La supplica al fantasma
Ma non riesco a fermarmi. Ti scrivo questa lettera sapendo che non la leggerai, eppure mentre la scrivo una parte di me – quella parte irrazionale, malata, disperata – spera che per osmosi, per magia, per qualche connessione invisibile che lega ancora le nostre anime, tu possa sentire il richiamo.
Continuavo a ripetere non lasciarmi ora, come se pronunciare quelle parole potesse farti tornare. Sembra assurdo dirlo mesi dopo che te ne sei andata. “Ora” è passato da un pezzo. Il momento di non lasciarmi è scaduto settimane fa. Ma per me è sempre “ora”. Il mio tempo si è fermato a quel messaggio di addio. Tutto quello che è venuto dopo è solo un’appendice dolorosa, un tempo supplementare che non volevo giocare. Sono bloccato in quel parcheggio, nascosto dietro la colonna, a guardarti salire sulla sua macchina. Sono bloccato lì, in eterno, a urlare in silenzio “Non andare”.
Il dottore dice che questa fase è pericolosa. “Quando perdi il rispetto per te stesso, diventi davvero quel ‘mostro’ ossessivo che lei teme. Perché chi non ha dignità non ha limiti.” Ha ragione. Mi guardo allo specchio dopo aver scritto messaggi che poi cancello prima di inviarli e vedo un uomo che non riconoscerei. Un uomo che elemosina affetto. Un uomo che baratterebbe la sua intera esistenza, la sua famiglia, il sua futuro, per cinque minuti con te. È una malattia. E tu sei la cura e il veleno insieme.
Questo é mendicare un amore finito.
La contrattazione impossibile
Perché non torni? Non ti chiedo di lasciare lui. Non ti chiedo di distruggere la tua vita. Mento. In fondo vorrei esattamente questo. Vorrei che tu scegliessi me sopra ogni cosa, sopra ogni buon senso, sopra ogni ragionevolezza. Ma siccome so che non lo farai, che non sei pazza come me, scendo a patti con la realtà.
Ti chiedo solo di non cancellarmi. Ti chiedo di non trattarmi come se fossi stato un incubo da dimenticare, un errore da rimuovere dalla tua biografia. Dimmi che è stato vero. Dimmi che ti manco, anche solo un po’. Anche solo quando piove, o quando passa quella canzone alla radio che ascoltavamo insieme. Dammi una briciola. Una sola. E io ci camperò per mesi.
Mi sento sporco a scrivere queste cose. Sento lo sguardo giudicante del “me stesso” di un anno fa, quell’uomo orgoglioso e integro, che mi guarda con disprezzo da qualche angolo della mia coscienza. “Guardati” mi direbbe. “Strisciare per una donna che non ti vuole. Che ti ha usato e gettato.”
Ma lui non sa cosa si prova. Lui non sa cosa vuol dire assaggiare il paradiso e poi essere buttati fuori a calci. Quando sei fuori, al freddo, gratteresti la porta fino a sanguinare pur di rientrare. Anche solo per un secondo. Anche solo per sentire di nuovo quel calore.
Oltre la linea dell’ombra
Metto questa lettera nella scatola. Questa vorrei bruciarla subito, prima ancora delle altre. Vorrei non averla mai scritta. È la testimonianza della mia debolezza. È la prova che hai vinto tu su tutta la linea. Arrivare a mendicare un amore finito mostra il crollo di ogni difesa, la fine dell’orgoglio. Tu sei andata avanti, forte, risoluta come sempre, con la tua vita ordinata. Io sono qui, ad ascoltare lamenti disperati, a piangere su parole che non avranno mai risposta, a supplicare un fantasma con quel mantra ossessivo.
Non lasciarmi ora.
Ma l’hai già fatto. Mi hai già lasciato. E io sto parlando con un’ombra, con un ricordo, con qualcosa che non esiste più.
Mendicare un amore finito
Dario Fossati
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