Annegare nel silenzio di una chat
Annegare nel silenzio di una chat
Esiste un tipo di panico che non ha nome, una sensazione viscerale che ti prende quando la persona da cui dipendi emotivamente inizia a sparire. Non è gelosia. Non è controllo. È puro terrore: il cervello cerca la sua dose di dopamina e non la trova. Ti svegli alle tre di notte con il cuore in gola per controllare se quella persona esiste ancora nel tuo mondo. O piuttosto, se esisti ancora nel suo.
La paura di impazzire
«Di cosa hai paura?»
Il dottore me lo ha chiesto oggi, mentre fissavo il ticchettio dell’orologio appeso alla parete del suo studio. Un suono ritmico, ipnotico, che mi ricordava il battito accelerato del mio cuore nelle notti peggiori.
«Ho paura di impazzire», gli ho risposto.
Lui non ha sorriso ma ha annuito, come se fosse la risposta più sensata del mondo.
«L’astinenza fa questo effetto. E tu sei in astinenza da una persona. Il tuo cervello sta cercando la sua dose e, non trovandola, manda segnali di allarme. È panico. Non sei pazzo. Sei un tossico che è stato ripulito con la forza.»
La sensazione senza nome
Eccoci a questa nuova lettera. La scrivo con le mani che tremano leggermente, un tremore sottile che non riesco a controllare da settimane. Nelle cuffie c’è un pezzo pesante, sporco, con un riff di chitarra che sembra grattare contro l’interno del cranio. Parla di una sensazione che non ha nome. È la colonna sonora perfetta per quello che ho vissuto nei giorni in cui tu hai iniziato a sparire e io ho iniziato a perdere la testa.
Ti scrivo per spiegarti cosa succedeva dall’altra parte dello schermo. Tu hai visto i messaggi. Hai visto le chiamate perse. Hai visto la mia presenza costante, forse soffocante. E l’hai chiamata “ossessione”. L’hai chiamata “stalking”. Ma non sai cosa c’era dietro. Non sai che c’era un mostro seduto sul mio petto che mi impediva di respirare ogni volta che passava un’ora senza sentirti.
Tu l’hai chiamato stalking. Io lo chiamo annegare nel silenzio di una chat, un abisso digitale in cui ogni minuto vuoto si dilata fino a diventare insopportabile.
Il cordone ombelicale
Ti ricordi quando abbiamo iniziato? I messaggi erano un flusso continuo. Un cordone ombelicale che ci teneva uniti mentre le nostre vite reali scorrevano su binari separati. Ping. Buongiorno. Ping. Ti sto pensando. Ping. Mi manchi. Ogni notifica era una scarica elettrica. Mi sentivo vivo, connesso, voluto.
Poi, gradualmente, il flusso è rallentato. Tu hai iniziato a ritirarti. Le risposte sono diventate brevi. I tempi di attesa si sono allungati. Ed è lì che è arrivata la sensazione senza nome.
Non era gelosia. Non ancora, almeno. Era terrore. Era la sensazione fisica, viscerale, di scivolare via. Iniziavo a guardare il telefono per necessità. Controllavo il tuo stato: “Online”. E il mio cervello iniziava a correre. È online. Perché non mi scrive? Con chi sta parlando? Sta parlando con lui? Sta parlando con qualcuno che non sono io?
Poi passavi a “Ultimo accesso: 2 minuti fa”. E io restavo lì, a sperimentare cosa significhi davvero annegare nel silenzio di una chat, a fissare quello schermo luminoso nel buio della mia camera da letto, mentre mia moglie dormiva ignara accanto a me, chiedendomi cosa avessi fatto di sbagliato. Chiedendomi perché non ero più la tua priorità.
Panico, non stalking
Quei messaggi disperati («Tutto bene?», «Sei arrabbiata?»), non erano tentativi di possederti, di controllarti. Erano tentativi di respirare. Cercavo una conferma. Cercavo un segnale che esistevo ancora nel tuo mondo. Perché nel mio mondo, senza di te, tutto stava rischiando di svanire.
Il dottore dice che questo comportamento è tipico di chi ha uno stile di attaccamento ansioso. Quando la fonte di sicurezza si allontana, l’ansioso non si rassegna. Si attiva. Diventa iper-vigile. Ogni silenzio è una minaccia di morte. Morte emotiva, s’intende.
Mi svegliavo alle tre di notte, sudato, con il cuore che martellava contro le costole, e la prima cosa che facevo era cercare il telefono. Volevo vedere se c’eri ancora. Volevo vedere se mi avevi bloccato. Se avevi cambiato foto. Se c’era una traccia di te a cui potessi aggrampami mentre la realtà mi scivolava tra le dita.
La vergogna e la rabbia
Mi sento patetico a scriverlo? Sì.
Mi vergogno di essere stato quell’uomo tremante e insicuro? Da morire.
Ma sono arrabbiato perché tu non hai mai provato a capire. Hai visto la mia paura e l’hai scambiata per aggressività. Hai visto la mia disperazione e l’hai scambiata per pericolo. Non hai capito che quella sensazione senza nome mi stava divorando vivo.
Volevo che quella sensazione se ne andasse. E l’unico modo per farla smettere, nella mia testa malata di te, era avere una tua risposta. Una tua parola dolce. «Sono qui, sciocco. Ti amo.» Bastava questo. Sarebbe bastato questo per calmare il mostro.
Invece tu mi hai dato il vuoto. E quel vuoto, per una mente in panico, è benzina sul fuoco. Più tacevi, più io urlavo. Più ti allontanavi, più io cercavo di afferrarti. È diventata una profezia che si autoavvera: la mia paura di perderti mi ha fatto agire in modo tale da perderti per sempre.
Le spunte blu dell’indifferenza
Oggi guardo quel telefono e lo odio. Odio la tecnologia che ci ha permesso di nasconderci e poi ci ha permesso di distruggerci. Odio quelle due spunte blu che restavano lì, impassibili, a dirmi che avevi letto il mio dolore e avevi scelto di ignorarlo.
Mi chiedo se anche tu hai mai provato questa ansia. Mi chiedo se c’è mai stato un momento, magari all’inizio, in cui hai fissato lo schermo aspettando un mio messaggio con la gola secca. Probabilmente no. Tu eri quella sicura. Tu avevi il paracadute. Tu avevi la tua vita piena. Io avevo solo te. E quando l’unica certezza inizia a svanire, l’unica cosa che resta da fare è annegare nel silenzio di una chat.
Chiudo questa lettera con un senso di sfinimento. Rivivere quei momenti è faticoso. Mi sento ancora addosso l’eco di quella tachicardia. Ma scriverlo mi aiuta a vedere le cose per quello che sono. Non ero un mostro, amore mio. Ero un uomo che stava affogando e sbracciava per cercare aiuto. E tu, invece di lanciarmi un salvagente, hai pensato che volessi trascinarti giù con me.
Forse avevi ragione. Forse l’ansia è contagiosa. Ma lasciami dire una cosa: questo abisso è un’esperienza che non auguro nemmeno a te.
L’energia che cerca sfogo
Metto il foglio nella scatola. Il dottore dice che l’ansia è energia che non trova sfogo. Beh, spero che quando bruceremo tutto questo, l’energia si trasformi in calore e poi svanisca nel nulla. Voglio tornare a dormire senza controllare l’ora.Respirare senza quel peso sul petto. Smettere di sentire questa sensazione senza nome.
Annegare nel silenzio di una chat
Dario Fossati
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